IL TEATRO DELLA POLVERE: “IL SAN NICOLA” DI PIAZZA DEL SEDILE

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LUCIO TUFANO

Quando si apre il baule dei fatti, delle date, i vecchi orologi e le monete, anche le pietre e i muri stridono il registrato delle voci, proiettano una scena, una vicenda, uno spezzone di esistenza. Ecco la città antiquaria!
È la gorgone di un’attenta riviviscenza. Riviviamo gli anni che furono, con le facce, i cappotti e i polsini di allora.
In tale girone, bolgia del contrappasso, purgatorio dei fatti umani, anche l’anima delle cose attende l’espiazione o il perdono.
È per questo che Marco Ranaldi tratta di un sipario che, a mio avviso, è della polvere, nel senso di quel perpetuo rapporto che la città ha intessuto, fin dalla sua origine, con le sue pietre anche quelle più usate e logore, grazie all’opera dei muratori e degli architetti, dei mastri, in una costante osmosi con il non umano, con la materia che pur va degradandosi. Infatti, la struttura di cui si parla è inesistente; non è neppure nella memoria delle generazioni a noi più vicine, ma solo in quella degli archivi e fa parte di tutto quel residuo documentale che rappresenta la polvere della storia.
Le pietre dell’antico Teatro S. Nicola si sono sgretolate e scomposte per ricomporsi in altra struttura, tant’è che non con le pietre occorreva fare i conti, come accade al cospetto dei ruderi e delle rovine delle necropoli, bensì con le ragnatele della storia, quelle lacere carte che ancora testimoniano la veridicità di muri, porte e finestre, di un locale o di un teatro. Tele del ragno non più visibili ma che rendono invece evidenti le ragioni di una città-borgo ancora non del tutto centro di piazze e palazzi, di una campagna che penetra nella città a presidiarne i contorni ,ad ostruirne le vene, ad assediarne i vicoli e che avviluppa nella sua coltre d’erbe e di ruggine le residue pietre dei ruderi.
È esistito? Perché Congrega del Monte dei Morti ed ex Cappella di S. Nicola?
Aveva il suo balteo, il boccascena, la buca del suggeritore, il suo atrio? Ranaldi ci conferma quello che gli storici hanno già affermato, la presenza di una piccola struttura con lo zelo dei conquistati documenti, di sudate fatiche. È esistito, sì!, con tre ordini di palchi ,riservati alle autorità, con il doppio portiere di teletta ed i cuscini a fondo rosso e lambri, dipinti a colla e con lo scenario composto di 6 quadri: spiaggia, carcere, galleria, una città e una camera rustica. il giro dei palchi in sei prospetti aveva il fondo celeste con festoni, stelle, lambri e bordo in stampa per una platea di appena venti scanni.
Marco Ranaldi ci presenta una città delle feste, delle manifestazioni, delle filarmoniche, delle bande locali e di quelle forestiere, delle orchestre, delle orazioni, dei Te Deum recitati nella cattedrale, delle fanfare come quella del Reale Ospizio di Avigliano anche con la venuta di personaggi come il re Ferdinando II di Borbone e Monsignor Don Gherardo è Santaniello, Cameriere d’onore di Sua Santità, con omelie e benedizioni.
Tutto rivela l’esistenza di una città operosa, di un’economia silvo-pastorale dominante, della tranquilla tutela del Clero sulla comunità, delle cantine, delle taverne, delle locande, delle ricorrenze e delle solennità. Una città ai primordi della sua rinascita con un teatrino “vagamente illuminato” nelle occasioni istituzionali sia sotto il dominio dei Borboni che con la compiuta unità d’Italia, e che dal 1851 al 1858 è attiva sul piano del costume, tanto da aprirsi alle novità che tantissime persone portavano girando per la penisola e facendo spettacolo. Una città con una banda musicale di 23 elementi che indossano uniformi di colore blu, con collaretto e passamani rossi, bottoni di metallo bianco, cappello tondo con una falda alzata e penne bianche a forma di salici, calzoni bianchi o blu, mezze spalline e cangiarro (o cangiaro) turco con lama larga a due tagli.
Negli anni sabaudi, vi furono commemorazioni dell’Unità e dello Statuto, per gli anniversari del Re Galantuomo, feste nazionali e religiose, rassegne militari di truppe di stanza in città e della Guardia Nazionale, corse dei cavalli, maritaggi, il “gioco della Secchia”, spettacoli del Majo, spettacoli comici, censure e censimenti dei teatri e della PS.
            I comici? Con cilindro e giacca a quadri, calzoni a pois e a toppe, con il baule di vecchi costumi, sfolgoranti papillon tra collo e gilet. Signore e signore, padri, figli e madri con forte appetito, piccole imprese familiari, nuclei centrali della tragicommedia meridionale, già muniti di lasciapassare per sbombettare, sparlottare, fare sganasciare il pubblico.
     IN COPERTINA, Il Maestro Francesco Stabile, musicista
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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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