LA POESIA DI GIULIO STOLFI

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(2) La poesia di Giulio Stolfi – Luigi Reina

La poesia di Giulio Stolfi si presentò sul proscenio della lettera­tura italiana nella temperie di «Momenti», una rivista impegnata a gestire le possibili sopravvivenze del neorealismo in anni già tentati da nuove parole d’ordine. E si attestò attraverso un volumetto terroso e metamorfico, implicante sin dal titolo (Giallo d’argilla e ginestre, 1954) più di un ammiccamento neorealistico, già compreso, tuttavia, di quella tensione di ben diversa natura che consumerà nella bodiniana «Esperienza Poetica» (1954-1956) le sotterranee fascinazioni ermetiche su una linea di intrigante gusto figurativo di varia ascendenza che ritrovava persone, luoghi, colori, ed umori della regione con un gusto per il «particolare» il quale ben poco aveva da spartire, al di là delle più comode formule definitorie, con il «tipico» o con il «singolare» delle estetiche neorealistiche. C’era semmai, anche abbastanza evidente, una scoperta complicità con il reale rappresen­tato nel quale si emblematizzava il soggettivismo interpretativo del poeta affettivamente disposto a modulare figurativamente i dati assunti a oggetto del proprio canto.
Leggiamo a campione Dietro i vetri: la distanza dal neorealismo si attestava in maniera esplicita nella determinazione georgica post­carducciana, nell’aggettivazione o nelle gemmazioni che ne scandiva­no i tratti paesaggistici, nella figurazione visiva dello scenario com­plessivo, nel metamorfismo insistito («tratturo del larice rosso», «torpido corso del fiume», «pareti di canne», «cavo dei volti affilati», «melo malato», «attesa dei falchi», «draghi di fumo», «l’improvviso bagliore / nel buio delle capanne», «il breve cammino del pianto”, «la bestia … sepolta … / (che) nutre di sé un fiore bianco” …). Non vi era traccia evidente del processo estetico del «rispecchiamento» caro ai sostenitori del «tipico», come si volle vedere, quanto piuttosto ricerca insistita di significanze simboliche (particolari) consegnate all’osser­vazione attraverso quei «vetri appannati» che consentono all’osserva­tore di «inventarsi una strada / ai paesi del sole».
Le tre parti in cui la lirica si sviluppa, con l’incipit latamente elegiaco, il nucleo centrale apparentemente impressionistico (pur nella disposizione simbolica degli oggetti consegnati a una visività trasfigurante e allusiva), e il finale proteso verso un’evasività di sogno, non impediscono il viscerale richiamo al dramma che si con­suma quotidianamente nella sospensione e nel trapasso fra la vita e la morte, l’essere e il divenire, l’essenza e la forma cui il poeta ap­punta la sua attenzione con tormentosa consapevolezza del destino che incombe contemporaneamente sulla natura e sull’uomo. Tutto ciò era assai poco neorealistico, e si colorava di intima religiosità nella misura in cui indicava ipoteticamente, nello scatto evocativo, il biso­gno di travalicare la contingenza per attingere possibili certezze al di là dei puri dati materiali, cronachistici o oggettivi, o nonostante essi (Santuario).
La stessa terrestrità, puntuale costante poetica della raccolta, riportabile al paesaggio, tende a forzare i limiti dell’estetica dominan­te per colorarsi di valenze neoermetiche e non di rado al limite del surreale. Essa, infatti, quasi mai si risolve in materialità e assai più di frequente si configura, invece, in termini di rappresentazione di un progetto estetico ipotecato da forte tensione memoriale. Talché, da dato oggettivo o oggettivabile, la terrestrità tende a metamorfizzarsi in immagine speculare ricreata da un’«intenzione» che, se è il riflesso di un «punto di vista» anche ben riconoscibile, non si trasmuta poi partiticamente in resa realistica ma tende ad assumere connotazioni liriche attraverso la riconversione in mito delle immagini che quasi reinventano di volta in volta le contingenze di cui pure la poesia di Stolfi rimane invischiata (Ombre del tempo, Case dirute …).
Le tensioni mimetiche del poeta svaporano, così, verso approdi evocativi che dematerializzano gli oggetti sublimandoli attraverso un trattamento tipizzante della «parola» che aspira a significarsi in emblemi connotando ragioni e valenza della sua poesia.
Sarebbe anche facile richiamare parentele prossime o remote: Qua-simodo, Sinisgalli, De Libero, Gatto, certo Bodini, con Garda Lorca e magari un po’ di D’Annunzio, un po’ di Pascoli, e qualche ammiccamento crepuscolare. Il tutto accompagnato da una tensione in direzione di quella «conversione di verità e mito» in cui, secondo una puntuale definizione di Macrì, era riconoscibile il segno distintivo della più stimolante ricerca poetica di quegli anni (Paese sui monti, Funerale contadino, In queste contrade, Periferia, Autunnale, La (lot­ta dei sogni, Cimitero abbandonato …).
