La differenza tra le profezie e le previsioni: ecco cosa accadrà.  

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Aniello Ertico

La specificità del territorio lucano agevola particolarmente nel formulare previsioni. Quelle utili a prepararsi per tempo al cambiamento.
E noi dobbiamo assolutamente prepararci.
Per cominciare, e per far chiarezza (tecnica), l’annunciata nuova primavera italiana che proporrà misure di sostegno senza precedenti in forza dei Decreti emanati che, insieme, cubano 750 miliardi di euro, non rappresentano propriamente una fioritura spontanea, né priva di conseguenze nel medio termine. Si tratta di debito e non di riserve svincolate. Ancor di più, l’imponente ammontare non è definibile nei termini di leva finanziaria (ossia non sono frutto di investimento) poiché solo una parte minimale dell’intero è diretta a beneficio delle aziende, e pure sotto forma di debito. Un debito che si aggiunge a quello già consolidato in Italia. Lo stesso debito che da anni vanifica l’avanzo primario nazionale (lo Stato già incassa di più di quanto spenda per servizi) per via del rimborso del debito contratto e degli oneri finanziari derivanti.
Esisteva un’altra soluzione? Certamente no.
Tuttavia è necessario fare un esercizio di verità e dirci chiaramente che beneficiando nel breve delle misure garantite e finanziate per fronteggiare l’epocale emergenza, accettiamo una seria ipoteca sul futuro di almeno un paio di generazioni.
Si tratta di prendere atto di come, per resistere oggi (forse), bisognerà lavorare di più e soprattutto meglio per garantire un gettito fiscale in grado di sostenere i servizi e di onorare gli impegni di restituzione del debito. In sintesi, immaginare che si torni a ciò che si era è assai illusorio.
Non che prima dell’emergenza Covid-19 l’Italia fosse in salute, capiamoci. Gli oltre 6 milioni di disoccupati e i 5 milioni di cittadini in povertà assoluta ne erano un chiaro indizio. Un indizio che se seguito e ben indagato era capace di evidenziare molte “Italia” in una unica nazione. Poi, quasi emarginata anche dal dibattito economico nazionale, esiste anche la Basilicata che tra sforzi titanici degli operatori economici superstiti e talvolta anche degli amministratori tempo per tempo in carica, si è ritrovata a recuperare taluni spazi di dignità in un mondo globale governato da dinamiche competitive (quasi mai cooperative). Una regione la nostra in cui la crescita non si è praticamente mai tradotta in sviluppo: concetto questo ben più filosoficamente pregnante rispetto al mero calcolo del prodotto interno lordo che, evidentemente, è ben lungi dal poter misurare la qualità della vita.
Restando a noi, dunque, il futuro della Basilicata era davvero da riscrivere a prescindere. Oggi la risceneggia tura di una possibile trama ultraventennale è indifferibile. Iniziando a scegliere il giusto inchiostro da utilizzare con la carta che abbiamo, ossia con la sostanza che oggi siamo.
In questo la crisi in atto, nel dramma della perdita reale (quella dei morti e degli ammalati), rappresenta un’opportunità di svolta che con lucidità, capacità tecnica e creatività, deve poter suggerire una complessiva revisione del modello di sviluppo regionale.
Allora, vediamo, prima del Covid-19, la Basilicata con i suoi 131 comuni si caratterizzava per vocazioni d’area già assai differenti. Potrebbe essere agevole, con un esercizio di oggettività, ricordare che in oltre la metà dei 131 comuni lucani non vi era, come non vi è, alcuna traccia di attività produttiva se non legata alla coltivazione diretta. Potremmo agevolmente ricordare che la retorica minimalista che occupava il dibattito regionale (a tutti i livelli), era cristallizzata sul tema dello spopolamento; un dibattito che tuttavia raramente ricordava come in un gran numero di comuni lucani, ormai, mancassero i servizi primari e che allo spopolamento regionale era preceduto l’abbandono dei paesi ed il trasferimento interno verso Potenza. Questo è accaduto perché, diciamocelo, diventa difficile vivere in un paese se poi devi mandare i figli a scuola a Potenza e se per comprare un paio di scarpe pure a Potenza devi andare. Poi anche Potenza ha iniziato a spopolarsi e allora si è capito che un capoluogo senza un territorio di riferimento non vale più nulla. E sul quel territorio non c’erano più persone, ossia era diventata solo terra. A Matera, Capitale per un anno, la diagnosi si farebbe ancor più impietosa se rapportata alla realtà della provincia.
Oggi la priorità non è più solo arginare lo spopolamento ma scongiurare il rischio di una diffusa ed insostenibile povertà. La sola cosa che l’essere umano non può tollerare è l’idea di dover regredire anziché progredire. Pena il disordine sociale.
