Leggo del giochino sessista, stupido ma non innocuo, della sera della parata dei Turchi. Leggo di Sara Di Pietrantonio, uccisa barbaramente da un uomo che non voleva più, e comincio a sudare freddo. Poi leggo il post sulla paura di Giampiero D’Ecclesiis, e qualcosa mi si torce dentro.
Perché anche io in un certo periodo della mia vita ho avuto paura, perché anche io ho rischiato di fare la fine di Sara. E sono molto fortunata ad esserne uscita viva. Ancora adesso, dopo quasi vent’anni, mi sono rimaste delle cicatrici: mi guardo indietro ogni tanto se cammino da sola, sbarro porte e finestre quando sono a casa, non riesco a parlare al telefono più a lungo di 5 minuti. Ho subito a lungo pedinamenti, perquisizioni, violazioni della mia intimità, ricatti e ogni genere di soprusi psicologici. E ho avuto paura, tanta. Per me e per i miei cari, minacciati di morte. Allora non sapevo che non ne sarebbe stato capace, e tremavo. E subivo.
La mia paura è stata la paura di tutte le donne. Possiamo non dircelo, ma quando decidiamo di farlo scopriamo che tutte o quasi abbiamo avuto un fidanzato violento, un amore pericoloso, un marito che ci umiliava e magari picchiava. Attenzione, la violenza non è sempre solo fisica. La violenza è anche la continua destabilizzazione, il continuo non riconoscimento della personalità dell’altro, la continua contrattazione su regole di banale convivenza, sistematicamente violate. Violenza è fare terra bruciata intorno, allontanare gli amici, isolare la vittima facendole credere che è colpa sua. Violenza è infine non accettare la fine di una relazione, passare ai ricatti, ai soprusi, al sistematico avvelenamento dei pozzi della vita dell’altra.
E la mia opinione, al solito non condivisa da nessuno, è che la cultura del sessismo – che poi sfocia in violenza – sia così radicata che una parte delle donne allegramente contribuisce, senza rendersene conto. Farsi misurare il seno per poter bere gratis, come è accaduto a Potenza durante i festeggiamenti del santo patrono, è una umiliazione. Non so se qualcuna lo ha fatto davvero, spero di no. Ma se è accaduto, abbiamo dato – tutte, purtroppo – ragione a chi si è inventato il giochino, parte di una subcultura che svilisce le donne a portatrici di tette, e strumento di mero sollazzo. Dal farsi misurare le tette a farsele tagliare, per sfregio, da un compagno “arrabbiato” il passo non sarà lungo.
Dobbiamo smetterla di pensare che siccome siamo donne, siamo tutte in gamba, tutte intelligenti, tutte capaci di distinguere la goliardia dalla violenza sottesa. Ogni volta che abbozziamo – o, peggio, ridiamo – di fronte al giochino scemo, di fronte al complimento pesante del collega, di fronte alla prima restrizione della nostra libertà, di fronte al primo controllo dello smartphone, di fronte al primo ceffone, stiamo di fatto alimentando la violenza, invece di placarla.
E lo so, fidatevi.
Perchè mi è accaduto.