Proprio grazie a tali movenze dinamiche, che si tramutano in tracce distintive di una poetica in atto, la raccolta si svincola com­plessivamente dalle leggi della temporalità, sottraendosi alla datazione di cui sono rimasti vittime molti testi ad essa contempo­ranei. Ciò non significa, ovviamente, che non siano praticabili distin­zioni o eccezioni all’interno, e che non si possano rintracciare certi segni consonanti con le linee portanti delle poetiche neorealistiche, bensì che la sopravvivenza e validità, a distanza, della raccolta si deve proprio a quelle componenti che alla cultura poetica dell’epoca pote­vano apparire complementari o ausiliari. Basterebbe considerare, per convincersene, l’abbassamento che una normalizzazione entro quel­l’ambito esclusivo si determinerebbe in testi esplicitamente giuocati su motivi di scoperta socialità o di più diretto mimetismo, come Lucania, Domani, Incontro, In un pugno di terra, Ritratti, i quali necessitano di essere relazionati al contesto per sursignificarsi in tensione lirica.
La seconda raccolta poetica, Provincia del Reame (1959), avrebbe potuto fornire l’occasione per un approfondimento chiarificatore se i tempi non fossero stati travagliati da una coinvolgente querelle tra il jeu de massacre neoavanguardistico, alternativo all’engagement neorealistico, e le tensioni operativistiche di una declinazione della poesia come «cultura», che rimandavano, per diverse strade, ora allo sperimentalismo «intenzionale» del Pascoli e ora al postsimbolismo narcisista o al «porto franco» della struttura, depistando l’attenzione dalle esperienze ordinate su sequenze di crescita interna e, in qualche modo, più soggettive ed autonome.
Stolfi non si allineò a nessuna delle due tendenze, né si diede a fiancheggiare scopertamente certi revivals neoermetici.
Proseguì per la sua strada rischiando persino di consegnarsi, per molti anni a venire, al silenzio solo episodicamente interrotto, quasi per rispondere a sollecitazioni di tipo sentimentale, da rade comparse su timidi fogli di provincia. Aveva avvertito che la sua tensione verso l’approfondimento anche teorico della cultura meridionalistica (For­tunato, Salvemini, Dorso, ed anche Gramsci) su cui aveva concentrato i propri intenti investigativi al fine di caratterizzare con maggiore consapevolezza il proprio esercizio poetico, poteva persino apparire demodé se qualcuno non esitò a vincolarla ad orizzonti ristrettamente regionalistici.
Eppure quella raccolta testimoniava un certo grado d’avanzamen­to rispetto a Giallo d’argilla e ginestre, almeno nello sforzo palese di intervento transitivo sugli oggetti in funzione di una reinvenzione lirica della realtà storica, antropologica e affettiva oggetto della co­stante esplorazione conoscitiva. La quale si appuntava, certo, ad aspetti della regione, alle sue tradizioni, alle memorie, ma in quanto proprio patrimonio genetico, culturale e psicologico, strumento di riconoscimento e rivendicazione d’identità, duttile alla sublimazione lirica. Nel rapporto dialogico che si stabiliva all’interno della sua psicologia tra un’idea della natura e del paesaggio lucano, quasi pietrificati nell’inerzia immanente che sembrerebbe voler costringere l’uomo a una sorta di passività irreversibile (Altopiano di quattro fiumane, Ardua memoria, Paesaggio, Sentieri, La frana, Borgo Lucano …), e la necessità della mutazione dinamica, il poeta inseriva una positiva partecipazione emotiva che induceva a riportare fre­quentemente alla prima persona la materia del canto la quale veniva come motivata da una controllata e matura disposizione elegiaca non di rado incline alla tragicità.
Ed era questa a svelare le direzioni che veniva assumendo la sua ricerca illuminando persistenze tematiche e variazioni tonali che, attraverso le prime sezioni di Provincia del Reame, disponevano all’arricchimento sostanziale (rispetto a Giallo d’argilla e ginestre) approdando alle ultime due sezioni in cui gli stessi contenuti storico­sociali (Città, Effimera stagione, Prete operaio …), o religiosi (Nostra signora del Monte), si riscattavano sublimandosi nella coniugazione tragica di realtà e immaginazione, riflessione etnemoria. Compariva­no qui componimenti più pretenziosi, dal punto di vista sia strumen­tale che tematico: un’elegia dichiarata (Elegia d’Iscalunga), un poemetto narrativo di impianto crepuscolare (Provincia del Reame), testi popolareggianti, brandelli di realtà colti nello spasimo della sublimazione metaforica, e persino apparenti quadretti impres­sionistici o descrittivi tesi alla mitizzazione visionaria o evocativa dell’oggetto.
A reggere le fila del discorso era non più, privilegiatamente, quel «punto di vista» dipendente da una sorta di «teologia della vita» che aveva, in fondo, motivato la prima raccolta, bensì quella sorta di «reticenza ideologica» che Sergio Solmi ritrovava in una parte della nuova poesia e che induceva al rifiuto dell’«eteronomia» per il recupero delle sollecitazioni più sanguigne ed essenziali della «storia» individuale destinata a riscattarsi dalle contingenze della cronaca.