Continuando, avremmo dovuto cambiare tutto comunque. Si poteva immaginare, infatti, di avere indici di saturazione industriale tra i più bassi d’Europa e settorizzazione di comparto mono prodotto tra i più alti d’Europa senza andare comunque incontro al baratro? Si poteva immaginare, infatti, di contare centinaia di piccola attività commerciali in perdita finanziaria da anni ed attive solo perché finanziate con fidi e carte revolving? Potevamo davvero continuare a pensare che il settore agricolo regionale, per oltre due terzi vocato a produzione cerealicola, fondasse la sua sussistenza sulle politiche di integrazione? E ancora, davvero immaginavamo che il turismo potesse essere un settore da incentivare anche in aree interne priva di qualsivoglia servizio o reale vocazione? No, ci saremmo comunque estinti, perifericamente, al pari delle migliaia di periferie globali, cioè nel silenzio e nella ordinarietà che la scaltra competitività impone (…o imponeva). Questo è quello che certamente sarebbe successo: testimoniato dal progressivo ed inesorabile abbandono del territorio da parte delle grandi banche italiane, consumatosi preventivamente nello scorso decennio, una volta annusata la totale assenza di prospettiva di sviluppo.
Vediamo invece quel che certamente accadrà.
Ora, se sul mercato si sbaglia o se le dinamiche impongono riassetti o ristrutturazioni, l’azienda (indipendentemente dalle sue dimensioni), attivando le leve del fondo rischi (qualora presente) o ricorrendo alla ristrutturazione dei debiti, ricostruisce forse una sua prospettiva ed un suo equilibrio. I rischi, in una politica già ampiamente sperimentata di attenzione al sistema produttivo, vengono garantiti dai Confidi o da strutture para statali (…si ricordi la funzione ultra ventennale del Mediocredito Centrale). Qui il caso è assai differente. Qui si tratta di gestire gli effetti imprevisti ed imprevedibili di una lunga chiusura forzata delle attività. Si potrebbe teorizzare che, costituzionalmente, in mancanza di qualsivoglia responsabilità riconducibile all’azienda e alla sua gestione, se lo Stato ti ferma, lo Stato dovrebbe indennizzarti. Questo non è accaduto e non accadrà. Tutte le misure a sostegno del mondo produttivo, seppur a tassi irrisori e con garanzia totale, si traducono in indebitamento. Della mancata fatturazione, insomma, risponde solo l’imprenditore. A questo bisogna aggiungere che il rientro alla produttività proporrà scenari assai prevedibili, ad iniziare dalla mancanza di commesse per specifici settori e alla contrazione della domanda legata al complessivo ripiegamento globale su atteggiamento prudenziale nella spesa. In tale scenario, solo anticipato e per nulla profetizzato, le conseguenze occupazionali saranno disastrose. Le misure di cassa integrazione adottate, utilissime per ammortizzare l’impatto di breve, saranno insostenibili già solo dopo il primo trimestre e si tradurranno inevitabilmente, con notevole frequenza, in licenziamenti. Ulteriore indebitamento privato e aziendale a cui si dovesse far ricorso in questa fase, avranno effetto deleterio sulle disponibilità di cassa e sulla capacità di reggere l’urto. Non basterà in tal caso invocare il tanto abusato valore della resilienza. Se altrove, in Italia, la crisi legata al coronavirus produrrà una inedita perequazione e selezione, in Basilicata non farà altro che rendere immediatamente irreversibile una crisi insita nella fragilità dell’intero tessuto operativo. No, se torniamo alla normalità senza prima aver capito che è necessario una virata decisa sull’intero assetto, non ce la faremo!
Abbiamo invece l’opportunità di scegliere, questa volta consapevolmente, il nuovo modello organizzativo e produttivo a cui ispirare un territorio. Abbiamo l’opportunità di comprendere come, da subito, è necessario immaginare azioni di conversione lavorativa per le migliaia di persone che il lavoro dovranno reiventarselo in funzione dei bisogni e delle nuove regole di domanda/offerta che si proporranno a crisi superata. Abbiamo la necessità di costruire una capacità attrattiva che l’utenza “post covid” riconoscerà soltanto alle eccellenze vere e non a quelle autoproclamate.
Ecco, c’è un gran lavoro da fare, subito. E onestamente sorprende vedere che anche nel pieno di una epocale revisione della realtà, sussistano ancora dibattiti pro e contro l’europeismo o tentativi di occuparsi di massimi sistemi teoretici lì dove, ripiegati e sobri, bisognerebbe solo lavorare per immaginare una via nuova e possibile.
Per farlo, più che affidarsi alla ragioneria, è il caso di ascoltare gli imprenditori che, solitamente, la capacità dell’intuizione e della riconversione la utilizzano anche in tempi ordinari. Più che affidarsi alla conservazione e alla protezione, sarebbe il caso di rispolverare le nostre doti umanistiche, centrate sui bisogni e sulle risorse degli individui, capaci per definizione di cambiare, se allo sforzo corrisponde un valore condiviso e certo. Non faccia sorridere il ricorso necessario alla filosofia, quella a cui ispirare le scelte, quella che può aiutarci a rispolverare la capacità di generare un pensiero nuovo, da assistere con la tecnica e con gli strumenti contemporanei. Se assistiamo con la tecnica il pensiero sbagliato, ne acceleriamo solo gli effetti dannosi.
Non c’è vento favorevole per il marinaio senza rotta. Disse appunto un filosofo, tanto tempo fa.
Ecco, se ci diciamo come stanno esattamente le cose, capiremo agevolmente anche cosa certamente accadrà. Poi si tratterà solo di decidere cosa vogliamo diventare. Senza alibi.

Aniello Ertico

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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