QUANDO IL DIRITTO ALLA SALUTE DIVENTA UN CALVARIO QUOTIDIANO

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ESPEDITO MOLITERNI

Il silenzio di questa casa, ormai diventata troppo grande per me, amplifica quei primi segni di vita che mi giungono immutati dal mio paese al suo risveglio: il cigolio di una porta che si richiude, il risuonare dei passi, affrettati e contratti per il freddo mattutino, che si insinuano fra pietre e ciottoli  di scalini, vicoli, viuzze che eterne si diramano tortuose tra schiere di piccole case allineate, l’una dopo l’altra, con i gradini  ancora  madidi di umidità notturna e con i camini che sbuffano i primi effluvi  che  si intrufolano fra gli ultimi fasci di luce dei lampioni che dondolano fedeli al ritmo della brezza fredda del primo mattino.

Fuori fa freddo, la fine del mese di novembre ci offre, alle prime luci, un’alba non particolarmente indicata per i miei dolori ossei e la tosse che, proprio questa mattina, impetuosa, mi scuote le membra; so che fra qualche minuto cesserà per poi ripresentarsi ad intervalli di minuti/ore, sempre scuotente e prepotente. Il medico del paese , dopo aver inutilmente provato con sciroppi di vari gusti, non ben sopportati dal mio palato, antibiotici, tisane e altre “ diavolerie”, non avendo notato  alcun miglioramento, mi ha prescritto una tac, da eseguire nell’ospedale di Matera.

Non ho più la macchina, non guido da tempo; con la pensione minima da 560 euro al mese non posso permettermi questi lussi e, poi, non ho più l‘età per queste cose, sono una persona responsabile. La corriera parte dal paese alle 4.45 del mattino per arrivare a Matera alle 8.00, dopo aver compiuto giri infiniti nelle “caracoie” dei vicini paesi  dell’alta collina materana. Il problema è che poi bisogna tornare  da Matera; la corriera ci sarebbe ma, se poi non riesco a prenderla perché  tardo all’ospedale, come faccio? Con la pensione che prendo non posso permettermi il lusso di dormire nel capoluogo.

Ma l’altro ieri sono riuscito a trovare una soluzione!  Questa mattina parte una macchina, di quelle a noleggio,  diretta in città, dalla piazza del paese alle 6.30. Viaggeranno  altri paesani con me; costa un po’ di più rispetto alla corriera ma, almeno, parto un po’ più tardi e soprattutto  ho la sicurezza di tornare in paese  in giornata.

Esco da casa; una luce, seppur ancora timida, ha allontanato il buio della notte, ma non il freddo; cammino a passo incerto per i miei reumatismi ma i vicoli di ciottoli mi hanno accompagnato per tutta la mia vita, conosco ogni loro insidia.  Amo il mio paese, l’odore del mattino, le case a schiera mi danno sicurezza, calore, compagnia. Arrivo nella piazza, puntuale come tutti gli altri viaggiatori, la macchina è lì, entro e mi accomodo sui sedili posteriori e, brandendo con soddisfazione la prescrizione del mio medico, spiego ai compaesani il motivo del mio viaggio.

Quanta gente, tanta; molti camminano a passo svelto, si incrociano, si scansano, si scrutano per qualche secondo senza mai scambiarsi un cenno, una parola, sembra che nessuno si conosca in questa città; altri, seduti su delle panche, si affrettano ad addentare un panino o la mela, si guardano intorno, intimoriti, forse si sentono addosso gli sguardi di quelli che corrono; è pieno l’atrio dell’ospedale.

