Sedici anni dall’ultima volta a Monaco, sette dall’ultima doppietta. Quest’anno la Ferrari è davvero veloce e spezza lunghi digiuni. Ieri le due Rosse hanno vinto il Gran Premio di Monaco e sono riuscite a imporsi, con Sebastian Vettel davanti a Kimi Raikkonen, inscatolando un vantaggio di 25 punti sul diretto inseguitore Lewis Hamilton e scagliando Valtterri Bottas dietro Daniel Ricciardo.
La trazione della SF70H e la precisione con cui ingranava tutte le traiettorie sull’asfalto rivierasco dimostrano che il progetto di quest’anno è davvero vincente. Possiamo tutti sperare nella conquista dell’iride dunque, anche se bisogna saggiare come si adatteranno i futuri aggiornamenti alla vettura di base.
Grossi timori sul passo corto sembrano così ingiustificati viste le ottime prestazioni Ferrari nei circuiti in cui il passo corto è più un difetto che un pregio (la macchina più corta infatti genera meno carico aerodinamico, il che si traduce in meno aderenza). E a Monaco è stato un trionfo. Perché il passo corto ha significato maneggevolezza e manovrabilità, virtù che hanno posto il Cavallino un passo avanti a tutti gli altri.
La Mercedes ha avuto la necessità di far rimontare Lewis Hamilton, e grazie a una strategia azzeccata i tedeschi hanno fatto scalare il tre volte campione del mondo dalla 13^ posizione di partenza fino alla 7^ piazza all’arrivo, che porta con sé in dote 6 punti.
Nel contempo Valtterri Bottas ha provato ad attaccare i due ferraristi nelle prime fasi di gara ma poi è rientrato in anticipo come Raikkonen ed è rimasto imbottigliato nel traffico di Daniel Ricciardo, cinto nella morsa delle Red Bull. Il #77 ha poi faticato non poco per portare a casa la medaglia di legno, perché Max Verstappen gli si è incollato alle spalle e le ha tentate tutte pur di sfilargli il quarto posto. Ma il finlandese non si è tirato indietro dalla lotta e ha resistito fino all’ultimo giro.
In generale la Mercedes accusa un bilanciamento non perfetto e problemi nel gestire il passo lungo su un circuito tanto stretto come Montecarlo. Quando la traiettoria vincente si indovina sul piano dei millimetri e dei centimetri, trovare la quadra diventa più difficile e se da un lato si chiede di più alla sensibilità e alla concentrazione dei piloti, dall’altro la domanda sulle performance della macchina rimane alta, e si eleva ancora.
Il dubbio seminato nelle fasce dei tifosi che si erano emozionate per la pole position di Kimi Raikkonen del sabato (il finnico tornava davanti a tutti dopo ben 128 Gran Premi), però, continua a gettare ombra sulla gestione gara del Cavallino. Anche se l’ipotesi del complotto appare improbabile e irragionevole, in molti si domandano se a Maranello hanno deliberatamente avvantaggiato Vettel con una strategia più remunerativa per garantirgli punti extra in classifica.
Il pomo della discordia è stato il momento del pit-stop. Kimi Raikkonen è stato chiamato con parecchi giri d’anticipo rispetto a Vettel, che viceversa ha avuto la possibilità di tirare al massimo fino a che non si è fabbricato il gap necessario per restare davanti al compagno di team. Un risultato che affonda nel talento cristallino del tedesco, senza nulla togliere alla classe del finlandese.
C’è da dire che, anche se fosse vero che la Ferrari ha avvantaggiato Vettel (e chi scrive non lo crede), non ci sarebbe stato nulla di male. La filosofia ferrarista è sempre stata quella della punta unica su cui scommettere, senza mai giocare veramente a due punte. In più Raikkonen, ormai, pur essendo un pilota esperto e veloce, non ha più il piede magico che un pilota all’apice della sua parabola sportiva come Vettel può vantare di avere.
Di certo (e qui ci stringiamo a tutti i tifosi del finnico, a cui ci sentiamo di appartenere) Kimi è rimasto abbattuto dalla sua performance deludente. E ne è rimasto davvero triste. Molti suoi tifosi hanno trovato commoventi le sue espressioni basite sul podio, e noi siamo alcuni di loro. La vittoria di Vettel è più importante per il campionato, ma quella di Raikkonen contava di più per il cuore.
