L’ARTIGIANATO LUCANO E’ IN PIENA CRISI

0

RICCARDO ACHILLI economista

Mentre alcune aree dell’economia regionale mostrano i primi segnali di risveglio dopo la crisi (soprattutto quelle più organizzate attorno a filiere di imprese di grandi dimensioni, come l’automotive e l’agroalimentare) insieme all’espansione continua dei flussi turistici, il comparto artigiano regionale è ancora in piena crisi. I dati Movimprese relativi allo stock di imprese registrate nella sezione speciale del Registro Imprese evidenziano una dinamica inequivocabile. L’artigianato, nel 2018, subisce una contrazione nel numero di imprese registrate presso le CCIAA lucane dell’1,9%. La direzione negativa dell’andamento dello stock di imprese artigiane è condivisa con il resto del Paese: il settore subisce gli effetti della sparizione di spazi di mercato occupati da produzioni industriali di serie e/o produzioni a basso costo provenienti da economie emergenti, l’obsolescenza dei prodotti e dei processi produttivi, la carenza di credito bancario aggravata dalle ridotte garanzie reali offribili a fronte della richiesta di credito, le difficoltà di reperimento di manodopera qualificata, i problemi peculiari in sede di trasmissione di impresa, specie per imprenditori anziani, che hanno immesso in azienda una abilità manuale e produttiva di eccellenza, unica e non trasmissibile, che sparisce con loro all’atto della successione dell’impresa, determinando un grave abbattimento del valore dell’avviamento fra le immobilizzazioni immateriali.

Il calo per l’artigianato lucano è, peraltro, molto accentuato rispetto alla media nazionale e, se osservato in prospettiva storica più lunga, ad esempio fra 2012 e 2018, è di oltre l’11%. Tale tendenza è particolarmente preoccupante per la Basilicata, perché l’artigianato costituisce ancora un pilastro della sua economia: le sue 10.268 imprese artigiane costituiscono, infatti, ancora il 17% del totale del tessuto imprenditoriale lucano, un dato superiore alla media del Mezzogiorno (pari al 15,9%). In determinati settori, esse sono addirittura vitali per la sopravvivenza stessa dell’attività nel contesto dell’economia regionale: ad esempio, le artigiane costituiscono il 73,3% del totale delle imprese regionali attive nel settore della lavorazione del legno, il 60,6% in quello della stampa, il 60,3% nell’industria alimentare, il 57,5% nella fabbricazione di prodotti in metallo, il 56,9% di tutte le imprese regionali operanti nel settore della riparazione, manutenzione, ed installazione di macchinari ed impianti. Senza imprese artigiane, molti di questi settori, in pratica, scomparirebbero dalla mappa delle attività produttive lucane perché (forse ad eccezione della sola industria alimentare) privi di imprese medio-grandi più strutturate in grado di sostenerli.

L’emorragia, se osservata in una logica di medio periodo, riguarda soprattutto l’artigianato della lavorazione dei metalli, che fra 2012 e 2018 perde, in termini di incidenza sul totale delle imprese del settore, circa 5,4 punti. Di dimensioni analoghe è la perdita di peso dell’artigianato tessile, mentre la filiera legno-mobile dimagrisce ad una intensità compresa fra i 3,3 punti, per le fasi più a monte, fino al 4,6 per quelle a valle. Grazie alla tenuta della filiera automotive, crescono soltanto le imprese artigiane legate, in fase di subfornitura specializzata, a tale comparto (+3,9 punti). Interessante anche l’incremento di imprese artigiane nel settore dell’industria delle bevande (+4,7 punti) benché il settore delle acque minerali sia sempre più dominato da grandi player internazionali detentori delle concessioni regionali.

Evidentemente, l’impatto occupazionale di tale crisi è rilevante, e stante la base di lavoro tipica di tali imprese, e fondata sulla prevalenza del lavoro proprio dell’artigiano e dei suoi familiari, si può stimare in almeno 2.000 posti di lavoro persi dal 2012 al 2018, non di rado nelle zone interne a minor sviluppo, in cui tali attività costituiscono quasi tutto il tessuto produttivo esistente.

Questi dati, così crudi, mettono in gioco  anche le responsabilità della Regione, che ha normato il settore in modo molto penetrante, arrivando anche a definire nel 2015 un vero e proprio testo unico delle varie norme regionali esistenti, con previsioni, peraltro concertate con le associazioni di categoria coinvolte, spesso anche innovative e sperimentali (ad es. la bottega-scuola), oltre che concentrate su tutte le fasi tipiche della vita aziendale, con un riconoscimento specifico, tramite un marchio di tipicità, della componente tipica e tradizionale, valorizzabile anche in una logica turistica.

La Regione ha altresì messo in campo strumenti agevolativi, come ad esempio il fondo regionale di microcredito, specificamente rivolti al sostegno alla nascita di nuove micro-imprese. Determinate fasi critiche della vita aziendale, come ad esempio il reperimento e la formazione di un nuovo addetto familiare da portare progressivamente al livello di abilità dell’imprenditore-fondatore, non sono state presidiate efficacemente, come mostra il fallimento totale dello strumento dell’apprendistato, largamente di responsabilità regionale, e che, come mostrano i dati Inps, oggi è utilizzato per una quota del tutto irrisoria delle nuove assunzioni in regione. Senza parlare dell’assenza di uno strumento specifico di assistenza, anche consulenziale e di pianificazione, in sede di successione di impresa, in un tessuto regionale in cui gli imprenditori ultrasessantenni sono il 18,7% del totale, a fronte di una media nazionale del 16,9%, e dove quindi molte imprese sono oramai entrate appieno nella fase critica della successione generazionale, ed al contempo non riescono a favorire turnover, inserendo imprenditori che ne svecchino il profilo anagrafico ed apportino, con la loro freschezza, maggiore innovazione e creatività nella gestione aziendale. O si può discutere della persistente inadeguatezza del sistema della formazione tecnico-professionale nella scuola secondaria superiore della regione. La falcidia del credito bancario ha poi fatto il resto, condannando molte imprese artigiane lucane alla morte per soffocamento da carenza di liquidità.

Non resta che dire che la materia deve essere integralmente rivista, forse volando anche più basso rispetto a previsioni di policy molto sperimentali, come la bottega-scuola, lavorando più in profondità con il mondo della scuola e con quello della formazione professionale, immaginando facilitazioni di accesso al credito ordinario, quello per liquidità di mera gestione, ed al contempo favorire progetti di investimento più innovativi e coraggiosi, premiando progetti di impresa più evoluti. Il tema dell’artigianato tipico e tradizionale, poi, non può essere disgiunto da una promozione maggiormente organica ed unitaria del territorio, che integri anche quella turistica e culturale.

Condividi

Sull' Autore

Riccardo Achilli

Valutatore di politiche pubbliche di investimento, economista e statistico, specializzato in sviluppo locale, politiche industriali e politiche sociali. Fa parte del nucleo di valutazione degli investimenti pubblici della Regione Basilicata, e collabora come ricercatore e consulente presso numerosi centri studi economici (Osservatorio Banche Imprese, Istituto Guglielmo Tagliacarne, Si Camera, SRM).

Lascia un Commento