LA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA NEI RICORDI DEL GENERALE CARLO ALFIERO, EX DIRETTORE DELLA DIA

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MARTINA MAROTTA

MARTINA MAROTTA

Oggi ho l’opportunità, unica, di scambiare “quattro chiacchiere” con il Generale dei Carabinieri Carlo Alfiero, uomo che ha messo a disposizione ed a servizio dello Stato lunghi anni della sua vita. Il Generale ha ricoperto incarichi militari ed istituzionali di rilevante importanza. Nel corso della sua carriera è stato comandante del Gruppo Carabinieri di Roma negli anni del terrorismo, successivamente in Campania ha combattuto in prima linea la Camorra, comandante poi della scuola Ufficiali Carabinieri e poi Comandante della Divisione Pastrengo di Milano. Infine, Vice Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, il massimo grado che un Carabiniere può raggiungere. Dal 1997 al 2001 l’esperienza, importantissima, come direttore della D.I.A. Negli anni successivi è stato nominato, dal Presidente del Consiglio, Prefetto di Viterbo, per tre anni, e nel 2006 ha ricoperto l’incarico di Commissario per l’emergenza ambientale in Calabria.

Generale, Lei è stato Direttore della D.I.A. dal 1997 al 2001, un incarico che sicuramente ha lasciato il segno nella sua vita e nella sua lunga carriera. La D.I.A. è nata con precisi scopi, la gente comune ne parla, spesso, non conoscendo l’utilità e le funzioni di una struttura come questa. Lei, che l’ha diretta per 4 anni, potrà sicuramente chiarirci le idee.

Innanzitutto, voglio precisare” mi dice il Generale Alfiero “che tutto quanto dirò si riferisce alle situazioni dell’epoca e quindi non sempre è valido e trasferibile all’’attualità la cui conoscenza compete alla dirigenza in carica, unica in condizione di riferirne appropriatamente. Nel 1991, sull’onda emotiva determinata dall’allarme antimafia,nell’ambito di una visione globale di lotta al fenomeno mafioso che abbraccia il contesto legislativo, quello di indirizzo strategico, nasce la D.I.A.. Questa Struttura avrebbe dovuto concentrare gli sforzi conferendo un carattere unitario all’azione di contrasto ai sodalizi criminali, condotto sia sul piano nazionale sia internazionale, con un’azione a tutto campo, preventiva e repressiva. Nel corso del tempo, però, la legge non viene applicata in ogni suo aspetto e per quanto attiene ai profili di polizia, permane un certo margine di incertezza, in quanto la D.I.A. condivide un impegno funzionalmente analogo con le strutture specializzate delle Forze dell’Ordine. La Direzione Investigativa Antimafia, tuttavia, conserva la specificità riconosciutale dalla legge istitutiva di strumento strategico di lotta alla criminalità organizzata, capace di anticipare gli sviluppi del divenire mafioso e trasferendo il contrasto dal singolo evento al fenomeno nella sua globalità” . In questo contesto Il concetto di “lotta al fenomeno più che al singolo evento” rappresenta di per sé un indirizzo strategico che merita molta attenzione e che si sviluppi su due livelli distinti ma tra loro interconnessi: quello preventivo e quello repressivo. La D.I.A. nell’ambito del sistema di polizia antimafia italiano, si pone come il principale interlocutore, anche a livello internazionale, per la costituzione di un fronte coordinato contro la criminalità organizzata”.

Ci può parlare delle strategie?

