L’APOLIDE DEI VICOLI CIECHI

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LUCIO TUFANO

Vi sono ancora dei vicoli che hanno subìto la stessa sorte degli altri, di quelli ancora più caratteristici e che prima o poi compariranno per destino naturale o in omaggio alle pressanti esigenze della modernizzazione. Nell’umido di essi, nelle stagionate ed elementari architetture, in quella strana aria di stantio di muffe, 
insigne teatro  delle microstorie, fino agli anni settanta abitava ancora molta povera gente, i sottoproletari legati agli scantinati, unica loro dimora e qualche buona famiglia dal vecchio nome e dall’antico portone.
Erano gli inabili, i sottoccupati, disoccupati cronici, i cavernicoli della nostra era, e abitavano nei bassi e nei fatiscenti abituri del centro. Decine, centinaia che vivevano di povere cose e che per guadagnare qualche lira si ficcavano nei palazzi per le pulizie dei piani e delle scale e, in furibonda guerra tra loro, si procuravano  con le pezze, col tocco di spazzola, con la lustratina ai vetri, con la custodia del posteggio occasionale, con la vendita di cianfrusaglie, ceci cotti, semi abbrustoliti, lacce e “capesciole”, di procurarsi da vivere. Erano i sottoproletari del mezzolitro, quelli della stazione o del mercato, che si aggiravano nella piazza del mercato e che chiedevano ossessivamente dei centri di assistenza o dell’Eca, del Municipio – Erano diversi e tra di essi i deformi, gli sdentati, gli rozzi i poveri del sottomondo urbano.
 Mirabile risorsa del sottosviluppo, acume inventivo della disperazione, genialità popolare, i piccoli gnomi inchiodati sulle croci della povertà polverosa, inghiottiti nell’anonima impossibilità di ottenere un lavoro, impediti di tentare iniziative civili ed economiche,  cadevano  come mosche nel labirinto tenue dei fili, le trame dei ragli, la perfida rete del privilegio, della indifferenza e della  discriminazione distratta, e a nulla valevano gli sforzi, essi rimanevano isolati, trascurati, ma tollerati e non avevano neppure il ghetto per riconoscersi o per costruire una, sia pure flebile, rivendicazione antirazzista e sociale.
Furono gli gnomi  del sottosviluppo, quelli che uscivano dalle profonde tane sporche, dalle viscere della terra, quelli dei dormitori pubblici, dagli indumenti dimessi,  che vivevano amleticamente la difficile scelta del portone o dell’ospizio, che non  poterono mai ottenere un regolare salario, che avevano una varietà di attitudini, da quella di sacrestano, a quella di aiutante becchino, che  aspiravano  a fare il netturbino, con la stessa ambizione di un play boy di fare il cinema. E non erano né sulla terra né nella città: gli apolidi dei vicoli ciechi.
Era corto, anzi cortissimo, ma gli parve di sovrastare le montagne quando, riposandosi sulla gambetta dopo decine di chilometri, scrutava di lontano le residue distanze dai Santuari: Picerno, Montevergine, le Addolorate di Foggia e di Picciano, S. Michele Arcangelo sul Gargano, la Madonna delle Galline a Pagani, quella delle armi a Cerchiara, le feste dei Santi Patrodi di Pietragalla o di Gorgoglione, rappresentavano con l’acqua benedetta, l’odore dei incensi, i fiori degli altari, le lucerne delle immagini e le sante reliquie un mondo nel quale si inseriva come indispensabile apportatore di melodia, pervaso da pagana missione.
Dal flauto usciva una misteriosa teoria di coesione per la quale i pellegrini gli si raccoglievano intorno nella organizzazione delle marce.
La riconquistata libertà e il provvisorio riscatto della stambugio in cui era costretto a rimanere negli inverni, quanto il sole gli consentiva di guadagnare i  grandi itinerari dei fiumi e della marine, gli davano una energia da condottiero delle mappe e delle scorciatoie, dei miracoli e dei fatti, esperto delle mangiate improvvisate e delle variopinte ghirlande di luci e di nocelle.
Un capo minaccioso ed intrepido di un popolo di gnomi che riusciva al momento opportuno ad integrare di gente la sagra misera del monte. E nei grigi rigidi, piovosi o nevosi  di dicembre con le dolci note della pastorale di  Natale,  accompagnato  da due o tre zampognari o con l’intermittente passo, faceva la riverenza davanti ai presepi delle famiglie e delle chiese. “Tu scendi dalle stelle”, e il Re dei cieli  invocato scendeva sui bambini che gli si avvicinavano per ascoltarlo in quella maestrìa di pifferaio indomabile, di rievocatore di note umili ed antiche e, da una casa, entrava in un’altra, con la borsa piena di zeppole, di mustaccioli e le tasche risonanti di spiccioli.
E suonava, così per una intesa già presa, dava il via. Suonava il primo pezzo, lasciava ai compagni il secondo, come in una rassegnata assunzione di parti, rimetteva lo strumento sulla bocca e assieme agli altri eseguiva il gran finale.
Col caldo portava il carrettino die gelati con l’annesso scagnetto e l’ombrello grande da sole innestato a baionetta, pronto a fermarsi e ad arrampicarsi per distribuire la sua miscela di crema e cioccolato o di limone. Con  la  sigaretta  “Milite” tra le labbra, il berretto con visiera, il grembiale bianco e l’aria trionfale: gelatiii! Il più piccolo dei coni costava un soldo, il più grosso cinquanta centesimi.
Per i ragazzini dei rioni scopriva le stive del carretto e riempiva i conti di tutti.
Faceva lo stesso rumore del batterista quando con le spazzole colpiva freneticamente la cassetta di legno piena di boccette di cere liquide, nere o rosse, di cromatine e di pezze di lana o di velluto per la lucidatura delle scarpe borghesi di via Pretoria.
Stava lì, vicino alla Trinità, e non si capiva mai si fosse in piedi o seduto.
La sua complessa attività di vicolo era quella del riparatore di ombrelli e di elArgitore di consigli, ma come “uomo piccolo” godeva del rispetto delle donne che lo consideravano personaggio da non irritare. Quando sgridava la moglie saliva sulla sedia.
Conosceva anche lo scongiuro, e aveva il potere di annullare qualche maleficio.
Don Camillo non ebbe mai una fissa dimora cambiando lo scantinato che gli faceva da casa e trasferendosi da un vicolo all’altro.
Un segno, un rigo, gettati a caso, per lui, instancabile imprenditore di cose marginali, operatore ad interim delle stagioni e dei giorni, intraprendente  iniziatore di attività. Faceva parte anche della malferma banda di città soprannominata la “Banda  dello  Scattuso” per il colpo assordante che la grancassa dava camminando ed intercalando la marcia,  specie  quando  la  musica  saliva per le rapide vie che portano al centro.
Quando muore un borghese, un avvocato di grido, un deputato, o un  gran  dottore,  si fanno i discorsi o si scrive sulla epigrafe: “fu un cittadino esemplare”. Per lui si sarebbe dovuto scrivere: “sottoproletariato della poliedrica attività”.
Lo chiamavano “Mancusiedd” – piccolo Mancusi –, solo per il Municipio:  Camillo Mancusi.

 

 

 

 

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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