Qualche verso contro il virus

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Per questo nuovo appuntamento poetico abbiamo pensato a una piccola variazione sul tema. Siamo soliti utilizzare le poesie che hanno partecipato ai concorsi indetti dal C.I.D. per far conoscere, di volta in volta, una o più lingue lucane in versi. In ogni occasione, ciascun autore e ciascuna autrice ha messo a nudo la propria intimità attraverso un ricordo, un odore, un sapore, qualcosa che riportasse la sua mente a giorni più felici. Abbiamo letto di giochi, di tradizioni, di usi e costumi, di famiglia, di sentimenti veri. Abbiamo assaporato, molto spesso, una realtà lontana nel tempo, quasi fiabesca, dalle immagini e dai suoni dolci. Ci siamo altre volte immersi nella realtà più cruda, fatta di ingiustizie, di egoismo, di solitudine, di violenze, di spopolamento. Abbiamo toccato con mano molti dei mali del nostro secolo.

Per combattere l’angoscia che oggi opprime la maggior parte delle nostre case, tre autrici, tra altri, hanno sentito l’esigenza di mettere in versi i loro pensieri e il loro sentire nella lingua del cuore contro l’ultimo nemico dei nostri giorni: il Covid-19.

I componimenti che vi proponiamo qui di seguito sono scritti in tre varietà molto prolifiche della nostra regione: aviglianese, titese e potentino.

Crescenzia Lucia, professoressa in pensione, è una grande amica del C.I.D., con cui collabora per le diverse iniziative organizzate, dagli incontri sul territorio ai corsi di alfabetizzazione dialettale. Ha già pubblicato diverse raccolte di versi nella sua lingua del cuore: l’aviglianese.

