IL TRAMONTO DELLA VOCAZIONE IMPERIALE TEDESCA

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RICCARDO ACHILLI

 Fa spesso comodo, anche mediaticamente, dipingere la Germania come un Paese imperialista che sta tentando di attuare in economia ciò che non gli è riuscito con le armi, ovvero un lebensraum da sfruttare per il suo benessere. Ma ciò che sfugge, e che invece appare chiarissimo, anche da passaggi come quello della crisi del 1992, in cui la Bundesbank, timorosa degli impatti inflazionistici interni, abbandonò a loro stesse la Banca d’Italia e la Banca centrale inglese, facendo dissolvere lo Sme, o anche nella sentenza di due giorni fa della Corte Costituzionale tedesca, è che alla Germania manca completamente un tratto fondamentale di un imperialismo maturo: la propensione a proteggere i sudditi da attacchi esterni, anche condividendo rischi. Non esiste imperialismo senza questo tratto essenziale. Lo stesso tratto che spinse Hitler a ritardare, in modo probabilmente esiziale, l’operazione Barbarossa in Russia, per correre in soccorso del suo alleato italiano che stava prendendo legnate dall’Esercito greco. Lo stesso tratto che indusse l’imperialismo statunitense, a guerra finita, a frenare gli appetiti della sua grande finanza e varare un piano economico gigantesco a soccorso dei suoi alleati postbellici, facendo uscire gli USA dal loro tradizionale isolazionismo economico e creando intensi legami commerciali ed economici, che oggi Trump cerca di spezzare con i dazi, perché si stanno rivelando dannosi per una industria senza più competitività. O che spinse gli stessi USA ad invischiarsi nel Vietnam per soccorrere il proprio alleato di Saigon. Tutto questo manca alle élite tedesche di oggi, il cui principale obiettivo è quello di beneficiare di una costruzione economica e monetarista a misura dei loro interessi, pronte però a mandare tutto in vacca non appena tale costruzione, da cui dipende il differenziale positivo di crescita e di solidità industriale e finanziaria di cui godono rispetto al resto d’Europa, richieda una qualche forma di condivisione del rischio e di assunzione di responsabilità comuni. Più che di imperialismo, parliamo di una forma degenerata di opportunismo. Pronto a comandare quando ci sono dividendi da staccare, in fuga quando ci sono sacrifici per difendere l’edificio. Si tratta, a mio avviso, di una conseguenza della sconfitta bellica del 1945. La Germania del dopoguerra ha paura di tornare ad essere identificata come un impero. Come disse Helmut Schmidt, “Per noi tedeschi è decisivo il fatto che quasi tutti i nostri vicini e quasi tutti gli ebrei sparsi nel mondo ricordano l’Olocausto e le infamie commesse nei Paesi della periferia durante l’occupazione tedesca. Forse. Non ci è sufficientemente chiaro il fatto che quasi tutti i nostri vicini, probabilmente ancora per molte generazioni, coveranno una diffidenza latente nei nostri confronti”. Questa remora psicologica ad assumersi pienamente il ruolo di una potenza regionale, la troviamo nelle politiche essenzialmente antieuropeiste di Erhard e della dirigenza della Cdu/Csu, dopo la fase europeista di Adenauer, che però era indispensabile per far uscire la Germania dall’isolamento internazionale assoluto, fino a Kohl, costretto a cambiare linea per poter integrare la ex DDR, facendone pesare una parte rilevante del costo ai partner europei (fase però poi chiusasi con la distruzione della Sme e l’imposizione del progetto dell’euro, più funzionale agli interessi tedeschi), ma anche della dirigenza socialdemocratica: l’ostpolitik di Brandt, che venne perpetuata da Schmidt, era una esplicita volontà di riconoscimento e non ingerenza negli affari della DDR e della Polonia, fino ad allora la vittima sacrificale di ogni imperialismo tedesco, rinunciando a confrontarsi in termini aggressivi e antagonistici. Una sorta di conferimento agli USA della responsabilità di scontrarsi con il blocco sovietico, rinunciando a svolgere un ruolo attivo da potenza regionale. Quello che preme alla Germania, e che è inscritto persino nel suo inno nazionale “Deutschland uber alles”, è essenzialmente la realizzazione di un interesse nazionale miope, senza prospettiva, egoistico, mediante lo sfruttamento, volta per volta, del contesto internazionale che si viene creando, per imporre cambiamenti che vadano a proprio vantaggio, salvo poi tirarsi indietro, rischiando di far crollare lo stesso edificio che ha contribuito a costruire, quando si profilino dei possibili rischi, o quando il proprio ruolo cresce al punto da imporre delle responsabilità e dei sacrifici. Una visione mercantilistica, che si è venuta a sostituire all’approccio imperiale bismarckiano, per via dei problemi che i tedeschi hanno ad affrontare pienamente il proprio passato e del senso di colpa collettivo.

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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