INVITO ALLA LETTURA DI “A SSE NO’…. ” DI VINCENZO BOCHICCHIO

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Mario Santoro
Il volume “A sse nò…” di Enzo Bochicchio, ultimo in ordine di tempo, si pone sulla scia di tanti poeti e scrittori della nobile lingua della nazione aviglianese di cui ricordiamo, Tommaso Claps, Andrea Mancusi, Vito Bochicchio, Francesco Galasso, Antonlucio Tripaldi, tanto per esemplificare e facendo torto ai tanti che, per motivi di spazio, siamo costretti a tralasciare. Concordiamo con quelli che tendono alla valorizzazione dei dialetti da considerarsi vere e proprie lingue e ciò al di là di ogni riferimento all’ambito geografico ristretto e ad una evidente “diminutio” di autonomia, con la perdita inevitabile di talune specificità terminologiche e di modalità espressive. I racconti in questione proiettano il lettore, con immediatezza, in un mondo lontano, antico, straordinario, fascinoso e, per tanti aspetti, ammantato di magia con la sua carica di calda umanità resa al meglio dalla lingua dialettale che presenta carattere di direttività nelle storie, ora brevi e quasi ricalco di situazioni, ora invece del tutto personalizzate e presentate in forma del tutto originale, con gusto, delicatezza e discrezione e con senso di distacco da parte dell’autore, sempre vigile e attento, fino alla rigorosità e alla acribia. Si tratta di un bel lavoro decisamente, e lo diciamo senza tema di smentite. Risulta curato in ogni sua parte, finanche nelle riproposizioni, mai forzate e sempre misurate e plausibili, pur in situazioni di difficile interpretazione. Meticoloso fino all’inverosimile, Enzo Bochicchio è attento anche alla più piccola sbavatura, e predilige un periodare gradevole e godibile nella esposizione, senza mai rischiare la sdolcinatezza; sa essere essenziale, conciso, mai sovrabbondante, come accade a molti autori dialettali, e mantiene vivo e palpitante il senso delle discorsività piana e convincente e l’aderenza totale al mondo che racconta. Coinvolge i lettori e pare quasi, di ritrovarsi amabilmente riuniti, in una serata d’inverno, come dinanzi a un camino acceso con tanto di fiamme e a tratti con scie di monachine panzacchiane o, magari, in un salotto di altri tempi, a rievocare, con o senza le “buone cose di pessimo gusto”, profumi antichi, saggezze proverbiali, sentenziosità bonarie, formali conversazioni tanto care al poeta Gozzano.  E sempre per magia risorgono dall’anima, provocando emozioni e palpiti, tremori e intenerimenti, memorie sopite e ancorate a fatti significativi e a situazioni indirette, sottigliezze delicate, grossolanità addolcite, situazioni  discrete, capaci di parlare al cuore e di rimandare elementi prepotentemente chiari o sfumature appena adombrate e ancora, richiami con senso dell’ancestralità, riecheggiamenti, vaghezze, sospiri, e finanche urgenze, in un mescolamento continuo con tasselli giusti, brandelli di relazioni umane, rapporti silenziosi, cenni di intese a scavalcare le parole e a riesumare costumi scomparsi. Si recupa così un carico di umanità come rinnovato, tra speranze, delusioni, brandelli di sogni a farsi strada nella dura lotta per la sopravvivenza. Ecco oserei dire che la lettura del volume consente tutto questo e altro ancora e costringe, sovente, il lettore a trattenere il respiro, in una sorta di sospensione tenera, salvo poi alla rumorosa emissione di aria, e a sperimentare alla fine un senso di malinconia benefica e quasi una linea di rimpianto per un mondo che non c’è più, coi suoi riti, le sue abitudini, i suoi aspetti culturali, le modalità proprie, che tornano a rivivere Ed è bravo Bochicchio a saper mantenere sempre la distanza dalle situazioni, a non farsi prendere la mano, a non cedere alle tentazioni autolesionistiche di abusare e magari di compiacersi, di ingigantire taluni aspetti a scapito di altri, di ricorrere a termini fortemente cacofonici e carichi di suggestione e di adoperare espressioni capaci di propagare il rumore e il suono con effetti di ridondanza, discutibili, se non anche controproducenti. Sa essere severo con se stesso e finanche impietoso e non abusa mai dell’onomatopea e della tendenza a fenomeni borborigmatici o a forzate parole desuete, né si appoggia, con finta distanza, su suoni tondi e pieni o, peggio