Io non so dove andare, mi guardo intorno e decido di interrompere la colazione di quelli seduti per avere qualche informazione su quale direzione prendere; mi indicano una signora seduta dietro un bancone enorme, protetta da un ampia vetrata, respira grazie ad un piccolo rettangolo che la riconnette al mondo; le spiego che devo prenotare una tac, non so se ha compreso quello che le ho chiesto, per tutto il tempo non ha alzato lo sguardo e ha continuato a maneggiare quei telefoni moderni che usano tutti, ma ad un certo punto, sempre con lo sguardo fisso sul suo telefono, alza il braccio sinistro e mi invita ad andare in quella stessa direzione dove troverò un corridoio che mi condurrà agli sportelli della prenotazione. Mi rassicuro perchè capisco che mi ha ascoltato e mi aggiunge che troverò le indicazioni giuste che non mi faranno sbagliare. Il tutto è avvenuto senza che io abbia potuto conoscere il colore dei suoi occhi.

Seguo le indicazioni della donna senza volto e presto mi imbatto contro una vera e propria barriera umana; l’aria è irrespirabile, il caldo malato è insopportabile, dal soffitto penzolano delle lavagne luminose che continuamente, anche se a ritmi piuttosto blandi, propongono numeri rossi in successione, tutti i presenti sguainano una prescrizione simile alla mia e un piccolo biglietto con il numerino; capisco che devo recuperare anch’io quel bigliettino per poi accedere allo sportello. Dopo circa una trentina di “ mi scusi”e “ abbia pazienza”, riesco a conquistare la meta e stringo finalmente nel pugno il mio numerino, infinitamente più alto di quelli che si succedono sulle lavagne volanti.

Dopo circa due ore, dedicate a cercare una postazione che  mi consentisse di appoggiare almeno la schiena e a raccogliere confidenze, pur non conoscendoci,  sullo stato di salute dei tanti in attesa, raggiungo finalmente la meta. La solita vetrata, sempre con un piccolo rettangolo ma, questa volta, riesco ad individuare il colore degli occhi della signorina che, sorridente, mi chiede il motivo della mia presenza.

Passo prescrizione e numerino, lei smanetta la tastiera collegata ad un televisore in miniatura, si ferma, indugia, di nuovo smanetta, indugia, attende qualcosa, non succede nulla di nuovo; quindi mi porge la prescrizione, si avvicina al rettangolo. Mentre mi guarda negli occhi con un espressione che non può richiedere null’altro se non indulgenza, mi annuncia che non è possibile prenotare la tac in quanto non ci sono date disponibili; mi aggiunge che, per avere qualche possibilità di riuscire a prenotare l’esame, mi conviene venire a Matera, in quel luogo, ogni mattina alle prime luci del giorno e sperare che, nel caso qualcuno rinunci, si renda disponibile un posto; mi suggerisce che è inutile provare nelle ore successive.

Ogni mattina a Matera per tentare la fortuna? Ma è assurdo! Proferisco queste parole mentre rivolgo le spalle alla signorina e mi avvio per guadagnare l’uscita da quell’inferno, ma subito mi impatto contro la barriera umana in coda che, consapevole ed avvezza a quanto mi era capitato, mi suggerisce: “ prova con strutture convenzionate!” , “ ma che dite?”, ed ancora “è terminato il bad – get e accettano solo pazienti a pagamento!”, “ può provare in Puglia” , “anche lì è finito il bad – get”, sbraitano altri.

Avvertii una forte stretta allo stomaco, ero digiuno dalla sera precedente per non soffrire in macchina, un cerchio di fuoco mi cingeva la testa, mi risuonava crudele il termine bad – get, ma non avevo voglia di capire o chiedere, credevo di aver intuito e ciò mi bastava. Guadagnai l’uscita e presi aria con generose espansioni della mia gabbia toracica, nonostante tutto.

In macchina, nel viaggio di ritorno, nessuno aveva voglia di parlare, evidentemente non avevano passato una giornata migliore della mia. Gli ultimi tornanti ci consegnarono finalmente il profilo del paese, dolcemente adagiato sul declivio della collina; i colori del tramonto riempivano la tela del cielo, fumavano già i camini, si preannunciava una notte umida e fredda. La macchina rallentò sulle ultime curve in salita, superammo alcuni muli carichi di sacchi di tela; i contadini precedevano i quadrupedi, con una mano stringevano la corda che li guidava e, con l’altra, ricambiavano il saluto tenendo ben saldo il bastone scolpito dal legno degli alberi.

