LA BASILICATA CHE VORREI

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Che nessuno possa dire che non avremo provato, fino alla fine, ad immaginare un posto diverso. Inauguro qui una rubrica nella quale proviamo a sognare, tanto sognare non costa nulla e al massimo consumiamo un po’ di banda di chi ci avrà la pazienza di leggerci.

Nella Basilicata che vorrei, innanzitutto, e prima di qualunque altra cosa, c’è una VISIONE. La massima di James F. Clarke (“Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione“) è usata e abusata, ma è sempre valida, soprattutto in momenti bui come l’attuale. Io vorrei un governo della regione che sia capace di pensare a come sarà la Basilicata fra 20, 30, 40 anni e lavori per arrivarci. E non è affatto banale come potrebbe sembrare.

Innanzitutto, una visione comporta necessariamente investire in alcun settori integrando ogni tipo di risorsa disponibile, e non investire in altri, o investire meno. E questo può comportare scelte dolorose, sia per i settori non strategici per la visione, sia per il politico (o lo statista?) che fa questo genere di scelte, perchè significa fatalmente inimicarsi una fetta di elettori, che alla prossima elezione potrebbero non sostenerlo più. Ma il tempo dei finanziamenti a pioggia ovunque, per non scontentare nessuno è finito, e i risultati sono stati veramente risibili, complice anche – appunto – una assenza di visione rispetto al risultato che si voleva ottenere, che non fosse quello meramente elettorale e clientelare.

Secondo: una visione comporta scelte coraggiose e appunto futuristiche, nelle quali esiste la possibilità di una certa percentuale di fallimento. Fallire in una scelta strategica che era stata chiaramente espressa, che so, in campagna elettorale, e della quale quindi ci si assume la responsabilità, è un rischio che nessun politico vuole affrontare. Ad esempio, sul tema dello spopolamento in Basilicata, io proverei ad importare con i necessari adattamenti territoriali il modello Riace di Domenico Lucano sulla accoglienza dei migranti, oppure il modello Farm Cultural Park a Favara di Andrea Bartoli, sapendo bene che possono fallire, se trapiantati dal luogo dove sono nati, o possono fallire per il solo fatto di essere il risultato di sperimentazioni e tentativi. Ma qualcosa bisogna pure fare, che sia diverso dal lamentarsi “che i giovani vanno via”, e allora tanto vale assumersi il rischio di provare e naufragare. Qualcosa, comunque, si sarà seminato.

Terzo: una visione strategica di medio – lungo periodo implica necessariamente l’abolizione definitiva del concetto di rivoluzione. Non è pensabile che una visione possa trovare radici e strutturarsi in soli cinque anni, e quindi questo implica che non ci siano “rivoluzioni” ad ogni nuovo governo regionale. Implica l’idea che la visione sia così radicata e stabilmente accettata e condivisa da essere portata avanti, con metodi diversi, ovviamente, da qualunque compagine politica salga al governo. E questo francamente mi sembra si schianti disastrosamente contro il narcisismo patologico e la totale assenza di umiltà di chiunque si affacci alla gestione della cosa pubblica nella nostra regione e nel nostro paese. Tutti vogliono cambiare tutto, sempre. E quindi si ricomincia sempre daccapo, un po’ in meglio ma più spesso un po’ in peggio, rispetto al governo precedente.  Con buona pace dei cittadini, sempre più carne da macello da tritare.

N. 1 – UNA VISIONE

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Sull' Autore

Ida Leone

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.

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