Corona virus Corona virus
1       Ma, a lu 2020, chi në l’avìa rì Chi ce lo doveva dire che nel 2020
2       ca stu travagliónë avìa mënì? questo grosso guaio doveva arrivare?
3       Nda la Cina àvë accummënzatë Ha iniziato in Cina
4       a la vita rë quiḍḍë crëstianë àvë scumbënatë, ed ha scombinato la vita di quelle persone,
5       stu corona virus nu_llu canuššèrnë, questo “corona virus” non lo conoscevano,
6       a la cura pròpia pë qquissë nun la tënèrnë, e la cura appropriata non l’avevano,
7       unë cu l’autë së só nfëttatë uno con l’altro si sono infettati
8       a quanda muórtë ngë só ppurë statë! e quanti morti ci sono stati!
9       Ma la vìa ggiusta parë ca l’ànnë acchiatë Sembra che la via giusta l’abbiano trovata
10     a la spëranza rë la nurmalëtà së ia affacciata. e la speranza della normalità si è affacciata.
11     Ca tuttë šía bbuónë ndu nui, në prëšarmë Che da noi andava tutto bene, godevamo
12     a ca gli rëcërcaturë avèrnë assulatë lu COVID-19 n’avandarmë, e che i ricercatori avevano isolato il COVID-19 ci vantavamo,
13     ma, alla sacrésa, nda la Lumbardìa ia arruwatë ma, a sorpresa, in Lombardia è arrivato
14     a lu 21 frubbuare tótta l’Italia èglia šcandata. e il 21 febbraio tutta l’Italia si è spaventata.
15     Gli primë iuórnë nun_zë capía niéndë, I primi giorni non si capiva niente,
16     nutizië sópa nutizië, a cchi avèrma sèndë? notizie sopra notizie, chi dovevamo ascoltare?
17     Guvèrnë a Rëggiónë na fatta r’ordinanzë ànë pubblëcatë, Governo e Regione hanno pubblicato un gran numero di ordinanze,
18     sturiéndë a turistë rë lu Sud së në só tturnatë studenti e turisti del Sud se ne sono tornati
19     ma pò la quarandèna ubblë(g)ata, l’à ffatta šchitta nguacchërunë ma poi la quarantena d’obbligo l’ha fatta solo qualcuno
20     a paría ca qqua së šía bbuónë a nun_z’avía spandà nëššunë. e sembrava che qui andasse tutto bene e nessuno doveva preoccuparsi.
21     Nda la Bbasilicata mbrimë n_òme sulë l’avë pëgliatë, Nella Basilicata all’inizio solo un uomo è stato contagiato
22     ma l’Italia a lu Nord èglia assaië nguaiatë ma l’Italia del Nord è molto inguaiata
23     a stu virus nun_zë staië pë nniéndë fërmannë e questo virus non si sta affatto fermando
24     a nda tuttë lu munnë sèmbë cchiù Statë vaië nfëttannë. e in tutto il mondo sempre più stati va infettando.
25     Mò ànnë chiusë rë scòlë tóttë quandë, lu cundaggë vòlënë (g)avëtà Ora hanno chiuso tutte le scuole, vogliono evitare il contagio
26     ma i ggënëturë, cu rë ccriaturë ngasa, cumë ànna cumbënà? ma i genitori, con i bambini a casa, come devono fare?
27     Miérëcë, mbërmiérë, prutëziónë cëvilë só assaië mbëgnatë Medici, infermieri, protezione civile sono molto impegnati
28     a tandë fërniššënë n_guarandèna ca rë l’amméšchënë gli malatë. e tanti finiscono in quarantena perché li contagiano gli ammalati.
29     Nui Italianë simë nu pòpulë ca tandë n’à ppassatë: Noi Italiani siamo un popolo che ne ha passate tante:
30     uèrrë, tërramòtë, spagnòla, asiatëca, a cënésë n’ànnë chiëcatë guerre, terremoti, spagnola, asiatica, cinese ci hanno piegato,
31     ma sèmbë, sulë, àmmë truwatë fòrza a curaggë pë auzarnë ma sempre, da soli, abbiamo trovato forza e coraggio per alzarci
32     a purë sta vòta ra lu curóna virus amma rièššë a ssullëuarnë. e pure questa volta dal corona virus dobbiamo riuscire a sollevarci.
33     Simë nda nu mumèndë bbruttë, ia vèrë a n’ama rë(g)uardà Viviamo un brutto momento, è vero e dobbiamo riguardarci
34     ma la sëcurézza èglia lu Sëgnórë ca, sulë, në sapë aiutà! ma la sicurezza è il Signore che, solo, ci sa aiutare!

 

Questa poesia si compone di un unico blocco di 34 versi, legati da rima baciata (AABB).                                     Il tema principale è racchiuso nel titolo. L’autrice esordisce con una domanda retorica che denota amarezza e sorpresa per l’arrivo del Coronavirus. Dal terzo verso inizia una cronaca in rima di tutti gli avvenimenti: il focolaio cinese che arriva in Italia, lo stato confusionale in cui tutti i cittadini sono piombati, non sapendo se fosse il caso di preoccuparsi davvero, non sapendo a chi dare ascolto. Man mano il focus si avvicina al sud Italia e alla Basilicata, in cui la situazione appare leggermente meno grave. Lo sguardo dell’autrice, infine, si volge indietro, verso un passato glorioso di coraggio, di forza, di tenacia del popolo italiano che sembra stagliarsi come un gigante pronto ad affrontare una nuova sfida.                                                                             Il componimento si chiude con un grido di speranza e l’affidamento nelle mani di Dio.

Qualche osservazione…

Il componimento scelto ci dà la possibilità di fare qualche piccola osservazione su elementi peculiari della varietà aviglianese.

Per cominciare, possiamo considerare il paradigma degli articoli determinativi.

Singolare Plurale
Maschile lu Sëgnórë [lu səˈɲ:orə ]“il Signore”

 

gli malatë [ʎ:i maˈlatə] “i malati”

i ggënëturë [i d:ʒənəˈturə]“i genitori”

Femminile la vita [la ˈvita]“la vita” stéḍḍë [rə ˈsteɖ:ə] “le stelle”
Neutro ru ppuanë [ru ˈp:wanə]“il pane”

Nel singolare notiamo che questa varietà conserva la forma piena degli articoli (lu, la), differentemente da molti altri dialetti, in cui si sono imposte le forme ridotte (u, a).