L’investigazione preventiva è in sostanza un’attività d’intelligence mirata specificamente al fenomeno del crimine organizzato. Tale attività è finalizzata alla ricerca di riscontri investigativi di alta connotazione qualitativa e capace di contrapporsi all’evolversi continuo dei fenomeni attraverso i quali la criminalità organizzata incrementa i propri illeciti guadagni (immigrazione clandestina, sistema degli appalti, ecomafie). L’attività di polizia giudiziaria condotta dalla D.I.A. non è, né potrebbe essere, a tutto campo, ma è altamente selettiva, diretta alla disarticolazione degli effettivi centri decisionali e di potere dei sodalizi (quelli cioè che determinano le strategie mafiose, i settori di illecito interesse e le alleanze tra gruppi). Le mafie adottano strategie che mirano ad ottenere l’inabissamento, per la duplice esigenza di sottrarsi quanto più possibile all’attenzione dell’opinione pubblica ed alla pressione istituzionale ma nello stesso tempo mirano all’attacco all’economia sana attraverso l’individuazione di settori di sfruttamento (appalti pubblici, finanza, ambiente, patrimonio artistico e culturale, con una capacità rigeneratrice idonea ad adeguarsi continuamente alle situazioni contingenti. A fronte di tali linee d’azione la D.I.A. ha così orientato i propri indirizzi strategici:- conseguimento di una sempre maggiore specializzazione tendente ad affinare metodologie di analisi ed investigative nonché a selezionare e preparare il personale; – attenzione ai settori d’interesse illecito, in modo da anticipare i possibili campi di sviluppo e predisporre conseguenti efficaci azioni di risposta; – elaborazione di procedure di contrasto innovative nell’ambito del riciclaggio, sulla base dell’esperienza acquisita negli accertamenti sulle segnalazioni delle operazioni sospette, a attenzione alla gestione degli appalti, per rendere più impermeabile il sistema all’insinuazione mafiosa. ricerca dei latitanti di rilievo; incremento dell’attività a livello internazionale”.

Generale si dice che, oltre alle mafie italiane, anche quelle straniere cominciano a far sentire la loro presenza

Le mafie oggi non sono più un fenomeno rigorosamente radicato al territorio di origine. La proiezione oltre confine delle loro attività illecite di matrice organizzata rende il confronto molto più complesso rispetto al passato. La transnazionalizzazione del crimine è un concetto oramai acquisito e consolidato nella cultura dell’antimafia, ed implica metodi di lotta sempre più incisivi e differenziati. L’abbattimento delle frontiere è stata occasione per importare ed esportare criminalità di Paesi differenti. Sotto questo profilo la D.I.A. studia e valuta tutti i fenomeni che riguardano il nostro Paese, fin dai momenti in cui le manifestazioni criminose appaiono come episodi sporadici o di scarso rilievo. Dall’estero arrivano le grandi organizzazioni criminali, con specifico riguardo a quelle provenienti dall’area dell’Ex Unione Sovietica e dalla Cina, a quelle dell’area balcanica ed albanese. i grandi traffici internazionali, da quello dei clandestini a quello dei tabacchi lavorati esteri, considerati quali canali di sempre maggiore arricchimento delle organizzazioni criminose.”
Le organizzazioni criminose in Italia sono nate in particolari ambienti e si sono radicate in alcune regioni per poi espandersi nel resto del territorio nazionale. La Mafia, quella propriamente detta è nata e si è sviluppata in Sicilia, in Calabria la Ndrangheta, in Puglia La Sacra Corona Unita, In Campania la Camorra”.

Lei ha seguito molto, nella sua lunga carriera, la Camorra. Cosa può raccontarci, velocemente, della camorra?

