
LUCIO TUFANO
L’anagrafe del grottesco scandaglia i fondali dell’antroponimia potentina, le voci onomastiche, i cognomi e i soprannomi attraverso riferimenti e riscontri puntuali. L’origine della quale si ritrova nei patronimici e nei matronimici, dalle contrade di provenienza e di luoghi della campagna e dei paesi. Voci cognominali derivati dagli agnomi che provengono dalle espressioni gergali e dialettali di usi e costumi remoti. E più che altro di figure corte, grassocce e arcuate che rispondono al modello rozzesco di gnomi nostrani, abitanti di tuguri e boschi, indaffarati addomesticatori di asini e di muli, frugalissimi divoratori di granoni e di cicorie, cultori delle concimaie e del lezzo animalesco.
Sono i soprannomi della fiaba agreste, di stalle e stallatico, di fieno e fienile, di mucche e paglia, di pagliai e letamai; Menzacapa che nel 1581 era fittuario di terre del Capitolo di San Michele … che intorno al 1880 nel demanio comunale di Chiancali si insediarono famiglie aviglianesi su di un’area di circa 110 piccoli fondi che i potentini avevano rifiutato per la distanza dal centro e per la povertà del terreno; i Vola Vola, i don Lisanti, i Cillo e Tallino, Gruosso o Toppa …; i centri abitati come Magnorri, masserie Martulli; Case Mecca, masseria Lovallo, Masseria Romaniello; e i ricchi Corbo e Gagliardi fecero trasferire molti contadini sulle montagne di Montocchio, sull’altopiano di Giuliano dove sono Montocchino, e Maitalasso 1 … Mezzacavezetta, Strusciacauzune e Brachettedda fanno riferimento ad indumenti o a strappi e toppe di panni che per vecchiaia e logoramento o troppo uso, sono metafore di povertà e di debosciatezza. Ma di Leccascummere, Cascavadd, Spaccafrittata, Cascemodd, Peppelecca, Cicuorie, Panzariedd, Petresine, Ciauredda, Scaròla, Peppone, Baccalà, Laburaginedda, Strascinare, Provolone e Puparule … vi è un vastissimo repertorio, del cotto e del crudo, del mangiare onirico e onnipresente … nomignoli o soprannomi della fame agreste o urbana che fa intravedere pietanze, pezzi di cibo, biscotti e companatici anche nei frangenti più abituali delle relazioni sociali. Così anche per Pichieca, Taccariedd, Calandriedd, Savoriedd e Trecavadd, e tantissimi altri, v’è un’origine allegorica o addirittura etimologica. … Il kanapone è un libro che ha un carattere anche burlesco apparentemente; ridicoli sono i presagi apocalittici dei segnalatori di calamità, pregni di follia illusoria e megalomane i progetti infimi e grandiosi degli inventori, il grottesco rustico delle maschere posticce dei contadini nel maggio del folclore e, degni dello scherno universale, bersaglio d’irrisioni e lazzi, bastoni e burla, sassate e parolacce. Se Byron intravede, nelle allucinazioni di Don Chisciotte, il libro più triste, noi possiamo dedurre, da tale spicchio o angolo del popolare campiello potentino, la vena più esilarante e tragicomica del teatro popolare.
Di quando il Sarakè accompagnò i soldati americani, canadesi, neozelandesi, ed altri alla ricerca delle seňoritas … e se ne aggregarono altri quindici, riempendogli l’interno della camicia, le tasche dei pantaloni e della giacca di sigarette, cioccolate, scatolette di carne conservata, e bottiglie di whisky. Ma le puttane visto che alla loro porta si raccoglievano tanti soldati uscirono gridando con le scope, come le vecchie streghe del Medioevo, per mandarli via. I soldati delusi tolsero tutto quello che avevano dato al Sarakè e, contrariato, qualcuno lo punse sul sedere con la punta del pugnale.
Di quando si disse che Pellalle e Scatuorz, trafugarono tutte le posate in argento dell’AMGOT, nel ballo degli ufficiali angloamericani nel salone del palazzo delle Poste, si pensò ai compagni di Sarakè; ma l’indagine non fu mai espletata, non si potette espletare, poiché quelli che parteciparono alla serata, gli ufficiali e il loro comando dovettero raggiungere, l’indomani, altre località della penisola, per raggiungere Montecassino dove dovevasi svolgere il grosso della battaglia. Di quando il Sarakè, avendo accompagnato un caporale tedesco dalle puttane, stette ad aspettare, per ottenere il compenso di 10 lire, buona parte della giornata, seduto sulle scale mentre le puttane fecero uscire il tedesco dalla parte superiore che usciva sulle scale pubbliche.
Di quando Zebrolone, Giappone e Sarakè fecero una grossa scorpacciata di farina piccante di piselli al pepe; andando di latrina in latrina per espellere il materiale che aveva infiammato loro le viscere. La verità è che i soldati americani avevano fatto loro bere, dai fusti che portavano con sé, sia la birra che il whisky, per cui la gran quantità di farina di piselli, piccantissima e di wűrstel, aveva fatto loro ribollire le pance al punto da imbrattare buona parte delle latrine.
Di quando Sarakè accompagnò una zitella bigotta nella buia parrocchia di una chiesa del centro, e la zitella scomparve dentro la canonica per diverse ore, e lui, rimasto al buio, ad aspettarla, si mise a piangere per la paura. Al pianto e alle grida del Sarakè un prete che leggeva in un angolo al lume di candela, si avvicinò a lui con le forbici minacciandolo che, se non avesse smesso di piangere, gli avrebbe tagliato la lingua.
Di quando il Sarakè passava il suo tempo nel casino di via Acerenza per osservare le puttane con le vestaglie di chiffon che scendevano le scale dalle camere, canticchiando e battendo i tacchi degli zoccoli sui gradini, con il rumore delle chiavi delle camere: Sarakè era lì ad aspettare che scendessero con i clienti soddisfatti, in attesa, seduto sul divano assieme ai soldati e ad altri clienti.
1 Perretti Vincenzo, Cronache dell’800 (figure e fatti). Editrice Laurita. Potenza, 2000.
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