LA FALCE E MARTELLO NON SI SCORDA MAI

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È inutile: niente sostituisce la falce e il martello. Nonostante la sinistra italiana abbia svaligiato una serra in quarant’anni (tra rose, garofani, querce, ulivi e margherite) un’alternativa al simbolo classico non si è trovata. E a differenza di quel che si potrebbe pensare, è una questione maledettamente attuale.

In un Paese in cui si cambia simbolo ogni anno e in cui i partiti nascono e muoiono a ogni elezione, trovare un aggancio a un’idea politica profonda diventa difficile.

Tante volte abbiamo notato che non esistono più veri partiti, classi dirigenti e intellettuali pensanti con idee e valori di riferimento. E senz’altro questo impedisce agli elettori di trovare idee, progetti e orizzonti ai quali giurare amore (politico) eterno. (Poi sarà bello finché durerà).

Il problema è acuito dal fatto che è difficile, per la sinistra di oggi, offrire un’alternativa filosofica al mondo globalizzato. In una sua lezione D’Alema sosteneva che il capitalismo ottocentesco produceva la sua “soggettività contrapposta”: il proletario, facile da organizzare e in grande quantità. Oggi l’economia divide gli sfruttati in centinaia di gruppi a interesse contrapposto e la sinistra non ha la presa culturale per coordinarli.

La falce e il martello sono più che simboli: sono la rappresentazione dell’ideologia. Nella falce e il martello si specchia tutta la filosofia marxista, la transizione dal modello rurale-agricolo a quello cittadino-operaio, la denuncia del comune sfruttamento (dei braccianti e dei manovali).

Cosa si specchia nel garofano, nella rosa, nella quercia, nell’ulivo? O anche nel mero quadrato rosso? Ben poco: i partiti di oggi (e non solo quelli citati) sono privi dell’elaborazione intellettuale necessaria per individuare uno slogan.

Stavolta ci limitiamo ad additare il (gigantesco) problema di sostanza, anziché gli innumerevoli problemi di forma. Da nessuna parte nel mondo esiste una filosofia socialista adeguata ai tempi che corrono: ai tempi dell’iper-sfruttamento irrazionale delle risorse naturali, della radicale sovversione dei rapporti di forza tra i gruppi sociali, dello strapotere antidemocratico delle élite finanziarie, dell’asservimento dei contrappesi dell’informazione, dello sradicamento delle persone dalle proprie terre d’origine e dell’oppressione psicologica su chiunque si trovi in difficoltà (per soldi, per motivi personali, sessuali, sociali, etc).

Come fare identificare questo popolo di sfruttati in un simbolo nuovo? Servirebbe un’elaborazione culturale che al momento manca. Un nuovo Marx per criticare e superare il modello di “sviluppo” esistente. Dei nuovi Lenin e Gramsci per riorganizzare i partiti e i sindacati. E un nuovo disegnatore, per trasformare il nuovo orizzonte di giustizia sociale in una nuova immagine positiva.

Riuscirà la sinistra a trovare tutto ciò?

O dovrà accontentarsi di slogan ben colorati per i partiti più grandi, e patetiche battaglie legali sull’uso dei simboli storici, rimasti in balia dei partiti più micro (p.e. i nuovi PCI e PSI)?

La risposta è ignota. Ma bisogna, si deve sperare che sia possibile andare oltre gli spot pubblicitari della Nivea e i richiami nevrotici a un passato morto e sepolto… Forse, da qualche parte, c’è qualcuno al lavoro per sintetizzare il nuovo spettro da fare aggirare per l’Europa. A costui si può dire soltanto: l’unica ragione per cui puoi non far presto, è che devi farlo bene.

E chissà che un giorno non sia possibile votare un simbolo senza vergognarsi della grafica oscena.

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Sull' Autore

Direi di scrivere soltanto questo: "Potentino, classe 1997. Mi sono laureato in giurisprudenza a Pisa".

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