Non è facile parlare compiutamente di organizzazioni mafiose in generale e di camorra in particolare: si corre il rischio di passare dalla banalità al tecnicismo esasperato e noioso o, peggio ancora, all’enfatizzazione di situazioni che, lontane dal loro contesto, rischiano una lettura distorta ed allarmata. Mi viene in mente un personaggio di Sciascia -guarda caso un Capitano dei Carabinieri- il quale, rientrato dalla Sicilia, ad un gruppo di amici che gli chiedevano “ma la mafia? Cos’è questa mafia?” non trova altro da rispondere, quasi biascicando: “la mafia è …. terribile …. ecco!”. Per evitare di risolvere in analoga maniera questa mia risposta e per cercare di conferire organicità al discorso, mi sembra opportuno dare qualche cenno generale sul fenomeno camorristico per il suo carattere esemplare dell’intero fenomeno criminale. “Camorra”, il cui etimo non è certo, indica un comportamento malavitoso, un agire ingiusto e disonesto, una prevaricazione dei più forti e violenti sui più deboli. Il termine ha duplice significato: indica infatti il fenomeno nel suo complesso ma anche semplicemente l’oggetto dell’attività camorristica. E’ questa seconda accezione dà già una inequivocabile indicazione sulla sua attività originaria e tuttora prevalente che è l’estorsione. Caratterizzata da spontaneismo delinquenziale, la camorra sorge come fenomeno inizialmente urbano e si presenta subito come organizzazione dinamica, duttile, suscettibile di cambiamenti e mimetizzazioni che le consentono di adattarsi ad ogni situazione, capace di sopravvivere a reiterate repressioni, sempre riemergendo con forza ogni volta che la si dà per finita”.

Sarebbe interessante approfondire l’argomento e la storia della Camorra, e ci proponiamo di fare un’altra lunga chiacchierata specificatamente su quersto argomento. Come può in questo momento definire, con poche parole, le attività della camorra?