La vera peculiarità, però, si trova nel maschile plurale, che presenta la forma gli [ʎ:i], del tutto inusuale, soprattutto se si pensa che si utilizza tanto davanti a vocale quanto a consonante. L’unica altra varietà in cui si può riscontrare la stessa forma è quella di Filiano, diventato comune indipendente da Avigliano (di cui era frazione) solo negli anni ’50 del secolo scorso.

Questa particolare forma, però, si trova oggi in co-occorrenza con quella maggiormente diffusa in altre varietà: iNella zona più periferica sembra che gli [ʎ:i] sia ancora quella a più alta frequenza d’uso.

Per quanto riguarda il femminile plurale, come vediamo dalla tabella, l’articolo è [rə] e causa il raddoppiamento della consonante iniziale della parola successiva. Non si evince dall’esempio preso dal testo, poiché il sostantivo inizia con un nesso consonantico e non è possibile il rafforzamento, ma è evidente in sintagmi come “le mani” (rë mmanë [rə ˈm:anə]).

L’ultimo articolo di cui ci occuperemo qui è quello neutro. Grazie a questo articolo, diverso da quello maschile, possiamo notare che la varietà aviglianese conserva (o ripristina?) un genere che l’italiano, nella sua evoluzione dal latino, ha perso. Infatti, le parole che designano nomi astratti e non numerabili presentano un articolo diverso e il raddoppiamento della consonante successiva. Questo è il segno di riconoscimento del neutro nel dialetto di Avigliano.

Un’altra caratteristica particolare della varietà aviglianese è l’alternanza di due allomorfi, ovvero due parole di forma diversa che però hanno lo stesso significato.

Infatti, la terza persona singolare del verbo essere, al presente indicativo, si esprime con due forme diverse: èglia [ˈɛʎ:a] e ia [ja]. Il componimento ci mostra entrambe in diverse occorrenze:

èglia [ˈɛʎ:a]: vv. 14, 22, 34; ia [ja]: vv. 10, 13, 33;

Da alcuni studi fatti in seno al C.I.D. (Carbutti T., Distribuzione di due allomorfi nel dialetto aviglianese, in P. Del Puente (a cura di), Dialetti: per parlare e parlarne. Atti del III Convegno Internazionale di Dialettologia, Potenza, Il Segno, (2014), pp. 9 – 18.), sembra che le due forme possano essere utilizzate indifferentemente e non in base al valore del verbo essere, cioè:

  • quello di copula o di ausiliare;
  • nel significato di “stare”, “essere originario di…”.

Si è scoperto che la forma “èglia” ha una sua ricorrenza particolare nell’uso delle persone più anziane, che di certo conservano la fase più antica della lingua.

Questa distinzione adesso si sta perdendo e la forma “èglia” si è imposta nella parlata dei giovani, probabilmente perché da loro ritenuta caratteristica, una marca identitaria.

Luisa Salvia, maestra di scuola dell’infanzia in pensione, è presidente dell’Associazione culturale “Donne ‘99” di Tito. Prolifica poetessa in lingua italiana e dialettale, è fautrice di molte interessanti iniziative che animano la vita culturale del paese.

