La crisi sanitaria tra regionalismo e mercatizzazione della salute.

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GERARDO LISCO

In una delle conferenze stampa il Presidente Conte ha ammesso che si è verificata una falla nel sistema sanitario con gli effetti che sono ormai sotto gli occhi di tutti e che alimentano una serie di dichiarazioni da Salvini, a Sallusti fino a Capezzone con l’intenzione di dare una spallata al Governo. E’ un fatto che il primo caso si è verificato in Lombardia, regione dove la Lega è nata e la fa da padrona, e poi in Veneto altra realtà regionale dove il centrodestra e la Lega continuano a mietere consensi. Tanto per rinfrescare la memoria il Titolo V  art. 117 della Costituzione 3° comma recita << Sono materie di legislazione concorrente quelle relative a: (…)  tutela della salute; (…) . Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei princìpi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato.>>  Se allo Stato spetta fissare i principi alle regioni spetta legiferare. Sul tema c’è una vasta Giurisprudenza della Corte Costituzionale ed un altrettanto ampio dibattito dottrinario. La mia riflessione non vuole riguardare questo aspetto ma il dato politico legato alle istanze regionaliste che tengono banco ormai da decenni. Dalle classifiche pubblicate da diverse testate giornalistiche si evince che, in ordine decrescente, le regioni con i migliori servizi sanitari sono:  Veneto, Toscana, Emilia Romagna, Piemonte, Lombardia per arrivare all’ultima la Calabria. Il risultato è apparso talmente lusinghiero da spingere il governatore del Veneto  Zaia a dichiarare, riferendosi all’articolo de la Repubblica dal quale ho attinto la classifica, <<  I numeri sono incontrovertibili la sanità veneta resta al primo posto per l’applicazione dei livelli essenziali di assistenza. I dati ufficiali testimoniano quanto vado ripetendo da anni: anche senza l’autonomia e a parità di fondi assegnati dal Fondo sanitario nazionale, esistono già due Italia. Una gestita con virtuosità e una piena di sprechi e cattivi servizi per i cittadini. Chi sostiene, quindi, che l’autonomia creerebbe un’Italia di serie A e una di serie B, dice una bugia facilmente smentibile. E lo dice per mano degli stessi uffici dei dicasteri dove si sono succeduti ministri che hanno trascorso un anno e mezzo a urlare che la nostra è la secessione dei ricchi, che condannerebbe il Sud a restare per sempre fanalino di coda>>.  Nel 2017 veniva emanato un nuovo DPCM con il quale venivano fissati LEA ossia i Livelli Essenziali di Assistenza in sostituzione di quelli precedenti. La classifica dei servizi sanitari regionali viene fatta rispetto alla griglia di valutazione fissata con i LEA. Non bisogna farsi ingannare dai criteri,  per il fatto stesso che in Italia oltre 11 milioni di cittadini rinunciano a curarsi perché non hanno risorse per far fronte a questa necessità si deve dedurre che il concetto di livello essenziale sia molto opinabile e che risponda a criteri soprattutto di ordine finanziario. Vista la classifica dei sistemi sanitari regionali ci si sarebbe dovuto aspettare che i primi casi di coronavirus si sarebbero dovuti verificare che in Calabria essendo l’ultima in  classifica. Se non in Calabria  a Pantelleria o in una di quelle aree oggetto di sbarco da parte  di frotte di immigrati irregolari. Invece no. Le prime regioni interessate alla crisi sanitaria sono state quelle con i sistemi sanitari più efficienti,  con il PIL pro capite più alto, con i livelli di reddito più elevato. Le prime ad essere state investite  sono le regioni più aperte alla globalizzazione e agli scambi con l’estero. Le più integrate nel sistema mondo. Sono le regioni dove l’ideologia della privatizzazione dei servizi pubblici essenziali, come la sanità, la fa da padrona ispirando le politiche regionali. Lombardia,  Veneto e Piemonte, oltre ad essere i sistemi economici più globalizzati  sono le regioni dove gli scandali legati alla “mala sanità” sono scoppiati in modo più virulento. L’ex governatore della Lombardia Formigoni è stato condannato in via definitiva per le inchieste giudiziarie legate alla sanità.  In  Piemonte le inchieste per casi di corruzione nella Sanità hanno visto il coinvolgimento del Presidente Cota e dell’assessore Regionale al ramo Ferrera.   In Veneto, nel 2014, una dirigente sindacale dell’USB denunciava su Contropiano  <<Non ci stiamo. Non assisteremo impotenti alla riduzione del diritto alla salute a variabile dipendente degli affari e dei profitti dei privati e lotteremo per la salvaguardia della sanità pubblica e dei suoi lavoratori a cominciare dalla reinternalizzazione dei servizi e dei lavoratori, (…) >> . Sempre in Veneto nel 2017 denunciava Piero Ruzzante consigliere regionale eletto nelle fila di Liberi e Uguali <<In passato ho denunciato più volte il problema delle liste d’attesa nel pubblico che esiste soprattutto in relazione con la sanità a pagamento. Qui però siamo di fronte a qualcosa di più di una carenza organizzativa, c’è l’utilizzo da parte di una Usl di un ‘trucco’ che ha modificato le priorità di decine di migliaia di prestazioni dal 2015: hanno taroccato le ricette dei medici di base, potrebbe essere il più grande scandalo della sanità veneta (…)>> In sostanza ben 44.000 ricette dei medici di famiglia , tra il 2015 e il 2017, vennero manipolate per favorire in questo modo la sanità privata. Notizia questa riportata dal Quotidiano Sanitario online del Veneto.  Di notizie di questo tenore a volerle cercare ce ne sono tante che lasciano intendere una sola cosa e cioè che il sistema sanitario pubblico, nonostante continui ad essere uno dei migliori al mondo, dopo anni di attacchi finalizzata a creare il mercato del diritto alla salute  ha rilevato una falla in una delle aree più sviluppate del nostro Paese. Il tema merita una riflessione seria che non può fare il paio con le dichiarazioni di Salvini e dei media che lo spalleggiano. Salvini finge di ignorare che le regioni coinvolte sono guidate da anni dal centrodestra e che la Lega è la prima forza politica con responsabilità di governo di primo piano in questi territori. Sia chiaro lungi da me il sostenere che le inchieste per la “ mala sanità” riguardino le sole regione Padane e il solo centrodestra. I casi di corruzione interessano l’intero territorio nazionale.  Ad essere andate in crisi sono il regionalismo differenziato, peggio ancora il federalismo, e l’idea che servizi come la sanità  debbano essere assoggettati alle regole del mercato.  La crisi sanitaria causata dal coronavirus impone alle forze politiche di tutti gli schieramenti di dover ripensare il rapporto tra Stato e Regioni, di ridisegnare le competenze tra centro e periferia e che nel caso della Sanità non è pensabile che l’esercizio di un diritto come quello alla salute  venga rinviato a strumenti quali il project financing come hanno denunciato in più occasioni i sindacati.

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Sull' Autore

Gerardo Lisco

Capo Unità Org.Amm. presso Ferrovie Appulo Lucane Ha studiato Giurisprudenza presso Università degli Studi di Roma "La Sapienza" e Sociologia presso l'Università di Salerno

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