La camorra, pur non abbandonando del tutto l’economia del vicolo, cui è tradizionalmente legata e che le consente di mantenere il controllo del territorio urbano, si trasforma e si afferma come camorra imprenditrice. L’organizzazione -per fortuna – non assurge, però, a livelli elevatissimi: la camorra non è portata a grandi processi aggregativi che vadano oltre il clan. Il nuovo sistema consente, comunque, attraverso l’organicità del prelevamento estorsivo, un’efficiente “fase predatoria”, con una grande accumulazione di denaro e conseguenti esigenze di reinvestimento. Nasce così e si afferma la camorra imprenditrice con i suoi rapporti con il mercato legale, il mondo imprenditoriale e il sistema politico-amministrativo. I proventi delle estorsioni vengono in parte distribuiti, in una sorta di mutuo soccorso, agli ammalati, alle vittime delle guerre tra i clan, ai carcerati ed alle loro famiglie. É la droga che fungendo da acceleratore economico, fa diventare la camorra economicamente così potente. In pratica la droga permette al camorrista un’enorme e rapida “accumulazione primitiva” e lo eleva al rango di imprenditore, finanziere, operatore di base. Potrebbe farlo e lo ha fatto anche con altri mezzi, ma mai così velocemente. La camorra non ha una struttura verticale e gerarchica, ha carattere urbano: versata perciò al commercio, ed ai rapporti con le istituzioni. Ha capacità di integrazione con gli strati più poveri della popolazione e sa confondersi con l’illegalità diffusa; è indifferente alle ideologie politiche: la sua tradizione mercenaria la rende disponibile a chiunque possa contraccambiare i suoi favori. Anche quando ha apparentemente sostenuto cause politiche l’ha fatto legandosi a singoli uomini politici e non a partiti o correnti. I legami con la politica non sono mai diretti ed espliciti. La camorra strumentalizza e sfrutta il disordine sociale. In realtà la camorra all’inizio dispone soltanto del suo potenziale di violenza. Esaurita la fase predatoria nella quale consegue l’accumulazione primitiva di risorse, essa si trova a gestire un patrimonio eccedente le esigenze di sopravvivenza e di organizzazione, con capitali quindi da reinvestire. Il problema, almeno all’inizio, non è semplice non essendovi tra le fila della camorra persone preparate sul piano imprenditoriale: viene risolto o muovendosi su livelli molto semplici quali quelli dell’edilizia dove già c’è una specifica tradizionale competenza, ovvero rivolgendosi al mercato illegale dove le regole del giuoco sono più vicine e congeniali al delinquente. Ma anche quando il reinvestimento avviene sul mercato legale – come l’imprenditoria edile – l’impresa camorristica presenta sempre un alto tasso di illegalità interna, perché illegali restano le metodologie di accaparramento del lavoro o il modo di realizzarlo. Ed anzi è proprio l’alto livello di illegalità che le consente -in assenza di competenze specifiche- di sopravvivere e dominare sul mercato. La logica predatoria rimane e nell’organizzazione aziendale si traduce nello sfruttamento di atipici vantaggi competitivi: lo scoraggiamento della concorrenza con l’uso della violenza; la compressione salariale, attuata o elargendo stipendi più bassi o non corrispondendo emolumenti previdenziali, sicuri che nessuno se ne lamenterà; l’evasione fiscale evitando, anche con l’intimidazione, la fatturazione per gli introiti e facendo lievitare quella per le spese. Questo passaggio dal livello predatorio a quello imprenditoriale presenta in genere in provincia una maggiore velocità di evoluzione. Per contro vi sono settori che richiedono un grande bacino di utenza come il lotto clandestino, il contrabbando e lo stesso smercio della droga che non avrebbero senso se non in una città ad elevato indice di concentrazione urbana come Napoli o Roma. Il passaggio successivo dell’impresa mafiosa riguarda il rapporto con il mondo politico-amministrativo. Tale rapporto nel Mezzogiorno è pressoché obbligato, perché in questa area l’unico soggetto economico importante è la Pubblica Amministrazione attraverso gli Enti locali. Non ci sono altri soggetti forti: il denaro circolante passa solo attraverso le istituzioni pubbliche e segnatamente i Comuni. E’ con essi, detentori monopolisti di servizi sociali di pubblica utilità – quali l’ambiente, la pulizia, le pompe funebri- che la camorra intreccia rapporti di affari. Diventa allora facile ad organizzazioni che sul territorio sono già forti, rapportarsi ad organizzazioni pubbliche, entrare successivamente nei meccanismi di funzionamento delle pubbliche amministrazioni o addirittura cercare di sostituirsi ad esse, anche con il ricatto. In proposito si pensi alla capacità di pressione di ditte che hanno l’appalto delle pulizie con la possibilità di mettere in
ginocchio un ente locale semplicemente non lavorando per qualche giorno. Merita molta attenzione l’inserimento della Camorra nel campo mobiliare. La struttura orizzontale, in questo caso, rende molto inquietante l’ipotesi perché la camorra potrà tentare qualsiasi scalata finanziaria anche quando specifiche normative non dovessero consentire un’elevata concentrazione di capitali nelle mani di una sola persona o di un solo gruppo. Essa avrà comunque la possibilità di aggirare la regola, parcellizzando fittiziamente i capitali e conservando per contro un’unica rigida gestione. La camorra risulta già impegnata nella costituzione all’estero di imponenti “joint venture” con holding economiche, non necessariamente legate alla criminalità. In particolare, battendo tutti nel tempo – finanche la mafia siciliana – si è inserita nei Paesi dell’est ove le indagini condotte di concerto con organismi internazionali (Gruppo Trevi, Interpol, Servizio Antidroga), hanno consentito di accertare già da tempo che essa sta cercando spazi non solo nei settori privati del terziario – alberghi, ristoranti, negozi di abbigliamento – ma anche in quello pubblico degli appalti e in quello privato dell’edilizia, utilizzando le strutture e le esperienze maturate in tale settore in Patria. Indagini effettuate in Italia avevano evidenziato anche sicuri interessi della camorra nei sottonotati settori -molto appetibili ed apparentemente legali- con l’ovvio ricorso ai consueti metodi di violenza e di intimidazione: il mercato del tempo libero, come i grandi parchi di divertimento, settore mai in crisi e che richiede grandissimi capitali iniziali ed unicità di gestione; il settore turistico direttamente connesso al precedente che richiede, oltre ai capitali, grande capacità organizzativa e molta determinazione per evitare ingerenze estranee”.