Giorni amari Giorni amari
1       Lu ciélu iéra bbéllu chiaru stummatì; Il cielo era sereno stamattina,
2       qui e ddà pòchë nuvëlë poche nuvole sparse
3       ghianghë ca paríenë dënzuóli špasi a lu sólu. così bianche da sembrare lenzuola stese al sole.
4       Më só mmisë a uardà, nnë vulía dà na fórma… Ho iniziato a guardarle, avrei voluto dar loro una forma…
5       špërava dë vëdé puru ì speravo di vedere anch’io
6       la Madònna pë nn’addummannà la (g)razia la Madonna, per chiederle la grazia
7       dë fà fënì quéddu ca stašému passènnë, di far finire quello per cui stiamo soffrendo,
8       ma niendi! Sólu passëri ma nulla! Solo passeri
9       ca vulavënë attórnu, sóvë d’albëri së fërmavënë a mmugghi, che volavano, sugli alberi si fermavano a mucchi,
10     pò zumbavënë e n’ata vòta a ggërà sóvë stu piézzu dë ciélu. poi saltavano e di nuovo a girare in questo pezzo di cielo.
11     A li mumèndi, mmènzu a llòru A un tratto, in mezzo a loro
12     nnë nn’iérënë dói cchiù nné(g)ri ce n’erano due più neri
13     e nun_gapía si iérënë còrvi o che… e non capivo se erano corvi o cosa…
14     Më só vvënù a ggërà quasi pë vvicinu e aggiu vistë Sono venuti quasi vicino a me e ho visto
15     ca iérënë dói róndënë. che erano due rondini.
16     “Tè! – aggiu pënzà – già só arrivà lë róndënë! Ma num_bò èssë!” “Guarda! – ho pensato- sono già arrivate le rondini! Non è possibile!”
17     Më só ffattë bbònu lu cóndu e aggiu capitë ca sómu a aprilë… Ho fatto bene il conto e ho realizzato che siamo ad aprile…
18     Travagliu míu! Che sciagura! Sono chiusa qui dentro da un mese!
19     Só indu da nu mésu! Iéra a la finë dë fëbbraio quannë Era la fine di febbraio quando
20     n’accumingiavëmu a appaurà dë stu tërramòtu… abbiamo iniziato ad avere paura di questo “terremoto” …
21     E pò sómu rrumastë indë la casa, sènza vëdé cchiù E poi siamo rimasti in casa, senza vedere più
22     anëma viva. anima viva.
23     Ogni ggiórnu Ogni giorno
24     cchiù bbruttu dë n_atu, sólu è più brutto dell’altro, solo
25     nutizië dë maladi e mòrti. notizie di malati e morti.
26     Sómu attërrudi e në sómu Siamo atterriti, e abbiamo perso
27     šcurdà li ggiórni, ma chi la cognizione del tempo, ma chi
28     në l’avía dì? Quannë adda fënì? lo avrebbe mai detto? Quando finirà?
29     Ma si l’avéssë a ttiru stu Ma se lo avessi a tiro
30     marëdéttu virus, më lu mëndéssë sóvë la pónda dë nu didu questo maledetto virus, lo metterei sulla punta di un dito
31     e në vuléssë dì accuššì: e gli direi:
32     “Ma tu chi sì? “Ma chi sei?
33     Pëcché n’é fattë tuttë sta šašina dë crëstìàni mòrti? Perché hai fatto questo sfacelo di morti?
34     Pëcché së só cchiéni li špëdali e sta Perché gli ospedali sono pieni e questa
35     caténa nun_zë férma mai? catena non si ferma mai?
36     Vatténnë, laššënë cambà, Vattene, lasciaci vivere!
37     tënému li figli, vulému pudé rridë n’ata vòta, Abbiamo dei figli (a cui pensare), vogliamo poter ridere di nuovo,
38     vëdé lu mónnu, darnë la mà e pudérnë abbraccià. vedere il mondo, darci la mano, poterci abbracciare!
39     Ma nu l’é sëndù lë sirénë dë Ma le hai sentite le sirene
40     l’ambulanzë, lë cambanë a mmòrtë, delle ambulanze, le campane che suonano a morte,
41     lu chiandu dë tandë famiglië, il pianto di tante famiglie,
42     lu rrëmórë dë lë machinë da cušë il rumore delle macchine per cucire
43     pë ffà stë mašchërë pë nun_dë piglià? per fare queste mascherine per evitarti?
44     Mò basta! Lu cistu è cchiénu, të n’èia gì Ora basta! Abbiamo superato il limite! Devi andartene,
45     e nun èia cchiù vvënì. non devi più tornare!
46     Ca amma capì che è sta vita Dobbiamo capire cos’è davvero questa vita
47     l’amma dì a Ggesù Cristu, no a ttì! e dobbiamo renderne conto a Gesù Cristo, non a te!
48     Nói Lu prë(g)ému chiangènnë, pëcché ammu šbaglià a ccambà, Noi lo preghiamo piangendo, perché abbiamo sbagliato modo di vivere,
49     ma ammu capitë ca amma cagnà ma abbiamo capito che dobbiamo cambiare
50     e sólu quéstu në pò ssalvà.” e solo questo può salvarci.”

