LA ZES IONICA: UNA PROMESSA CHE NON SI STA REALIZZANDO

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RICCARDO ACHILLI, ECONOMISTA

E’ notizia di questi giorni che, su stimolo della campagna elettorale in vista del voto di settembre, il Presidente pugliese Emiliano abbia sollecitato Palazzo Chigi a fare l’ultimo passo per l’avvio operativo della ZES, Zona Economica Speciale interregionale, a cavallo fra Puglia e Basilicata, un ultimo passo che è lì, inerte, senza che nessuno si sia preoccupato di chiederlo, da esattamente una anno. Come spesso avviene nel nostro Paese, gli strumenti di sviluppo messi in campo misurano la distanza esistente fra una idea teoricamente valida e la sua attuazione, distorta da obiettivi politici o propagandistici e rallentata da pastoie burocratiche.

La ZES nasce da elaborazioni di teoria dello sviluppo risalenti addirittura agli anni Settanta, che vedono nel porto industriale un fattore propulsivo dello sviluppo, purché inserito dentro un quadro strategico che disegni gli assetti infrastrutturali e produttivi dell’area retroportuale in stretta simbiosi e aderenza alle vocazioni logistiche del porto stesso. Tali elaborazioni hanno dato luogo, in tutto il mondo, persino in Paesi in via di sviluppo (si pensi alla zona franca di Suez, in Egitto, o a quella di Tangeri in Marocco) a interessanti casi di sviluppo industriale legato al porto: la presenza di una zona franca che riduce gli oneri amministrativi e doganali e fornisce incentivi per la localizzazione di unità produttive ha, infatti, stimolato sia l’ampliamento dei traffici portuali, sia la creazione di nuovi posti di lavoro si di tipo logistico (grazie alla creazione di nuovi depositi e servizi logistici intermodali) sia di tipo manifatturiero, nelle attività di light manufacturing, packaging, labelling, trattamento igienico-sanitario delle merci in transito provvisoriamente depositate in un’area franca in sospensione del pagamento dell’IVA o di eventuali dazi doganali. Ha inoltre fornito una ottima giustificazione per investimenti pubblici aggiuntivi nelle infrastrutture retroportuali (aree intermodali, connessioni ferroviarie e viarie fra porto e rete trasportistica principale).

Naturalmente, il presupposto di tale potente motore di sviluppo locale è costituito dal fatto che vi sia una connessione, logistica, infrastrutturale e di vocazione produttiva fra le aree coinvolte nella zona franca. E’ per questo che la legge istitutiva delle ZES richiede che le aree individuate per la perimetrazione dentro tale strumento siano dotate di una stretta connessione fra loro ed il porto industriale che ne costituisce l’epicentro, attraverso, per usare le parole del legislatore, la dimostrazione dell’esistenza di un “nesso economico funzionale” tra loro.

Purtroppo, l’ultima amministrazione di centro sinistra della Basilicata, che aderì al progetto di ZES interregionale incentrata sul porto di Taranto, ha avuto come unico denominatore comune della sua esistenza quello di una sproporzione imbarazzante fra propositi rutilanti e miserrime capacità di tradurli in azioni. E’ così che sono state inserite nel progetto aree prive di qualsiasi nesso funzionale, come quella di Galdo di Lauria, evidentemente in ossequio ad esigenze elettorali locali, o aree, quali Melfi, che il nesso funzionale lo avrebbero anche, ma che purtroppo sono logisticamente fuori asse rispetto a Taranto, e che richiederebbero di velocizzare quel collegamento Melfi-Potenza, non solo stradale ma anche ferroviario, che langue fra ritardi attuativi oramai da troppi anni, o aree quali Ferrandina, le cui potenzialità dipendono da una rapida conclusione dei lavori in corso sulla Basentana, che si trascinano anch’essi oramai da troppi anni.

Quello di cui ci sarebbe bisogno, a livello amministrativo regionale e locale, sarebbe un bagno di umiltà. La Basilicata si è gettata dentro il progetto di ZES senza avere l’attrezzaggio retroportuale, in termini infrastrutturali, idoneo a sostenere le potenzialità dello strumento, senza una idonea scelta delle aree candidate, senza un progetto di politica industriale e settoriale atto a riempirle di nuovi investimenti produttivi. E rischia di non ritrarre nessun beneficio dall’adesione alla ZES che, ammesso e non concesso che porti al tanto sospirato sviluppo portuale di Taranto, in tanti modi e da tanti anni perseguito in modi fallimentari, difficilmente riuscirà ad evitare che le aree lucane che vi partecipano rimangano allo stato attuale di cattedrali nel deserto.

Quello di cui c’è bisogno è un lavoro sul territorio, prima di candidarlo a mirabolanti progetti di grande prospettiva e di modesta attuazione. Ricucire le reti infrastrutturali inadeguate o obsolete, rendere le aree produttive attrattive per nuovi investimenti a prescindere dalla possibilità di fruire di strumenti specifici, avee cioè un progetto per il proprio territorio. Ed iniziare a discutere di condivisione di tale progetto con altri territori in modo graduale, paziente, ad esempio iniziando a lavorare sul potenziale crocieristico di Taranto nell’ottica dello sviluppo turistico del metapontino e di Matera, prima di lanciarsi su strumenti industrialistici di difficile realizzazione e gestione come le ZES.

Ma si sa, la modestia e la prudenza nascono dopo le sconfitte elettorali e la perdita delle amministrazioni che si governavano da decenni, mai prima.

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Sull' Autore

Riccardo Achilli

Valutatore di politiche pubbliche di investimento, economista e statistico, specializzato in sviluppo locale, politiche industriali e politiche sociali. Fa parte del nucleo di valutazione degli investimenti pubblici della Regione Basilicata, e collabora come ricercatore e consulente presso numerosi centri studi economici (Osservatorio Banche Imprese, Istituto Guglielmo Tagliacarne, Si Camera, SRM).

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