ancora, votati alla sgangheratezza auditiva che finisce per mortificare la lingua dialettale. I racconti sono sempre controllati con espressioni adeguate e sovente in disuso che non mirano a suscitare lo stupore ma richiamano piuttosto il diritto sacrosanto alla loro sopravvivenza, messa in pericolo dal sempre meno ricorso alla lingua dialettale. Tanto le espressioni quanto i termini, che l’autore ricerca con intelligente putigliosità ed insistenza, risultano sempre sostanziati e portatori di inferenze multiple, di significanze ulteriori e vanno, dunque, ben oltre il denotativo e il referenziale, alludendo a modalità socio-culturali profonde, con sfumature che ora alleggeriscono la tensione e suscitano il lieve sorriso, ora scavano nell’anima solchi profondi, ora infine inducono alla riflessione e al ripensamento.  Si coglie immediatamente, per scelta volontaria o casuale (ma le cose non sono mai del tutto casuali) un avvio piano, morbido, come in punta di piedi, quasi nel timore di disturbare il lettore; di qui la scelta iniziale di episodi brevi e rimandi storicizzati, passi del Vangelo, favole antiche, prima di procedere alla stesura di storie ariose, aperte, contestualizzate al meglio, con dialoghi rapidi e incisivi e scelte terminologiche precise, ripensate, accattivanti e sempre sotto il controllo vigile dell’autore.  E fa bene il lettore a farsi catturare e a indulgere su talune parole che, più e meglio di altre, aggrumano sensazioni, così come fa bene a ripeterle più volte, ad  alta voce e con intonazione diversa, pervenendo così ad una maggiore e migliore comprensione ed espansione e proseguendo, magari a suo piacimento, nella narrazione perché la scrittura tutta non ha mai termine e nel frattempo si colloca  egli stesso nelle situazioni più diverse fino a sentirsi, a pieno titolo, co- protagonista.  Tutte le storie raccontate hanno poi il pregio di creare ambientazioni vivaci e suggestioni, con pochi tocchi di penna e rimandi minimi, appena indicati, nella direttività dei dialoghi e nella immediatezza della comunicazione. Lo si può verificare nell’incontro tra l’arcangelo Gabriele e Maria la quale, attanagliata dalla sorpresa e dalla paura, nun foze capace re ndartaglià mànghe na parola, e anche quando invano Giuseppe e Maria cercano nu pertuse per la nascita del Bambino o quando i pastori portano i loro umili doni e soprattutto nell’episodio della risurrezione di Lazzaro: Uagliò sebbrea(g)ote, (g)jenze ra ssu cafuorchie. Il richiamo alla concretezza affiora di continuo nel rimando a elementi specifici come le porchie di Rrusenella che è na ciomba rossa ma roppia a bella fatta. E pare quasi di averla dinanzi la fanciulla con le sue evidenti porchie che vanno per oltre le più neutre lentiggini o ancora la efelidi della “Signorina Felicita” di  Gozzano. E sempre la concretezza torna insistente nella bella storia di Peppe Lumeniure che soffre di continue convulsioni (re mmosse), nel sacrificio, quasi estremo, di zi Tore costretto a vendere la mula per curare il figlio, nella amara conclusione: Ama fa re ppurcuarie e nella sagace, secca risposta di Mariapolda: Camina, ssu cuazzone! Nu la saie manghe cerca. Ed è sempre presente una sensazione di freschezza che pervade tutte le storie con la voglia di sorridere di gusto, e finanche di pervenire al simpatico grottesco con sempre una punta di amaro e sul filo sottile, delicato, bonario e talvolta anche pungente, dell’ironia spesso consegnata alla battuta furbesca: Comba, pure ose ame magnate re vanne!; alla conclusione piuttosto sconsolata: Ose, sora mia, ame ritte la messa pe lu cuazze!; alla chiusa anche troppo dolorosa: Mechele, figlie mie, pruoseme l’accetta; all’insegnamento della madre verso la figlia: Tu la prossema vota aia fa cume lu rizze che Se face i cazze soie!  