Il componimento “Giorni amari” non è costituito da strofe, ma da un unico blocco di 50 versi sciolti.

La sinestesia che compone il titolo ci porta subito nell’intima percezione dell’autrice; i ricorrenti enjambements spezzano il verso, denotando la fragilità emotiva che colpisce lei e tutti noi, in questo momento. La poesia pone l’accento sulla solitudine a cui le misure restrittive ci costringono, il bombardamento mediatico che ogni giorno porta nelle nostre case notizie di nuove morti, nuovi contagi, nuova paura. Nell’ultima parte della poesia, l’autrice immagina di potersi rivolgere direttamente al nemico, in un monologo fitto di domande retoriche. Emergono, poi, una riflessione sul modo di vivere sbagliato dell’uomo, il rifugio nella fede e la speranza di vittoria, con la consapevolezza che bisognerà cambiare.

Qualche osservazione…

 Anche questo componimento ci dà modo di riflettere su diverse caratteristiche tipiche del dialetto titese, una delle varietà galloitaliche può conservative di quelle presenti in Basilicata.

La prima peculiarità che emerge, dal momento che vengono comunemente usati, riguarda i participi passati. Infatti, questi possono presentarsi nelle forme verbali che hanno diatesi attiva, in quelle che hanno diatesi passiva o sottoforma di attributi.

Nella varietà di Tito possono presentarsi in due forme:

  • una breve (ad esempio “si è sposata” s’è špusà [s_ɛ ʃpuˈsa])
  • una lunga (ad esempio “è una donna sposata” è na fémmëna špusada [ɛ na ˈfem:əna ʃpuˈsada])

C’è una regola precisa secondo cui la breve viene utilizzata nelle forme verbali che hanno diatesi attiva, mentre la lunga quando il verbo ha diatesi passiva o il participio ha la funzione di aggettivo. Dal nostro testo possiamo trarre i seguenti esempi a riguardo:

  • ai vv 14 e 15: só vvënù [so v:əˈnu]“sono venuti”, aggiu pënzà [ˈad:ʒu pənˈdza] “ho pensato”, só arrivà [so ar:iˈva]“sono arrivate”;
  • al v. 24: sómu attërrudi [ˈsomu at:əˈr:udi] “siamo atterriti”.

Un’altra piccola curiosità è di natura lessicale e riguarda la polarizzazione semantica di una parola, che si ha nel momento in cui due varianti dello stesso termine si utilizzano in contesti diversi. Prendiamo la parola “catena”, al verso 33.

Secondo le regole della lingua titese, questa parola si sarebbe dovuta realizzare con la lenizione della occlusiva sorda intervocalica /t/, cioè con la trasformazione di /t/ in /d/, quindi come cadéna [kaˈdena]. Sembra, però, che si siano venuti a creare due contesti diversi, per cui la forma lenita si utilizza solo per la catena che teneva sospeso il paiolo all’interno del focolare.

 

Maria Triani, maestra di scuola dell’infanzia in pensione, è una potentina trapiantata a Tito, ma non ha mai abbandonato la lingua “di casa sua”, quella in cui scrive maggiormente per esprimere ciò che sente, ciò che le succede. Partecipa assiduamente ai concorsi di poesia indetti dal C.I.D. e non solo.

