La politica e la competenza perduta (e mai più cercata)

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MICHELE PETRUZZO

Non ci sono più i politici di una volta!”. Quante volte abbiamo sentito ripetere questa frase? Un grande classico dei “pourparler” nostrani, sempre valido, adattabile a qualsiasi discorso o contesto. Parole a cui si ricorre spesso per sottrarsi all’impaccio di conversazioni complicate e di silenzi imbarazzanti. Un po’ come quando da bambini si andava impreparati all’interrogazione di geografia e alla domanda “cosa si coltiva in questo Stato?” si rispondeva “barbabietole da zucchero”, certi di non trovare smentita e di fare una discreta figura.

Tuttavia quello che si sta verificando da un po’ di anni a questa parte sembra dar ragione ad una frase tanto retorica, quanto scontata! La nostalgia di epoche politiche passate, e soprattutto dei loro protagonisti, è dettata da un curioso contrappasso, che connota i giorni nostri: lo iato sempre più ampio tra l’iperspecializzazione richiesta ai giovani per accedere al mercato del lavoro e l’assoluta mancanza di selettività nella scelta della classe dirigente all’interno dei partiti politici. Le conseguenze di questa forbice sono letali e socialmente inaccettabili. Per carità, la politica e i partiti seguono criteri selettivi differenti da quelli dei titoli e del curriculum, ma spesso si eccede nel dar peso ad altre dinamiche e logiche, che di selettivo non hanno nulla. Da un po’ di tempo a questa parte lo si è potuto constatare frequentemente, anche perché in una fase storica come quella attuale, dove la disoccupazione raggiunge livelli altissimi, il divario stride con maggior forza. Se ad un aspirante “assistente alla vigilanza” vengono richiesti preparazione, competenze ed il superamento di prove concorsuali di una certa difficoltà, non si spiega perché lo stesso scrupolo selettivo non venga applicato a chi gestisce le sorti politiche di un paese. Non che i partiti debbano bandire concorsi interni per scegliere quelli che saranno i loro leader o esponenti principali, ma quantomeno tener conto di quella che sia la loro storia, il loro bagaglio culturale, le loro capacità. A tal proposito mi sembra utile citare la scena di un celebre film, “Baaria”, dove ad un militante comunista – il protagonista – viene chiesto come possa pensare di incidere o di far carriera politica senza aver pubblicato neanche un libro. Dinamiche e storie di altri tempi, che spesso eccedevano nel senso opposto, ma che rendono l’idea di come quell’attenzione alla preparazione, allo studio e alla formazione sia venuta progressivamente meno all’interno delle forze politiche italiane. Non è un caso che le cosiddette “scuole di partito”, che un tempo formavano i militanti più giovani e le future leve politiche, siano sempre meno frequenti e abbiano perso il loro significato originario. Non che la politica non debba adeguarsi ai fisiologici mutamenti di un contesto storico del tutto differente, figuriamoci! Le formule e le modalità di attivismo e partecipazione politica ormai sono completamente diverse e vanno dal tesseramento online alle videoconferenze. Semplicemente si tratterebbe di rimettere al centro l’imprescindibilità delle competenze e di non affidare incarichi e ruoli a chi non possiede le capacità di ricoprirli.

Tra i fattori all’origine del fenomeno dell’impoverimento culturale della politica e di chi la pratica si pone sicuramente il populismo, sempre più diffuso e radicato. Lo stesso che alimenta la “foga anticasta” e ritiene che chiunque, senza un minimo contenuto o conoscenza alcuna, possa far qualsiasi cosa. Chi di noi si farebbe operare da un macellaio? Non si tratta di classismo, ma semplicemente di ambiti di competenza!

Non si capisce perché ai tanti giovani disoccupati ed “iperskillati” vengano richiesti sempre più titoli, targhette di presentazione e pagine di curriculum, mentre per chi è chiamato a rappresentare l’elettorato e a decidere quotidianamente sul futuro del Paese il problema non si ponga minimamente! Un’ incongruenza inspiegabile, un paradosso sempre più insopportabile, che genera pericolosi cortocircuiti sociali e culturali, che stiamo già iniziando a pagare sulla nostra pelle!

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Sull' Autore

Michele Petruzzo

Nato a Potenza in una calda notte di agosto del 1994. Storico, appassionato di politica e tifoso della Roma. Ho studiato a Bologna, dove ho conseguito la laurea magistrale in Scienze storiche con una tesi in “Storia delle donne e dell'identità di genere”. Ho frequentato la Scuola di giornalismo della Fondazione Lelio Basso e ho collaborato con “Il Manifesto”. Adoro la letteratura e il mare.

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