Signor Generale, lei che ha condotto in prima persona la lotta a queste forme di criminalità organizzata, ci ha fatto dono delle sue conoscenze e della sua lunga esperienza parlandoci del fenomeno camorristico da esperto, da chi quotidianamente ha dovuto studiare il fenomeno e nello stesso tempo alzare uno scudo a difesa delle istituzioni e dei cittadini e di questo l’Italia e gli italiani non possono che esserle grati. Approfitto della sua disponibilità per chiederle un piccolo quadro sul fenomeno mafioso che è nato e radicato in Calabria.

La Calabria ha avuto significativi ritardi nell’evoluzione sociale a causa dell’eccentricità geografica e politica rispetto al Potere Centrale, e di una disattenzione culturale penalizzante per l’emancipazione della popolazione dal degrado centenario in cui versava. Gli agglomerati urbani sono sorti polverizzati sul territorio della Regione ed hanno acquisito una connotazione sociale di tipo rurale e tribale, con rare relazioni reciproche, rese ancor più difficili dall’assenza di un razionale sistema viario e dalla vocazione alla vita autarchica del latifondo. Tale contesto ha influito sull’evoluzione strutturale e funzionale della criminalità calabrese che, per lungo tempo, è stata caratterizzata da un coacervo di organizzazioni delinquenziali di tipo familiare, diffuse sul territorio e reciprocamente autonome, deputate sostanzialmente all’attività di intermediazione tra il contado ed i latifondisti. La ‘Ndrangheta risulta dunque un’organizzazione criminale radicata ormai sul tessuto sociale calabrese da cui deriva istanze evolutive e su cui afferma un controllo territoriale totalitario. Rimane prevalente la natura parentale delle cosche (‘ndrine), che favorisce l’omertà e la coesione interne e la sostanziale autonomia nelle rispettive aree d’influenza. Negli ultimi anni, la ‘Ndrangheta ha notevolmente ampliato la sua presenza sul territorio nazionale, creando una rete operativa estremamente efficiente per compartimentazione e segretezza e riproducendo in Italia e all’estero le strutture ordinative presenti da decenni nella regione Calabria. Gli interessi perseguiti rimangono le estorsioni, le infiltrazioni negli appalti pubblici, attraverso le c.d. “imprese a partecipazione mafiosa”, il traffico di armi e stupefacenti”

La ‘ndrangheta era strutturata sul territorio e come agiva?

La realtà che emergeva dai momenti repressivi si poteva così sintetizzare: 1) le cosche calabresi hanno operato una precisa suddivisione del territorio ove esercitare “il controllo mafioso”; 2) le predette organizzazioni hanno creato in altre regioni d’Italia (Lombardia, Piemonte, Liguria, Trentino Alto Adige, Emilia Romagna, Lazio, Marche e Umbria), propri “distaccamenti/basi operative”, inquinando territori economicamente e socialmente più sviluppati e trasferendovi il sistema mafioso; 3) le operazioni hanno dimostrato che il traffico di stupefacenti nel territorio nazionale è controllato dalla ‘Ndrangheta calabrese, che si approvvigiona direttamente dal Sud America e dal Medio Oriente; 4) furono inoltre riconfermati stretti rapporti della ‘Ndrangheta con esponenti della COSA NOSTRA siciliana; 5) le propalazioni dei collaboratori di giustizia hanno aperto una falla nell’organizzazione malavitosa calabrese ed al tempo stesso hanno permesso di delineare gli aspetti più reconditi del fenomeno, presentando la ‘Ndrangheta come una vera e propria multinazionale del crimine”.

In Puglia esistono organizzazioni criminali che agiscono con sistemi mafiosi. Cosa succede?