Purë a névë Anche la neve
1       Gnë mangava sól_a névë stamatina Ci mancava solo la neve stamattina
2       e l’à ffatta. ed è arrivata.
3       Nu gnë fašémmë mangà pròprië niéndë! Adesso non ci manca proprio nulla!
4       L’avéssë fatta quann’èra tèmbë Se l’avesse fatta a suo tempo (quest’inverno)
5       fossë statë tutta n’ata còsa, sarebbe stata tutta un’altra cosa,
6       i criaturë cundèndë avéssërë fattë fèsta a šcòla i bambini, contenti, avrebbero fatto festa a scuola,
7       i uaglió së fóssërë dëvërtù a ggiucà a ppaddarónë i ragazzi, si sarebbero divertiti a giocare a palle di neve
8       e i vëcchiariéddë së fóssërë misë e gli anziani, dietro i vetri,
9       ndrèt_i vétrë a uardà fuórë: avrebbero guardato fuori:
10     chë mmëraviglia! Albërë cu i mërléttë, che meraviglia! Alberi con i merletti,
11     passërë ca zumbéttënë sói téttë passeri che saltellano sui tetti
12     e a vòglia dë farsë na surbétta. e la voglia di preparare una “surbetta”.
13     I mammë sèmbë a ddëvà pistë Le mamme a lavare continuamente il pavimento,
14     ma próndë pë na vòta a ffarsë na rrësara ma pronte a ridere, per una volta,
15     e a ppënzà sólë a ffà da magnà. e a preparare solo da mangiare:
16     “Chi ddëširë? Mbastë dói straššënarë stamatina? “Che dite? Impasto due strascinati stamattina?
17     O vulirë mbò dë pulènda?” O volete un po’ di polenta?”
18     Tuttë quéstë si èra u tèmbë sóië, Tutto questo se fosse stato prima…
19     ma mò nu gnë vulía ma adesso non ci voleva…
20     atë ca rrësarë, mò së trèma. altro che risate, ora si trema!
21     Dišënë ca u virus Dicono che il virus
22     muórë cu: cavërë e no cu: fréddë. muore col caldo e non col freddo…
23     Patratè, ma të sì ppròprië scurdà dë nói? Oh Padreterno, ma ti sei proprio dimenticato di noi?
24     Eppurë të prë(g)ammë tutt_i ggiórnë. Eppure ti preghiamo ogni giorno,
25     T’ànnë purtatë mbrucëssiónë, ti hanno portato in processione
26     ammë spasë cùèrtë e appicciatë cannélë abbiamo steso fuori drappi e acceso candele,
27     stašémmë sèmbë cu na curóna mmanë, recitiamo sempre il Rosario,
28     fašémmë offèrtë dë solidarietà… facciamo offerte di solidarietà…
29     Dignë mbò : chë atë amma fa? Dicci: cos’altro dobbiamo fare?
30     Gnë vuó pròprië arrëcëttà? Ci vuoi annientare?
31     Si giammë nnanzë dë stu passë Se andiamo avanti così
32     fërnémmë tuttë quandë inda nu fuóssë. finiremo tutti in una fossa.
33     Quést_è a finë ca u mónnë farrà, Questa è la fine che farà il mondo,
34     perciò méttëgnë na manë, perciò mettici una mano,
35     nu gn’abbandunà. non abbandonarci!
36     Dòpë sarrà tutta n’ata còsa Dopo sarà tutto diverso,
37     u mónnë sarrà il mondo sarà
38     cumë l’avivë pënzatë quannë l’avivë crìàtë.” come l’avevi pensato quando lo avevi creato.”

Il componimento è formato da due strofe lunghe, la prima di 17 versi, la seconda di 21, per un totale di 38 versi. Questa bipartizione è funzionale alla suddivisione del tempo, uno immaginato, l’altro reale. L’occasione di ispirazione è stata una nevicata improvvisa durante questi giorni così particolari. L’autrice, allora, immagina cosa sarebbe successo se questa nevicata si fosse presentata lo scorso inverno: mamme, bambini, ragazzi, anziani l’avrebbero ben accolta, ammirata, sfruttata per divertirsi.

