LA VALIGIA “RITROVATA”

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di GERARDO ACIERNO

 

Questa è una storia vera: una piccola storia lucana, bella e intima, tanto da farmi sentire addosso, mentre provo a raccontarvela, una montagna di ‘scuorno’, direbbero a Napoli, nel renderla pubblica. Ma tant’è. La decisione è presa e così sia. Del resto sono pienamente convinto che continuare a scrivere alla mia età altro non è che un continuo gioco. È una splendida opportunità che ho di vivere (e rivivere) vite passate, gustare la vita, scoprire di continuo quelle altrui e provare a metterle, l’una e le altre, a disposizione dei lettori che le vivranno con me. Insomma, il mio è un continuo regolare i conti con il mondo e con la mia stessa esistenza. Scrivere, perciò, mi offre la possibilità di travestirmi come facevo da bambino da qualcuno che non sono mai stato oppure da ciò che non sarò mai più. Cosicché il gioco continua, e grazie al cielo, con esso anche la vita.

     Proprio oggi Davide Rondoni, sulla sua pagina fb, ha scritto questi pochi versi: a volte/ mentre il cuore langue/ la poesia è un cameriere/ sfaccendato/ con cui fare due chiacchiere/ tra astri e sangue. E come sempre il poeta di Forlì, la città con l’accento come orgogliosamente sottolinea lui, sa volare alto, lasciando in noi che lo seguiamo da tempo segni profondi, premonitori, e comunque sempre tesi a farci riflettere.

     È di poesia che vi voglio parlare. Ma non solo. Di poesia e di gente lucana. Di un premio letterario intitolato “La valigia di Michele” voluto dall’omonima associazione guidata dalla scrittrice Annarita Baldassarre per ricordare un giovanissimo poeta lucano, di San Chirico Nuovo, morto tragicamente nelle acque del mare di Salerno con altri suoi due compagni e paesani nell’agosto del 1963. Si chiamava Michele D’India; era mio compagno di classe nell’Istituto Magistrale “E. Gianturco” di Potenza e gli volevo, non ricordo perché, un mondo di bene.

      Le nostre vite s’incrociarono in Prima Media, alla “Luigi La Vista” di Potenza. Tre anni ai quali si aggiunsero due di Media Superiore consolidando un rapporto di amicizia basato anche sulla comune passione per la poesia. Figlio di contadini lui, figlio di mastri sartori io, si veniva su con sacrifici e indicibili sofferenze. Ma con tanti sogni nel cuore e nella testa. Michele seppe subito primeggiare; si conquistò dapprima la stima e l’affetto dei professori della La Vista e poi addirittura quelli del Preside Muratori al Magistrale. Timido, riservato, orgoglioso e gentile Michele non litigava mai con nessuno. Amava colloquiare e all’occorrenza sapeva anche essere ironico. Alloggiava dapprima in una pensione di rione Chianchetta, poi vinse una borsa di studio e si sistemò presso il Convitto Nazionale di Potenza.  Il giorno della sua commemorazione i miei compagni di classe vollero che fossi io a leggere due sue composizioni poetiche. Riuscii a non piangere, allora. Poi il Tempo mischiò le carte, le distribuì secondo leggi inconsapevoli, lasciando la sua numerosa famiglia nella disperazione e noialtri suoi amici nel timore di non essere sempre stati onesti con lui. Tutto questo, grosso modo, per sessantadue anni. Senza però mai dimenticarlo.  Fino al mese scorso quando su sollecitazione di mio figlio ho incontrato l’annuncio del Concorso e le indicazioni utili per la partecipazione.

       Evviva i social, mi vien da dire. In quattro e quattr’otto riesco a contattare tutte le persone utili: una nipote, una sorella di Michele, la Presidente Baldassarre alla quale dico che vorrei poter donare all’Associazione e quindi al Concorso stesso, materiale poetico che Michele mi aveva passato nei cinque anni di amicizia e anche alcune foto di gruppo dell’epoca scattate poco prima della tragedia. Materiale sorprendentemente saltato fuori in quei giorni dall’antica vetrina di casa paterna nella quale mia sorella conserva ancora i nostri libri e le nostre carte. Non vi dico la sorpresa e l’entusiasmo di familiari e organizzatori. Mi guadagno, così, l’invito alla serata ufficiale e una lunga, bellissima, indimenticabile telefonata con Carmen, la sorella di Michele, residente in Piemonte da lungo tempo. Commozione e felicità a correre senza freni tra i nostri due smartphone.

      Il 20 agosto si va a San Chirico Nuovo, il paese più piccolo della zona, disteso sulla collina ormai incoronata da pale eoliche, tra la media valle del Bradano e quella del Basento. Tra Tolve e Tricarico, tra San Rocco e Monsignor Delle Nocche, tra i canti dei fedeli in pellegrinaggio e quelli folclorici dei Tarantolati.

      Sistemo tutto in una custodia di rappresentanza: la busta rosso-cardinale presa allora nel tabacchino di mio nonno che ancora custodisce il quaderno anch’esso con la copertina rossa e in prima pagina la foto di un dipinto ottocentesco sullo sbarco garibaldino a Marsala. È un quaderno con le poesie di Michele, trascritte da me, impaginate secondo miei personalissimi metodi e caramente conservate. E poi le foto, con le nostre facce e le nostre posture di giovani quindicenni lucani che cercavano di capire un mondo che in quel momento si apprestava a mutare del tutto. In quegli anni il resto del mondo cambiava, la nostra terra molto meno. E noi non potevamo farci niente. Anche se, rileggendo tra le righe di Michele, qualcosa lui l’aveva intuito. Ma questa è un’altra storia.

       Arrivo in paese con tanta voglia di raccontare, di parlare del mio amico Michele e delle sue poesie, di poter contribuire a riempire la sua valigia con le cose che erano sue e che erano state per oltre mezzo secolo mie. Arrivo nel bel mezzo del piccolo centro lucano con la convinzione di dare qualcosa: trovo invece gente che mi racconta ricordi, testimonianze, fatti; vedo segni, sorrisi, sguardi che mi parlano della Basilicata; scambio strette di mano e simpatiche opinioni che mi colmano di una gioia immensa. Mi sorprende felicemente l’intenzione di dedicare al poeta Michele D’India la nuova biblioteca comunale. E mi sovvengono le parole del Cardinale Ravasi: “È necessario educare al leggere, un esercizio indispensabile per la poesia che esige scavo, come se togliesse il miele dalla cera delle parole”.

     Mi regalano un bel volume con la raccolta delle poesie di Michele dal titolo “I fiori più belli” e con un nastro tricolore mi consegnano una medaglia al valor civile per l’amicizia e la solidarietà manifestata nel concorrere a far crescere il ricordo di Michele e delle sue opere. Mi lasciano senza parole mentre battono le mani a un amico del loro amico. Mi commuovo.

     Nella Valigia di Michele ho lasciato, oltre i suoi primi, timidi dattiloscritti tutto questo. In quella valigia, la sera del 20 agosto scorso, a San Chirico Nuovo ho trovato sentimenti, emozioni, commozioni, tenerezze da tempo accantonate, ma soprattutto tanta ma davvero tanta “lucanità”.

Conservo il tutto nel mio cuore.

Ciao Michele. Ciao San Chirico.

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