LA SINISTRA ALLA RICERCA DELL’ANTI-RENZI

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Marco Di Geronimo

Marco Di Geronimo

Il dibattito a sinistra è monopolizzato da una parola: Renzi. Il segretario del PD è il convitato di pietra a tutte le riunioni di area, chiunque sia a coordinarle. Una parte della zona rossa si dichiara suo mortale nemico. Un’altra si dimostra invece molto più tiepida. E quindi la costruzione della casetta comune si sviluppa in un eterno litigio sul nome dell’ex premier.

La diatriba può essere inquadrata in vari modi: tra chi vuole rifondare la sinistra e chi il centrosinistra, tra chi vuole allearsi col PD e chi vuole tranciare i ponti, tra chi cerca la lista unica e chi ne vuole due. È una spaccatura profonda e che sarà difficile sanare prima di febbraio.

Matteo Renzi, nei suoi quasi tre anni a Palazzo Chigi, ha sperimentato una serie di riforme indigeste agli esponenti politici più radicali. Il suo Jobs Act segue una direzione contraria rispetto alle politiche di welfare state del Novecento, riducendo le tutele lavorative per ampliare il libero scambio. La sua Buona Scuola delinea un sistema scolastico agganciato al mondo dell’imprenditoria (una concezione dell’istruzione pubblica incompatibile con quella della sinistra all’infuori del PD). E lo Sblocca Italia ha disegnato un Paese meno green e più dedito al commercio incontrollato, il che è una bestemmia tra i cultori dell’ecosocialismo.

Difficile quindi riallacciare i rapporti. Non è tanto la provenienza di Renzi (che alcuni ritengono un usurpatore perché cresciuto ne La Margherita) quanto la prova del nove a limitare a zero le possibilità di dialogo. Lui stesso aggredisce un giorno sì e un giorno no qualunque bandiera rossa che osi sventolare lontano dal Nazareno fuori dal PD non c’è la rivoluzione marxista-leninista»).

Come si evolverà il quadro politico attorno al Partito Democratico è piuttosto difficile dirlo. Salgono le tensioni interne alla «ditta», con Franceschini orientato a sganciarsi dall’ex alleato toscano. Cuperlo rema in direzione Pisapia, che contraccambia: di pochi giorni fa è la proposta della doppia tessera con Campo Progressista. D’Alema chiude a Renzi ma non scarica Pisapia, e Fratoianni apre a Bersani-D’Alema ma ribadisce le distanze dal PD.

La domanda che tutti si pongono diventa: riuscirà la sinistra a emergere, in un modo o in un altro? Avrebbe bisogno di coagularsi attorno a qualcosa. Poche settimane fa, la parola d’ordine era il programma. Ma una quadruplice intervista al Fatto Quotidiano (Fratoianni, Speranza, Civati e Montanari) ha evidenziato che non c’è bisogno di scervellarsi molto: la pensano già tutti allo stesso modo su qualsiasi tema dirimente nel reticolo rosso. Qualsiasi confronto ha risultati comici. Sembra di sentire il Bertinotti di Guzzanti: “Dividiamoci anche se tutto sommato la pensiamo allo stesso modo“.

Sembra ormai chiaro che il pulviscolo si aggregherà attorno a un leader. Deciso a rimanere alla testa del carrozzone, Pisapia sembra però un pierino che colleziona figuracce. L’ultima, l’abbraccio a Maria Elena Boschi, madrina della riforma costituzionale della cui morte il Fronte del No va orgoglioso. Già gli ha risposto Roberto Speranza: «Giuliano, quell’abbraccio dà fastidio a un pezzo del nostro mondo». Rendendo la candidatura dell’ex Sindaco di Milano ancora più indigesta.

Nessuno sembra però intenzionato a rottamare Pisapia. L’obiettivo è chiaro: mantenere saldi i rapporti col mondo della piccola e media impresa del Settentrione, che può catalizzarsi attorno all’uomo in arancione. La sua ambiguità però è difficile da arginare (specie da MDP, che l’aveva sostenuto con convinzione un po’ troppo precoce).

La ricerca di un leader più carismatico è complicata. La proposta di D’Alema (sceglierlo attraverso delle primarie della sinistra, chiuse al PD) vede in pole position proprio Roberto Speranza, leader in pectore di MDP. Ma qualunque leader esca dalla cabala delle primarie (sia esso Speranza, Fratoianni o Pisapia) sarà troppo debole e soprattutto con una piattaforma troppo poco ambiziosa per offrire prospettive di ampio respiro.

Il lungo termine ha bisogno di candidature più forti e, soprattutto, di idee più coraggiose. La questione Europa, la crescita dei salari, la tutela dei lavoratori e la ristrutturazione ecologica della produzione sono i temi su cui si giocherà il futuro della sinistra in Italia. C’è bisogno di un Bernie Sanders italiano, e difficilmente ne emergerà uno nelle prossime settimane.

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E. In passato ho scritto anche per ItalianWheels, per Onda Lucana e per Leukòs.

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