La criminalità organizzata in Puglia, a differenza delle altre realtà criminali del meridione, nasce in un periodo piuttosto recente (1979-1980), in un momento in cui all’interno degli Istituti Penitenziari pugliesi sono reclusi soggetti appartenenti a sodalizi criminosi della ‘ndrangheta e della camorra. Pertanto, non esiste una vera e propria criminogenesi pugliese ma un’importazione dei modelli criminali dalla malavita calabrese e campana. La posizione geografica, particolarmente favorevole per la gestione di traffici illeciti con l’area balcanica, e la vicinanza a regioni ad alta vocazione criminale, hanno consentito il consolidarsi di formazioni devianti organizzate hanno conquistato maggiore autonomia dando vita, nel 1983, alla c.d. Sacra Corona Unita. Il panorama attuale è cambiato, grazie all’intensa attività di contrasto promossa dalle Forze dell’Ordine ed alle dinamiche interne alle stesse organizzazioni che, indebolite da cruenti fenomeni centrifughi e persi i riferimenti tradizionali anche a causa del fenomeno della “collaborazione”, si sono polverizzate in un insieme indistinto di realtà criminali, confuso con il proliferare della microcriminalità effervescente e non sempre controllabile. In Puglia in sostanza le consorterie malavitose benché frazionate sul territorio e prive di collegamento strutturale, sembrano indirizzare le loro attività criminali al traffico di stupefacenti, di armi, di contrabbando di T.L.E., consolidando i rapporti con realtà criminali del Montenegro e della ex Jugoslavia facilitati in ciò: 1)da motivi geografici, di vicinanza e di facile accessibilità, per i limitati dei controlli doganali; 2)dalla situazione politico-istituzionale di anomia persistente acuita dalla crisi bellica; 3) dalla precaria condizione economica, che risulta appetibile anche alle organizzazioni criminali di medio livello. Peraltro, sin dagli anni Settanta, i criminali pugliesi, prima per conto della Mafia, della Ndrangheta e della Camorra, poi in autonomia, hanno progressivamente organizzato il contrabbando di T.L.E., delineando precise e collaudate rotte Balcani Puglia. In tale attività viene impiegata una vera e propria flotta di motoscafi, riparati in territorio slavo e montenegrino, disponibili ad essere utilizzati nel traffico di stupefacenti e di armi, nonché per la gestione dell’immigrazione clandestina di albanesi, cinesi e cittadini dell’ex Iugoslavia, a cui sembra essersi convertito lo strumento della criminalità pugliese.”

Nel corso del Suo incarico da Presidente della DIA qual è stato il caso più difficile che ha dovuto affrontare?

Il direttore della DIA segue ovviamente tutti i casi (specie quelli più importanti) che sono però trattati direttamente dagli operatori e dalle sezioni della struttura. Il suo impegno è concentrato soprattutto sulle strategie dell’istituzione e di questi la più impegnativa ai miei tempi fu certamente l’internazionalizzazione dell’attività (perseguita e conseguita ad altissimo livello). Quanto e come le associazioni mafiose riescono a trarre profitti anche sui fondi destinati alle ricostruzioni dopo eventi sismici? La criminalità organizzata cerca profitti ovunque se ne presenta l’opportunità. I fondi destinati alle ricostruzioni delle zone terremotate rappresentano l’ideale sotto questo punto di vista per il clima di urgenza e di grandi difficoltà nel quale gli Enti preposti sono costretti ad operare e dei quali invece il crimine può approfittare.”

Qual è il ruolo che i giovani del nostro Paese possono ricoprire nel contrasto alla criminalità organizzata?

Un ruolo fondamentale! I giovani sono il futuro di quella lotta al crimine di cui noi ed i nostri predecessori abbiamo creato solo la premessa.”

Cosa può augurare un ex Direttore della DIA, dall’alto delle sue conoscenze, all’Italia e agli italiani?

Continuare nella lotta convinti della sua necessità e fiduciosi nel successo”

Signor Generale, la ringrazio per la sua disponibilità per questa intervista, per quanto ha fatto per l’Italia e per gli italiani perché, combattendo la criminalità organizzata, ha contribuito a costruire un Paese, arricchito di sani principi sociali e umani, da lasciare a noi giovani. Grazie.

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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