LA GIRANDOLA DELL’ANTIQUARIO

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LUCIO TUFANO

Il vento ha portato nella costellazione dei vicoli pagine sdrucite e gialle segnate dai geroglifici tracciati dalla mano per antichi segni e permanenze.

V’è una sorta di ritrovamento, di riscoperta archeologica nel reperire documenti e testimonianze originali, là dove i decenni hanno coinvolto le cose in un vortice mostruoso di date e di stagioni. V’è l’esigenza di tuffarsi nella polvere e prediligere i pezzi di una storia, di una famiglia, di una città.

Gli oggetti vagano nello spazio, nei vuoti interstellari, messaggi pervenuti dall’aldilà, aquiloni di porte, d’insegne, navi di cartapesta, sulle cui tolde si affacciano mille vicende, gli uccelli che sono volati, i libri di bordo, le pagine, in direzione dei raggi solari.

Li ho ritrovati in questa nebulosa d’immagini riflesse, spiriti vaganti di secoli che hanno perso il loro giorno, specchi in cornice nel cui fondo, al di là dei fiori dipinti, si scorgono case capovolte, alberi, finestre, portoni aperti dentro il vocìo dei giochi, le porte stinte, le scritture malferme, gli emblematici oggetti di una vita trascorsa e che appartiene all’io di ieri, ma anche al nostro mondo di oggi.

Sono oggetti che ruotano prima di essere attratti, fissati da una forza gravitazionale come su di un bancone sospeso, una cattedra ambulante su cui fanno bella mostra.

D’un tratto si animano come afferrati da una energia, quella stessa che nel pianeta dei morti trasmigra alla ricerca di spazi diversi.

Si è aperto il baùle dei fatti e delle date, i vecchi orologi e le monete. Anche le pietre stridono il registrato delle voci, proiettano una scena, uno spezzone di esistenza.

È la gorgone di un’attenta riviviscenza. Riviviamo gli anni che furono, con le facce, il cappotto e i polsini di allora.

In questo girone, bolgia del contrappasso, purgatorio dei fatti, anche l’anima degli oggetti attende l’espiazione o il perdono.

Sono nella polvere e non luccico al sole. Mi usarono principi e notari, poeti e capi di nazioni, siglai dichiarazioni di pace e di commercio e l’utilizzo dei cannoni. Nella immota sfinge v’è chi attinge voci fluide, la lettura del silenzio, il miracolo cesella il recondito pensiero. Basta ho sete, lasciatemi annegare.

Né le vestigia mie orma non v’è della barocca velleità dei miei compagni d’epoca, ma queste pietre d’antico e incerto crollo sono d’ogni era i secolari tarli. Ora sulla mia infermità l’edera fa da frontespizio al mio teatro.

Feluca, cilindro, bombetta, stoffa, foggia da prete, da borghese, da soldato, di tante tinte e dimensioni, fui nelle vetrine, ora sono il gran cappello, non di Giolitti, ma di Pasquale Lardo, spavaldo anfitrione dei vicoli, mai sazio d’impennate e le donne mi contendono al carabiniere, al posto dell’occhiello c’è il coltello.

Osserva sul mio dorso, la mia data è il 1903, impressa a caratteri di stampa. Dentro di me ha indugiato la mano di Giacomino L. a vergare le righe di un’impresa compiuta in Serbia. Ora vago con i fogli che sbattono come tende, con una scritta sugli oblò e nella polvere mi scorre la storia di un uomo e le macerie.

Sono il mattone, un po’ scalmanato, troppo usato, sbriciolato; sono il mattone di Ierace, nato a San Rocco nella fornace, la mia anima rimase nella solitaria cava ove riecheggia l’abbaiare dei cani. Su di una carriola mi hanno portato e nella parete mi hanno imprigionato, il terremoto mi ha liberato con la camicia di tonachino.

Sono l’imbuto, tutte le cose muto, troppe cose grosse ho ingoiato, dal giorno in cui son nato. Nel nome del padre e della madre io fui diseredato. Nel nome della legge fui arrestato, nel nome della Patria fui imboscato. Insomma io sono un uomo, così trasformato, con una bocca larga e il collo stretto di un impiccato.

Sono una finestra, il vuoto spinto dello spazio, il precipizio da cui t’affacci, le forme di abisso che ti mostro. Chiudi le imposte che ti tengo dentro ad impedirti di migrare.

Eccola arriva l’acropoli, il quartiere, la calotta delle stradine e delle piazzette eruttata dai buldozer, un pezzo di paese espulso dalla città. Aveva la cinta, le inferriate, la clorofilla dei capelli, i muri per proteggersi, per rimanere ed in una prigione l’hanno trasformata. Popolanella, popolanà chi mai più ti ripopolerà?

Io sono il fiammifero che accende di riverberi la notte della faccia, ed io la bottega, il mio odore di vecchio petrolio, di sottosuolo, il mio colore di bigliardo, ed io il quadro ad olio, vengo dalla penombra, la pesca del tonno, i bicchieri profondi, la cena dei preti golosi, i paesaggi, il 700 e la Pompadour …

Ad un tratto si intorbida il fondo dello specchio, s’adombra, vi passano i fantasmi dell’incuria, delle intemperie e poi la schiarita, il vicinato di sedie, evocazioni, una piazza inghirlandata, la vecchia stazione sbuffante, la libreria Marchesiello, il caffè Balzano, il novecento delle carrozze.

Ed io sono la scala vertiginosa dentro la torre del campanile, la banderuola lamentosa, le balaustre mangiate dalla ruggine reggono le campane, lontano dalle luci.

Sono il castello del ragno tessuto di fili e d’aria, mi arrampico sulle gomene. Sono una grigia vela di trinchetto …

Sono il teatro, tra le mie vecchie e umide pietre tubano i colombi selvatici e respirano le striature di muschio; nel mio interno, freddo e scuro, regna incontrastata l’aria del loggione. Il sipario calò dell’autunno sovrano al gorgheggio dell’ultima soprano.

Sono il Circolo Lucano: poggiate i gomiti e le mani sul mio piano, fate tremare i tavoli da gioco, le carte bollate del re di denari.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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