SATIRA, INVETTIVE E PASQUINATE

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«Il satiro è un demone dei boschi e della natura selvaggia rappresentato per lo più in figura di uomo con corna, orecchie, zampe e coda di capra.

Satirello, satiretto: insolenti e osceni. Considerati da Esiodo fratelli delle ninfe e da Euripide figli di Si-leno ed immaginati, conformemente alla loro natura selvatica con alcuni tratti ferini, caprini come Pan con at-tributi equini.

Non compaiono quasi mai isolati e di solito sono strettamente connessi con Dioniso e con il suo tiaso, senza che tuttavia sia possibile stabilire quando sono entrati a farne parte.

In ogni caso gli interrogativi relativi ai loro caratteri e alla loro provenienza presentano grande interesse, in quanto sono strettamente legati con il problema delle origini della tragedia e del dramma satiresco, in cui il coro era costituito da uomini travestiti appunto da satiri.

I satiri sono rappresentati con aspetto animalesco, barbati, con zampe e coda caprine, accentuato il ca-rattere fallico, talora accompagnati da ninfe e menadi d’onde modi satireschi, dramma satiresco, satirico.

Nella letteratura greca non mancano certamente i motivi satirici, ora sottili e raffinati, ora violenti ed in-formati a crudo realismo. Ed è appunto con essi, che Archiloco e Ipponatte sfogano i personali risentimenti contro i loro avversari, Aristofane e gli altri poeti della commedia antica sostengono l’aspra battaglia politica contro i presunti corruttori della polis e Platone mette alla gogna la vanitosa vacuità dei sofisti. Semonide di Amorgo con spietato pessimismo fissa le qualità negative delle donne. Menippo di Gàdara, in una singolare «satira menippea», canzona credenze ed illusioni degli uomini, mentre Timone di Fliunte nei Silli deride i dogmi dei filosofi e Luciano di Samosata ne I Dialoghi degli dei si beffa della dignità degli dei e delle passioni dei mortali. Ma la satira come componimento letterario a sé, in forma discorsile in cui la lezione di morale si svolge in tono scherzoso o indignato, è una indubbia creazione dei Latini. Collegata nelle origini ai versi fe-scennini ed alle primitive rappresentazioni drammatiche, che al canto e alla danza e ai gesti buffoneschi mescolavano battute scherzose e mordaci, e canzonavano l’innato spirito delle genti italiche (italum acetum).

Orazio ne fece un capolavoro di arguzia fine e maliziosa, Persio le diede un tono involutamente predi-catorio ed erudito, Marziale la vivificò con la canzonatura breve e incisiva dell’epigramma, e Giovenale, nell’ampiezza dello sviluppo retorico, vi impresse realisticamente l’amara invettiva di una indignazione esaspe-rata.

Ferocemente beffarda dell’opera di Seneca (Apokolokyntosis), la satira animò, con spregiudicatezza spietata mista a garbo parecchie scene del Satyricon di Petronio.

Nel medioevo si manifestò in forme diverse, le allegorie agli animali e attaccando direttamente persone e categoria sociali – il clero in particolare – ricevette nuova impronta nel Rinascimento con le sette satire dell’Ariosto – Aretino, Folengo, Bernimentre, anche in Francia con Marot, Rabelais ed altri fioriva una varia letteratura satirica in versi ed in prosa.

Pietro Aretino divenne ben presto assai noto, anzi assurse ai pericolosissimi fasti della gloria mondana, quando, alla morte del Papa, le sue pasquinate – composte durante il conclave che segnò l’lezione al trono pontificio di Adriano VI – rispecchiarono assai bene gli usi, i costumi e gli umori della società cortigiana del tempo. Le sue satire, le pasquinate, i Pronostici, La cortigiana, sono il frutto di un’epoca in cui l’invettiva non era scaduta ancora a pettegolezzo, anche se rivelano l’elasticità morale di un uomo il quale si serviva della penna per ricattare debolezze e vigliaccherie altrui.

Autodefinendosi «il secretario del mondo», egli volle offrire si se stesso l’immagine di un uomo consapevole della negatività del prossimo suo, e pronto a sfruttarla a proprio uso e consumo, dalla concessione ideologica con il mestiere del giullare e con la espressione farsesca, quella esperienza esistenziale ed autobiografica dei commercianti, esibizionisti della battuta, nelle osterie e nelle cantine, dalle storie strane e dalle facezie, delle iperboli; con l’amarezza di gente delusa e perciò generatrice di una satira acerba, e che trasmetteva le irridenti clownerie. Questo il tipo di genialità popolaresca e di sensibilità pauperistica rivissuta.

Da dove viene la nostra satira?, sicuramente da Raffaele D’Anzi, quella in vernacolo, dalla ironia dei barbieri che dai saloni, per pubblico i clienti, sfottevano i passanti ed i politici e commentavano e parodiavano i dittatori di periferia e di Roma in chiave di opposizione radicale al potere, dal guitto sottoproletario e popolare, viene fuori il profeta proletario, l’eroe modellato sui tribuni della plebe, ma che proviene dai visionari contadini e viandanti, cantastorie e novellisti eretici del conformismo e del potere, affascinati da un comunismo egualitario di tipo moralistico.

La capacità di indignarsi dinanzi alle ingiustizie: denuncia, emozione, spettacolo; questa la fabulazione fantastica nel ravvisare il grottesco, il rovesciamento e l’illogico dei comportamenti eterni del potere e di chi è soggetto al potere.

Le clowneries dei nostri rari giullari delle vere e proprie tirate grottesche contro i potenti.

Ludovico Antonio Muratori riconosce che il giullare era una figura del popolo, che dal popolo prendeva la rabbia per ritrasferirgliela mediata dal grottesco.

I giullari furono duramente perseguitati, e nel Medioevo vennero scuoiati, e veniva loro tagliata la lingua. Il giullare di piazza poi diventa così giullare di corte e le sue clownerie non sono più strumento di comu-nicazione con il popolo ma intrattengono i cortigiani e blandiscono il sovrano.

Mimi, histriones, scenici, poetae, comoedi, comici, scurrae, joeulares, joeulatoras, corauli, contatres, cytharistae, musici primini, e buffoni, il cui repertorio consisteva in Verba jocosa, jocularia, strophe, storielle impertinenti o procaci monologhi, ballate, invettive …

E il potere incarnato dagli uomini che ostentano o vorrebbero ostentare i crismi del para divino, dell’onnipotenza e che invece hanno debolezze ed abitudini para umane e subumane, quelle della ingordigia e della fame, della libidine e della violenza, dell’istinto e tutti quei bisogni corporali cui è soggetta la infima specie.»

Né si possono dimenticare i padri della satira contro le donne  di Marziale, Gioveniale ed Aristofane. 

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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