Invece non è stato così. La realtà subentra nella seconda strofa, quando questa neve non è più motivo di gioia, di raccoglimento, di ammirazione, ma un impedimento alla morte del virus, che, si dice muoia ad alte temperature. Una serie di domande retoriche evidenziano preoccupazione e angoscia. La speranza e l’affidamento a Dio, negli ultimi versi della poesia, sono però più forti, uniti alla consapevolezza della necessità di un cambiamento dell’uomo.

 

Qualche osservazione…

Il componimento ci mostra la buona conservazione nel potentino di alcuni tratti peculiari del galloitalico e, allo stesso tempo, la perdita di altri. La lenizione delle consonanti occlusive sorde intervocaliche, per esempio, si conserva di più con le consonanti occlusive dentali, piuttosto che con le occlusive velari e bilabiali. L’occlusiva dentale sorda, dopo la sonorizzazione (-T- > -d-), a Potenza subisce rotacismo (-T- > -d- > -r-): (vv. 14, 20) rrësara/ë [r:əˈsara/ə] “risata/risate”; (v. 16) dëširë [dəˈʃirə] “(voi) dite”; (v. 16) straššënarë [straʃ:əˈnarə] “strascinati” (locale formato di pasta fatta in casa); (v. 17) vulirë [vuˈlirə] “(voi) volete”.

Notiamo, invece, che l’esito della lenizione per la bilabiale sorda è il dileguo (-P- > -v-> Ø): (v. 11) sói [ˈsoi] “sui” (sopra i); (v. 26) cùèrtë [kuˈɛrtə] “coperte”.

Sappiamo che le varietà galloitaliche presentano l’apocope del participio passato: (v. 7) së fóssërë dëvërtù [səˈfos:ərə dəvərˈtu] “si sarebbero divertiti”; (v. 23); të sì ppròprië scurdà [tə si ˈp:rɔprjə skurˈda] “ti sei proprio dimenticato”. In questo componimento, però, si registra la co-occorrenza con i participi non apocopati come (v. 25) t’ànnë purtatë [ˈt_an:ə purˈtatə] “ti hanno portato”; (v. 38) l’avivë pënzatë [l_aˈvivə pənˈdzatə] “lo avevi pensato”.

Un altro tratto conservato è la trasformazione di L-> d- a inizio di parola: (v. 13) dëvà [dəˈva] “levare, togliere”. L’evoluzione di -ll-> -dd- all’interno di parola, però, resiste di certo meglio.

Un’ultima curiosità di natura lessicale ci viene offerta dal verso 12, in un ritorno indietro nel tempo.

Surbétta [surˈbet:a]: gelato casalingo. Al tempo in cui l’autrice era bambina, il gelato confezionato non era alla portata di tutti. Così, quando nevicava, e anni fa gli inverni erano molto nevosi, si faceva a gara ad aprire le finestre e ci si precipitava a raccogliere con un cucchiaio la neve raccoltasi in cima alla montagnola, quella pulita. Poi si metteva in un grande contenitore, si aggiungeva zucchero e caffè, prima che si sciogliesse. Chi aveva le vigne e faceva il vincotto poteva utilizzare quello. A volte, al posto del caffè, si aggiungeva del cioccolato caldo e sembrava di mangiare un gelato al cioccolato. Ognuno poi lo condiva secondo il suo gusto.

I componimenti presi in esame ci mostrano un forte e invisibile fil rouge: nonostante la paura, l’angoscia, il terrore per questo virus che viene paragonato più volte a un terremoto, la speranza che emerge negli ultimi versi di ciascuna poesia è più forte di ogni altra cosa. Le autrici, molto credenti, si affidano a Dio, e al tempo stesso lanciano un rimprovero all’uomo, che ha vissuto finora in maniera superficiale.

La loro speranza è anche la nostra: che tutto torni presto alla normalità.

Vita Laurenzana

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