Va a finire che dobbiamo dare ragione a Renzi quando si batte per non dare spazio ai tecnici nella gestione del recovery Fund. La storia della mascherine gioca tutta a suo favore. Per giorni e giorni il Commissario straordinario Arcuri ha lanciato appelli per la riconversione di alcune fabbriche tessili nella produzione di mascherine. E’ stata attivata anche Invitalia per finanziare parzialmente questa diversificazione produttiva e il risultato è che dopo aver creato linee, comprato il materiale, avviato la produzione, stoccate le prime scorte, l’ineffabile Arcuri ha fatto un contratto gigantesco con la FCA, praticamene lasciando tutti gli altri produttori a bocca asciutta. La cosa è grave e tocca anche la basilicata. Ne ha parlato in terza commissione consiliare il rappresentanme della Confapi, (Confederazione italiana della piccola e media industria privata) Cosimo Muscaridola “Questa audizione – ha subito chiarito– ha ragion d’essere per tutta la regione costretta a subire le scelte del Governo nazionale che non sta tutelando gli imprenditori locali che hanno riconvertito la propria attività in una situazione di emergenza che richiede la fabbricazione di materiale per la tutela personale, soprattutto mascherine. Ebbene – ha detto Muscaridola – dopo aver ricevuto la richiesta da parte della Stato centrale di convertite la produzione industriale anche per meglio poter affrontare la seconda fase pandemica tuttora in corso, il commissario Arcuri ben ha pensato e deciso, senza procedere ad alcun bando, di affidare la mega commessa di 24 milioni di mascherine al giorno per un importo tra i 5 e i 6 miliardi alla Fiat che, a sua volta, si è rivolta alla Cina dove è sorta un’azienda dedicata alle forniture per l’Italia. Si tratta, tra l’altro – ha evidenziato – di mascherine che non corrispondono ai parametri europei come denunciato da una nota trasmissione televisiva. Il risultato è che gli imprenditori italiani e lucani stanno chiudendo, il made in Italy con connesse garanzie di qualità, ancora una volta bistrattato, mentre la Basilicata sta assistendo ad una vera e propria invasione di mascherine cinesi, sicuramente fabbricate a basso costo, ma di non eccelsa qualità usando un eufemismo. Chiediamo, pertanto – ha continuato Muscaridola – che la Regione Basilicata si faccia promotrice di un appello che diventi protesta presso il Governo nazionale, provvedendo nel contempo, a rifornirsi dai produttori locali che fabbricano seguendo la norma vigente e offrendo le necessarie garanzie. Viene spontaneo chiedersi – ha chiosato – perché anche la nostra Regione ricorra alle mascherine della Fiat, ovvero cinesi, mettendo a grave rischio l’autosufficienza aziendale e facendo paventare un futuro quanto meno incerto per l’imprenditoria autoctona con la relativa occupazione?”.
Intervenuti nel dibattito i consiglieri Cifarelli (Pd) che ha ricordato la sua mozione presentata il 4 dicembre in Consiglio regionale con la quale si invitava la Regione ad approvvigionarsi in loco per il giusto sostegno alla produzione lucana ed al made in Italy. “Serve, dunque – ha detto Cifarelli – un’azione incisiva ed immediata, tracciando in Consiglio regionale una corsia preferenziale per una mozione che, altrimenti, rischia di essere discussa fuori tempo massimo”. Il consigliere Acito (Fi) ha inteso cogliere “il grido di dolore delle imprese lucane che si trovano fuori mercato, sottolineando che anche un commissario straordinario non può e non deve derogare dalle regole comunitarie riguardanti gli appalti pubblici. Tutelare il sistema produttivo lucano, anche rivolgendosi all’Anac per verificare la bontà della normativa adottata ed i requisiti utilizzati per l’affidamento alla Fiat. La Regione Basilicata, dal canto suo, potrebbe incidere sulla normativa facendo pressioni presso il Governo centrale, denunciando le storture di un sistema che va a discapito di chi con grandi sacrifici ha scelto la strada della riconversione industriale”.