Ma l’ironia, nella estrema varietà delle sue manifestazioni, sembra raggiungere il punto più alto di esilaranza proprio nella chiusa, certamente inaspettata, dell’ultima storia dal minaccioso titolo A sse no. Il protagonista è tale Feleriche Lu Spaccate, nu piezze r’ome re poche parole con tanto di mustazze arricciate e in testa a la squarcegna, nu cuappiedde vecchie accannarute. Entra di prepotenza nella chianga re Sseppatacce e atterrisce, con la sua sola presenza, il povero il giovane Totoricchie. Chiede ed ottiene, senza pagare,  quello che gli pare con la minaccia: A sse no… Dietro le tre parole, pronunciate in un certo modo, si cela un che di misterioso che non annuncia nulla di buono e gela il sangue al povero Totoricchie. La scena si ripete ancora, ma una volta il giovane non è solo: all’interno, coperto da una tenda c’è anche il padre, che è infuriato e pronto ad ogni evenienza e, alla minaccia esce fuori e a sua volta domanda: A sse no cche? E l’omone replica con voce intimidita e addolcita: A sse no me ne vave! E sembra la conclusione più logica e sconcertante senza alcun commento da parte dell’autore, come è giusto che sia. Intanto il lettore se la gode mentre tornano a risuonare nella sua mente parole e modi di dire. E vale per roppenone che certamente indica il pomeriggio ma con maggior precisione o per currefata che va ben oltre il semplice risentimento o per scanare che è di più e meglio che dire apertamente e ancora per l‘accheie ossia il divertimento, per (g)rattapune, cioè dirupi o per fiefele che sono i bigotti come Vitangele Scallif ie e per il verbo pluuenesare che dice tanto di più del vento e del nevischio intorno alla casa di zia Cia Buseline. Alle parole si sommano detti, sentenziosità, metafore. Viene in mente la voce adirata, quasi urlo di Munch, del lupo prima di divorare l’agnello: Vucchiaia come nu cuotte e (G) astumaia come nu cecate. E ancora, altrove, ritorna l’espressione colorita ed efficace: bbucchiaia come la ioccola che non abbisogna di alcuna spiegazione. E mentre, a poco a poco, la voce della ioccola sembra allontanarsi irrompono, quasi tutti insieme nella mente e con grande senso di confusione, ancora termini: (G)retepunde, vrunulanne, paraulane, azzuodde, licchie, spécate, woce nnerta, cerigole, zerbinotte, chetocche taddi, seccia, miere litue, mbriache vuche e tanti altri ancora e già la voglia di riprendere, per l’ennesima volta, la lettura, torna a farsi viva. 
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Sull' Autore

Mario Santoro Mario Santoro è nato a Miracolo (Avigliano) ed è residente a Potenza. Già docente di materie letterarie, è poeta, scrittore e critico letterario. (Mariosantoro43@gmail.com) Ha pubblicato: -Embrici- poesie -Alfagrafica Volonnino- Lavello, 1986; -Embrici e poi- poesie -Alfagrafica Volonnino- Lavello, 1987; -Concerto di memorie- romanzo -Ed. La Vallisa- Bari, 1989; -Concerto di memorie- romanzo rid. Sc. Medie -Ed Appia 2- Venosa 1991; -Pianeta uomo- Tematiche di Attualità -Ed Il Girasole- Napoli, 1991; -Pianeta uomo- Tematiche di Attualità- Formato tascabile -Ed. Il Girasole- Napoli 1991; -Sentieri di ragno- poesie -Ed. Il Girasole- Napoli 1993; -Uomo e società- Tematiche di attualità- Ed Il Girasole- Napoli, 1994; -Elementi di linguistica e psicomotricità- Ed Il Girasole- Napoli, 1994; -Meridiani e paralleli - poesie -Ed La Vallisa- Bari, 1997; -Scorci di tempo- Poesie e prose- Unitre sede di Potenza, 1999; -Viaggio nella terra dei Suomi- cronaca di un’esperienza- Ed Il Portale- Pignola, 1999; -Il riverbero della luna- romanzo –ErreciEdizioni- Potenza, 2000; -Alla fontana...le parole- La Grafica Di Lucchio- Rionero in Vulture (Pz), 2009; -Stagliuozzo come strazzata- Centro Grafico Castrignano- Anzi, 2010 -Il grano azzurro- romanzo ErreciEdizioni- Anzi (Pz), 2023 -Viaggio con la madre- romanzo ErreciEdizioni- Anzi (Pz),2023 Ha pubblicato, in qualità di critico letterario i seguenti volumi: -Oltre le barriere- Ospiti del centro La Mongolfiera- Tip. L’aquilone- Potenza, 2002; -La memoria e l’identità- Antologia di poeti e scrittori lucani volume marrone- Consiglio regionale della Basilicata- Potenza, 2004; -La Memoria e l’Identità: Lucania versi- Cento schede- Consiglio Regionale di Basilicata – Potenza, 2004; -La memoria e l’identità- Antologia di poeti e scrittori lucani volume azzurro- Consiglio regionale della Basilicata- Potenza, 2005; -C’era una volta...insieme- raccolta di fiabe- Dipartimento salute mentale A.S.L. num.2 Potenza. Centro sociale La Mongolfiera, Coop Benessere- Potenza, anno 2006. Ha scritto e pubblicato centinaia di percorsi su poeti, scrittori, artisti. E' autore di percorsi poetico-letterari a tema pubblicati su riviste e antologie.

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