Ero nel mio paese, ero tornato nella mia terra, felice e sollevato entrai in casa, mi sentivo forte, perfino la tosse cessò per qualche tempo. Mi sedetti davanti al fuoco, il calore delle sue lingue invase il mio respiro, la legna crepitava festosa, le castagne scoppiettavano.  Quando c’era Teresa, questi momenti erano ancora più intensi e teneri, ci tenevamo la mano, i pensieri rivolti ai nostri due figli, da tanto tempo lontani, ma almeno hanno realizzato i loro progetti.

Sono solo, ma felice; avverto ancora la presenza di Teresa che da due anni è andata in cielo, il suo ricordo tuttora riempie  questa casa; il telefono sul comodino vicino al letto, ogni volta che squilla, mi trasmette l’affetto dei miei figli. E’ vero, ho gli acciacchi dell’età e questa tosse fastidiosa che mi scuote, ma qui ho i miei ricordi, la mia casa, i miei amici, le viuzze, le castagne, il fuoco che mi riscalda, i colori veri delle stagioni, ma c’è anche il medico del paese che mi vuole bene e so che farà di tutto per curarmi. Fuori fa freddo; il paese è ripiombato nel suo silenzio notturno, mi appresto al riposo, domani mattina varcherò l’uscio per immergermi nella carezza delle prime luci del giorno, ascolterò con immutato appagamento le voci e i suoni di sempre, annuserò l’aria fresca  ancora pregna degli effluvi del focolare domestico. Sono contento così, resto qui e, quando Dio vorrà, mi prenderà. Non vado più in città. Qui la mia vita ha avuto inizio e qui deve terminare.

In Basilicata vivono circa 125.000 anziani over 65 , su una popolazione totale di 540.000 residenti; molti di costoro sono affetti da disabilità e da malattie croniche a volte invalidanti. Tanti vivono soli e in piccoli centri lontani dalle città ove sono presenti ospedali e centri di diagnosi e cura; molti vivono con pensioni sociali, sono economicamente fragili, non possono assolutamente permettersi cure ed assistenza private. In tale contesto, tanti decidono di non curarsi o, comunque di rinunciare a presidi diagnostici specifici.

Occorre intervenire subito: il servizio sanitario pubblico non può non rispondere ai principi di universalità, uguaglianza ed equità; occorre costruire un sistema vicino alle persone, inclusivo e di prossimità che parta dai loro bisogni, dalla loro condizione, dalla possibilità di accesso alle prestazioni, dalla non autosufficienza, dalla domiciliarità delle cure e dalla riduzione delle liste di attesa.

Le nuove norme sulla medicina territoriale prevedono nuove strutture e presidi come le Case di Comunità e gli Ospedali di Comunità; l’orografia della nostra Regione e la presenza di tanti anziani, soli e non autosufficienti impongono scelte ed interventi che privilegino politiche territoriali che facilitino la dislocazione dei servizi, sanitari e assistenziali, che diventino davvero di prossimità in particolare nelle zone più disagiate. Per tali interventi ci sono le normative di riferimento, i finanziamenti rivenienti dal PNNR; eppure la nostra Regione è in grosso ritardo.

Occorre accelerare progetti e relativi interventi.

L’accesso alle cure è un diritto inalienabile e deve essere garantito in modo universale ed ugualitario; le persone sole e non autosufficienti non possono essere sacrificate sull’altare delle valutazioni economiche e delle opportunità politiche e di campanile.

 

 

 

 

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Sull' Autore

Espedito Moliterni. Lauraeto in Medicina, specialista in Igiene e Medicina Preventiva, attualmente in pensione, ha ricoperto la carica di Direttore del Dipartimento di Prevenzione della ASM di Matera

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