Qualche tentennamento, qualche incertezza, pure avverti bili in qualche componimento, nel trasferimento di verità brucianti dal pia­no empirico dell’esperienza contemporanea a quello lirico e mitico della poesia, non fa che confermare la costante tensione di ricerca e il tormento del poeta impegnato a declinare in metafora il messaggio e a tramutare in simboli i segni colti nel paesaggio, nei riti, nei miti, nelle ansie dell’uomo e nelle pene della terra lucana. «Naufrago rassegnato» ma non sconfitto, Stolfi trovava, così, nuove motivazioni a conforto o a nutrimento della propria natura e cultura.
Liriche quali Elegia d’Iscalunga, Alle scafe di Alanno, Alterna trama, Nostra Signora del Monte introducono bene alle poesie com­poste successivamente, che vengono qui per la prima volta raccolte in un corpus organico, e testimoniano il profondo legame dell’uomo con la propria terra come strumento esclusivo di rivendicazione d’identità, al di là delle eteronomie, dei progetti utopici o degli scopismi volitivi.
Pregnante appare il senso del titolo complessivo (Il peso del cielo), nella valenza anche immanente della sua significazione metaforica. Vi si chiariscono ulteriormente, e si arricchiscono, gli elementi distin­tivi di una poetica individuale concentrata nella definizione di essen­ze tanto più emblematiche quanto meglio riescono a significarsi di particolarità: ancora il paesaggio, la terrestrità, la desolazione, il vento, la neve, i fiumi, la dialettica natura-creature, la consolazione e la sventura, la religiosità, i pellegrinaggi, il senso del mistero, l’amore, l’ansia della scoperta, l’autobiografia spirituale …; ma anche il cielo, il sole, la luna, le stelle, le albe, i tramonti, i miraggi, la favola, e la necessità del bilancio che diventa riflessione serena sulla storia dell’uomo figurato su trepidi fondali di pastello.
Il linguaggio, coerentemente trattato come strumento di transitività metaforica e simbolica, spesso si concretizza in segno emblematico di stagioni, di luoghi, di cose, di passioni, di furori, di ansie, di ardori, ora accendendosi fantasmagoricamente in colori, luci, bagliori, ora smorzandosi in nebbie, ombre, tremori. E su tutto una riconosciuta fiducia che riconcilia con la vita e induce ancora a sogna­;re. Perché le vestigia del tempo, depositate sui luoghi, e i segni dell’eterno, confidati all’immanenza del cielo, si conciliano nella re­sponsabilità che l’uomo ha di testimoniare continuamente le reiterate «prove d’appello» a lui concesse onde rinnovare negli anni un’eredità di comunione affettiva.
Il peso del cielo, che accoglie testi i quali forzano gli stessi limiti cronologici spingendosi indietro nel tempo fino a proporre componi­menti non entrati nelle raccolte precedenti, emblematizza quella tensione soggettivistica del poeta volto a declinare in termini di psicologia individuale i dati assunti dal contesto geografico e antro­pologico. E in questo si giuoca gran parte della freschezza coinvolgen­te di una poesia che confida alla forza della «parola» la responsabilità di trasmettere le ritrovate certezze di una possibilità di riconciliazio­ne tra io e mondo, proprio mentre sembrano farsi più incombenti le ragioni di un destino ineludibile, che non va respinto o contestato bensì assunto serenamente onde poterne godere, nell’intimo, i segni confortanti.
Il cerchio si chiude, così, proprio sulle tracce di poetica assunte all’inizio di queste note come tipiche di una poesia che non sopporta univoche codificazioni: tensione elegiaca e flusso memoriale, tratta­mento simbolico degli oggetti, disposizione evocativa, movenza surreale che traveste fabulisticamente in visione le cose, radicamento nel microcosmo regionale e sollecitazione lirica. Con tale bagaglio Stolfi si scava una strada attraverso cui concretizzare le sollecitazioni espressive del suo io teso a investigare lo spazio e il tempo colti nel loro vario modo di offrirsi alla fruizione dell’uomo sempre sorpreso dalle cangianti rappresentazioni che l’universo umano e materiale fornisce di sé nel giuoco apparentemente invariante degli eventi che coinvolgono l’essere alle prese con l’eterno dilemma della vita.
Una strada sempre imboccata della vera poesia.

Luigi Reina

IL RICORDO DI LUCIO STOLFI, LA RACCOLTA DELLE RECENSIONI E LA SCELTA DELLE POESIE SONO A CURA DI LUCIO TUFANO

 

 

 

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa
Online dal 22 Gennaio 2016
Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall’agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line ” talenti lucani”, una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell’opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.


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