FAUSTO VILLANI
Quando il denaro era formato da pezzi d’oro o d’argento, il lungo periodo della circolazione aurea, poco importava chi avesse coniato quella singola moneta, semplificando notevolmente potremmo dire che l’emissione di moneta era: a) decentralizzata (chiunque poteva “battere” dell’oro e creare moneta); b) a circolazione quasi universale. Solo in tempi abbastanza moderni, circa dal settecento, è aumentata la pratica di coniare monete composte da metalli meno “nobili” e leghe. La storia più recente è caratterizzata dall’emissione di carta moneta che, salvo periodi bellici, poteva essere convertita a valore fisso con l’oro, potremmo dire una forma più moderna e pratica di circolazione aurea ma, pur sempre circolazione aurea.
Quel 15 agosto 1971 Nixon, per sostenere le enormi spese della guerra nel Vietnam, sospese gli accordi di Bretton Woods, sottoscritti nel 1944, che avevano impedito libere fluttuazioni monetarie e prevenuto qualsiasi genere di crisi finanziaria, dando vita ad un sistema monetario a libera emissione: ogni Stato era libero di coniare tutta la moneta che voleva. Questo meccanismo, come ben sappiamo, ha dato il via ad un capitalismo senza limiti, dove si ritiene che tutto sia possibile, fatto da ascese repentine e crolli ancora più rapidi. Il fondamento di questo sistema monetario è il controllo dello Stato sull’emissione della moneta e da qui discende l’assoluto divieto da parte di soggetti non statali all’emissione di moneta. Potremmo dire, sempre semplificando, che il valore della moneta attuale si basa sulla fiducia verso uno Stato emittente e sulla possibilità di scambiare beni e servizi (almeno nello Stato emittente) in cambio di moneta.
In realtà le cose non stanno esattamente così perché, oltre agli Stati, anche le Banche autorizzate dagli Stati stessi possono emettere moneta e lo fanno nel momento in cui concedono denaro in prestito di cui, in realtà, non ne sono in possesso basandosi sulla regola della “riserva frazionaria”, cioè possono concedere prestiti per importi notevolmente superiori alla riserva liquida realmente posseduta. Tutto questo normato e benedetto dagli Stati sovrani, per aumentare la massa di denaro circolante che a sua volta aumenta consumi, investimenti e dio PIL.
Questa lunga premessa mi serve per alcune riflessioni.
Il modernissimo ed iper tecnologico Bitcoin (ma anche le altre criptovalute) è in effetti un tentativo di ritorno al passato basato sugli stessi concetti validi nel periodo della circolazione aurea: difficoltà ed onerosità dell’estrazione; universalità dell’impiego; inutilità di un Stato centrale emittente e regolatore; scarsa disponibilità. Potrebbe, perciò, al di là delle speculazioni di breve periodo, ripristinare una situazione di calma monetaria, eliminando le fluttuazioni di cambio e le emissioni facili, fornendo il ruolo di “riserva” e di “cambio fisso” con le altre criptovalute (come una volta l’oro). Insomma un risvolto alquanto diverso, se non opposto, rispetto all’utilizzo essenzialmente speculativo che se ne sta facendo oggi.
La tecnologia blockchain, nelle sue varie accezioni, potrebbe portare alla: disintermediazione delle transazioni tra persone in tantissime situazioni che oggi non riusciamo neanche a pensare: compravendita di beni mobili ed immobili; sicurezza alimentare; identità delle persone; strumenti per lo stimolo dello sviluppo locale e la cooperazione degli attori economici; miglioramento dei meccanismi di scambio informazioni “machine to machine”; ecc. Il tutto basato sulla sostituzione di due paradigmi che potrebbero diventare obsoleti: fiducia tra le persone e fiducia nelle istituzioni pubbliche, con un nuovo paradigma: fiducia sull’immodificabilità delle informazioni connesse alle transazioni (di qualsiasi tipo) e fiducia negli smart contracts. Questo significa che una volta stabilite le regole (di una vendita, di un gioco, di un esame, ecc.) ci sarà un computer che le eseguirà automaticamente al verificarsi delle condizioni indicate, basandosi su una di quelle “leggi” che il grande Asimov aveva previsto già da tempo: “la disumanità del computer sta nel fatto che una volta programmato e messo in funzione, si comporta in maniera perfettamente onesta.”
Questo scenario potrebbe avere, in un prossimo futuro (magari già nel 2018), come accaniti oppositori gli Stati e le grandi istituzioni finanziarie che, come abbiamo visto, basano il loro potere sulla possibilità di essere gli unici soggetti con l’autorità di emettere moneta e gli unici certificatori di ciò che è reale e di ciò che non lo è.
Fantasia? Previsioni azzardate?
Al momento, credo, nessuno sia in grado di prevedere dove questa nuova rivoluzione ci stia portando, un po’ come, agli albori della nascita di Internet, nessuno era in grado di prevedere compiutamente cosa internet sarebbe stata e diventata.
Una cosa mi sento di affermare, se Internet, come dichiarato dal suo stesso inventore Tim Berners Lee, è più un’innovazione sociale che un’innovazione tecnica, blockchain sarà più: un’innovazione politica che un’innovazione tecnica.
