“LA CORTE DEI MIRACOLI”

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LUCIO TUFANO

            È l’antiolocausto. La negazione di tutto ciò che ha riguardato le ideologie della razza, il mito, la purezza dei popoli, la stirpe. È il riscatto degli impuri, la rivolta vittoriosa delle vittime, contro Mathausen, perciò si è definita sin dal Medio Evo “corte dei miracoli”, quell’assetto di gerarchie del sottomondo urbano, tra leaders prototipi e campioni delle sottorazze, esponenti di massa, di quella umanità pur ricca di risorse, spunti, idee, movimento, cha ha pullulato le piazze e ha dato nei millenni, grazie a Plauto, a Terenzio, a Molière, a romanzieri e poeti, a Victor Hugo, a Goldoni, ai grandi commediografi, da Aristofane al Rabelais, al Pulci, al Racil, ad Edmond Rostand, al Cervantes, Achille Beltrame, Arturo Graf …, personaggi, emblematiche maschere per i teatri del mondo, ed ha fornito caratteri, colore e connotati che hanno infervorato il pubblico, hanno rinverdito la letteratura e riempito le ribalte, anche quelli della Commedia dell’Arte.

Si vuole dare una risposta alle perenni ingiustizie che la Storia opera nel vasto sterminio dei protagonisti, nella casuale o imposta selezione degli uomini e dei loro destini, una reazione degli uomini, una sorta di opposizione cumulativa e inconsueta contro gli invisibili e visibili anfitrioni, i burattinai, gli strateghi delle diaspore, delle azioni disumane, delle tirannidi incomprensibili, i registi degli empi e duraturi disegni.

Sono gli epigoni di quel mondo sprovveduto e rassegnato, l’imperfetta ragione di esistenze occasionali, di quella fiaba ingenua dei deretani obesi e degli strabismi assonati, dei nani e degli allampanati, di quella mansueta moltitudine di miracolati, mai epurata da Mathausen, né dalla preventiva puntura di Sabin.

Abbiamo quindi colto l’aspetto sociale più depresso, l’infimo stadio, il degrado di una promiscua umanità ai margini, proprio per dotarla di una ragione di riscatto, di rivolta morale contro i poteri del discrimine politico e storico che l’hanno sempre relegata nei ghetti delle città, nel suburbio delle metropoli, misconosciuta od ignorata dagli snobismi, anche utilizzata demagogicamente dagli Stati, dalle rivoluzioni e dalle democrazie fittizie e paternalistiche, tollerata dalla conservazione ipocrita, ritenuta inutile e fastidiosa da chi, inebriato dal potere e dal successo, ha pensato di disfarsene, di liberare le città da presenze ingombranti come si fa con i cani randagi e con le cose superflue e prive di qualsiasi valore.

Abbiamo voluto, con “Il Canapone”, erigere una sorta di redenzione e di riscatto, non nel senso fraternalista, dell’ama il tuo prossimo, bensì una riappropriazione di identità, investimento culturale, una asserita convinzione della loro utilità sia come convivenza urbana, sia come teatro globale in connessione ai suoi nessi antropologici.

Non materiale umano da escludere, da selezionare, bensì da utilizzare, da sublimare per l’immenso, grandioso progetto culturale e di riscatto biblico di quella moltitudine che ha ballato, con le più strane giravolte, ha compiuto i suoi salti, le sue capriole, dimentica della sua infima condizione, ma in preda alla bizzarria, alla gioia del vedere e del sentire, nell’infinito concerto delle creature, nelle emozioni vibranti della luce e del giorno, nello sgomento lieve della notte, nell’avvilimento duro della morte, nel passaggio delle stagioni, con i suoi più lunatici aggiramenti, porgendosi le mani e chiudendo con la riverenza, e poi, tra i più gagliardi, a farsi scambietti …, sovraumanazione umana delle maschere, e per cui, infine, il vino, aggiunto all’accalorarsi della danza e dell’aggirarsi intorno, compie il suo imperturbabile girotondo, sul sipario del mondo: fanno finta di cadere come se non fossero più vivi.

Ma anche quelli che come l’uomoelefante, Maciste, don Chisciotte e Sancho Panza, Cyrano de Bergerac e Pinocchio, dal naso pendente o lungo, dritto o storto, quelli dal naso grosso, enorme, tutto e solo naso, naso a proboscide; gnomi di casa, gnomi di ufficio, e quelli che si scorgono nei boschi, giubberelli, corti e foschi con capperuccio scarlatto, o accoccolati presso un ciglione della strada, sulle anche, e che si stropicciano il deretano e anche, piagnucolano e soffiano, come li descrive Arturo Graf, o altri favolisti … che hanno gambe nella piazza e testa nel sonno, imbambolati nel fragore del silenzio che non dà spiegazioni.

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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