La fiaba dorata del blasone agrario

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LUCIO TUFANO

Nello stemma nobiliare le mandrie transumanti e al brado, le pianure e gli inverni su scale reali, il bufalo rampante sui pullulanti acquitrini.

I gualani del tavoliere, tra Venosa, Lavel­lo e Canosa acquisiscono una fetta di cielo. Col formaggio munto alle vacche nell’araldica tengono un titolo.

Ettari cinquemila, duemila razionalmente colti­vati, il rimanente a bosco mai toccato dividono le terre cre­pate dai torrenti.  

Il latifondo si sviluppa nelle stanze del catasto, copie, estratti, risultanze, coordinate topografiche, vertici trigonometrici, particelle derivate, frazionamenti esaminati. Una partita confinante scheda singola, doppio formato, diritto di ricerca nella pagina seguente, a mano ricamate, non ancora eliosgrafate, nei risvolti delle pecore il sigillo di un dominio tramandato.

I Fortunato, i Viggiani, i Ginestrelli, gli Scafarelli, i conti di Capracotta, i Ricotta, i Biscotta, i Gallotta, occupano tutta intera la faccia, la calotta. L’uni­verso dei bifolchi, dei braccianti, degli attrezzi ruota attorno ai palazzi nella nebulosa di Orione.

Un casato, ampie soffitte, ha i tesori dentro i muri: napoleoni, scudi, cinque grani, antiche filigrane sotto i cotti dei salotti, nelle cripte delle cantine.

I sonni dei conti sono agitati, titoli, botti, mucchi di prosciutti nelle dispense e negli annali, i reci­pienti tacchettati, il gioco dei granchicchi, delle uova dei Montocchi e dei Monticchi, i cotogni, i melograni, il saldo dei chicchi.

L’arco di S. Gerardo è un ponte, un braccio di via che unisce le suppliche del popolo a quelle di un santo laico o religioso che sia, un cunicolo nei secoli per i verbali delle guardie, le carte notarili, i registri delle cresime nelle alleanze di sangue e nella spartizione dei controlli. La città cresce nei fondi rustici, le braccia da ingaggiare, i busti rattoppati dalle pezze.

Un arco teso penetra nella campagna, nei di­rupi. Il contadino che cavalca deve abbassarsi. Forche caudine per i muli, per i carri. Arco dei trionfi invece per chi riempie lo sguardo compiaciuto dei campi di formiche. L’arco è una bocca che di notte parla con le voci incuneate, una cuffia per la registrazione e l’ascolto dei suoni, dei rumori, di quanto la campagna va macinando. I contadini si specchiano nei fazzoletti di cartavaluta per le facce, i baffi e le rughe del re; amano tenerlo in tasca per possederlo, perché si generi un figlio di re. Un re formaggio, nel “maccaturo”, da tenere quieto nelle fasce del seno, cui poter donare il corpo, le gambe, il fiato, la possanza, l’arroganza della “panza” in catene nel gilet. Un cliché per il nostro fattore che ha lasciato covare milioni di uova per i crini del letto reale, i merletti e le trine nei cortili della camera nuziale.

Il padrone faceva miracoli, con tre dita cessava di piovere, con due dita chiamava a denaro, con una mano elargiva favori, con due mani moltiplicava i piani, con un dito ammoniva i villani.

Andava, rientrava, navigava sulle gradinate del duomo, con i cavalli montava in carrozza, al coc­chiere ordinava la strada. Breve e lunga che sia la carrozza tracciava una via, nel commercio legava le balle, ad Auletta cambiava i cavalli. Quattro “panizza” da Patania, della moneta la pesante follia, che pure circolava, nei risvolti delle tasche, negli acquisti delle casse, nei perimetri dei boschi, nelle aie rotonde di squadrate masserie, nelle canne, nelle spanne, nei mezzetti a milioni delle zolle. Nei moschetti raddoppiavano le palle. Contadini per un soldo, contadini senza paglia, senza fieno, senza un campo dei miracoli.

Le banche hanno poi ereditato i tetti, i corpetti, le luci, le cassette e le moquètte, hanno chiuso in cassaforte le memorie del risparmio, la camicia di forza del danaro.

I soldi usciti dalle tasche, nei sacchi conservati, hanno cacciato gli alberi dei titoli, le polizze, le mille braccia della rendita.

Il fabbricato che regge, da un lato, l’antico arco di San Gerardo, la Porta che, fino a pochi anni fa, fungeva da canale di transito per contadini che dalla campagna salivano in città o che, convogliando le perenni raffiche di tramontana, nella parte esterna con enormi cumuli di neve, finiva col bloccarsi, facendo gelare i muri orlati di stalattiti, con la fontana, punto centrale, antistante alla Cattedrale.

All’altezza delle prime finestre, i grossi anelli di ferro, conficcati nelle orride bocche di pietraservivano a trattenere i cavalli del fattore, i muli e gli asini dei coloni venuti dal latifondo o dalle difese per pagare il canone o per recare omaggi di derrate o di frutti ai padroni.

Il portone centrale, con il grande stemma affrescato sulla volta, dava l’accesso alle scale che portavano agli appartamenti superiori. Per accedere in casa Scafarelli bisognava aggrapparsi alle ringhiere e salire tutta la rampa.

Ai lati di ogni gradino, vi erano piante e fiori e lungo tutta la gradinata, avente per tappe i pianerottoli, s’incontravano servi e persone, gente indaffarata per servizi da eseguire o per prestazioni già svolte.

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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