
LUCIO TUFANO
Un tempo assai lontano – è scritto in un vecchissimo ebdomadario – quando l’Epifania tutte le feste portava via, ecco che occorreva celebrare il vecchio anno. Era quella una festa nella quale si presentava Carnevale. Assai timidamente, quasi impacciato agli inizi, Carnevale appena azzardava qualche squillo di tromba, qualche buffonata, qualche farsa per far ridere. A poco a poco, il buon umore di chi lo accoglieva, il piacere di divertirsi e la voglia di scacciare definitivamente le amarezze del vecchio anno, finirono col renderlo più ardito e spigliato, più impertinente e spregiudicato. Ogni volta che si presentava erano corse sfrenate per la città e per le campagne, e canti e schiamazzi, e suonar di fanfare, di campanelli e di fischietti, getti di stelle filanti e coriandoli colorati. Tutti impazzivano con lui che era il re della festa e trascorrevano i giorni nella spensieratezza e nella gozzoviglia. Ma un bel giorno una vecchiaccia arcigna e brontolona che non ammetteva quell’allegria e quel dispendio di risorse, carica d’invidia per quel mattacchione spudorato che aveva sottratto gli uomini alla fatica ed alla parsimonia, gli venne incontro a gran passi e gli si parò innanzi a braccia aperte, con un ghigno da bocca sdentata, lunga, magrissima e cattiva, proprio quando Carnevale, al colmo della gioia e dell’eccitazione, cantava e ballava, strimpellando il suo organetto, con frotte di ragazze e ragazzi che si divertivano con lui. Non si accorse che la vecchiaccia lo abbracciò con quelle braccia stecchite e che lo stritolavano come in una brutta morsa. Un leggero crepitìo, e una nube di fumo che si solleva per ricadere con una fitta pioggia di coriandoli … e di Carnevale non se ne sentiva più parlare fino all’anno successivo. Era una perdita grave, anche perché allora, in occasione della sua presenza,si mangiava moltissima carne, difatti carna-val e Carnalia, scilicet festa ut saturnalia, carne-levamen costituivano le feste carnasciale-sche (carne a scialare). Ma proprio per questo e per non far rattristare tutti quelli che lo amavano, vecchio e affranto, preoccupato per quello che sarebbe potuto accadere con il Nuovo Anno, Carnevale s’inerpicò a stento ed a fatica per l’innevato sentiero della montagna, per consultarsi con una antica e strana strega che abitava in una grotta. Si diceva che da quella grotta poi si usciva con la magia del “grottesco”, un’arte di far ridere senza neppure accorgersene. Giunto al suo cospetto, Carnevale le chiese come avrebbe potuto comportarsi per rimanere sempre nella memoria della gente, malgrado la aggressiva invadenza della vecchiaccia Quaresima. La maga Giocondona battè tre volte la sua bacchetta sulla parete della grotta, con gli occhi chiusi e pronunciando parole incomprensibili e subito, come per miracolo, intorno a lei sorsero le figure, sgorbi, gobbi, nani, allampanati, rottami e pezzi da museo. Creature del grottesco, quelle buffe che avrebbero poi animato le feste, la piAzza ed il teatro. La maga Giocondona le prese ad una, ad una e con un pennello le dipingeva la faccia di vino e succo di more; poi le adornava di cortecce d’alberi, con legno, avorio e metalli, gli appioppava la gobba, gli iniettava la follia allegra e quella mesta nella festa, fino a quando gli uomini avessero voluto godere della spensieratezza e festeggiarlo, ogni anno, malgrado i tempi e le mode. Così all’abbraccio rabbioso di Quaresima arcigna, Carnevale si dilegua nella polvere della neve, delle ciprie e dei coriandoli, strisce colorate e risate. Fu così che da allora la Toscana si rallegra con Stenterello, il Piemonte con Gianduia, Milano con Meneghino, Bergamo con Brighella ed Arlecchino, Bologna con il dott. Balanzone, Venezia con quel poverazzo di Pantalone, Napoli con quel discolo di Pulcinella: … e Potenza? Si permise di domandare Carnevale alla strega. Poiché v’è un gran ritardo storico per questa città – rispose la strega – vi ricompenso facendovi dono di tutto un nugolo di maschere, frotte per il sipario dei vicoli, e non solo potrai avvalerti del Sarakè, ma potrai avvalerti anche di tutta una serie di comparse di Mezzacavezetta, di Pizzaredda, di Pagliaredda, di Caburedda, di Tarengola, di Strusciacauzune, di Turann, di Lumuzz, di Peppelecca, di Luzù, di Strazzaredd e di Trinchill … Queste mascherine le ho inventate per te, disse Giocondona al povero Carnevale vecchio e cadente, così potrai rimanere negli anni, senza scomparire del tutto. Esse hanno le virtù e i difetti degli uomini e delle diverse città d’Italia. Così ogni regione avrà le sue maschere che erediteranno i tuoi prodigi, la tua allegria e le tue angosce, ti faranno da comparse e popoleranno il tuo teatro e la tua piazza. Ed io che farò? Chiese Carnevale. Tu dovrai dileguarti in una nube di coriandoli e dovrai lasciare alla vecchia Quaresima tutto il suo spazio, ed anche quando questa sarà andata via, la gente applaudirà le maschere che tu lascerai al tuo passaggio. Intanto – disse Giocondona – sii allegro perché morire non è più tanto triste, quando si è certi di rimanere nella memoria e nelle tradizioni della gente. Tu intanto tornerai, fino a quando gli uomini lo vorranno.
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