LE CATENE DELLA STORIA E LE DUALITA’ DELLO SVILUPPO TERRITORIALE

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di PIETRO DELL’AQUILA

Per chi ha vissuto per più della metà della propria vita nel secolo scorso e si appresta al traguardo del primo quarto del nuovo può essere utile qualche riflessione per dare senso ed ordine a quanto succede. Tutto sommato, malgrado scosse ed angosce che non sono mancate almeno nella parte del mondo in cui ci è toccato di vivere, le cose. dopo l’orrore del secondo conflitto mondiale conclusosi, dopo i campi di sterminio e i bombardamenti a tappeto delle città europee, con le atomiche su Hiroshima e Nagasaki, si sono acquietate. A seguire gli accordi di Yalta tra Roosevelt, Churchill e Stalin per la spartizione del mondo in zone d’influenza. Di qua il mio, di là il tuo, di qua la NATO, di là il patto di Varsavia senza possibilità di alterazioni e guai a sgarrare come hanno dovuto costatare prima gli ungheresi nel 1956 e poi i cecoslovacchi della Primavera di Praga nel 1968, duramente puniti per le loro rivolte dai carri armati sovietici. Anche l’occidente non ha consentito scostamenti spegnendo tentativi economici indipendentisti come quello di Enrico Mattei o politici come dimostrano gli ultimi accertamenti sul caso Moro trucemente assassinato per impedire il proposito di un coinvolgimento del PCI nell’area di governo. E poi la lunga, lenta ricostruzione dell’Europa almeno in termini di mercato comune, ben lontano dal sogno di Ventotene di Ernesto Rossi ed Altiero Spinelli che auspicavano una entità politica capace di ridare speranza e pace alle nazioni del vecchio continente. In questo modo si è avuto un minimo riassetto per assicurare un lungo periodo di tregua, di ricostruzione e di cicatrizzazione delle ferite che l’aspro confronto tra il nazifascismo e le democrazie aveva prodotto tra le nazioni. Comunque, nonostante sacche di povertà e condizioni di vita non proprio fantastiche – si pensi allo sfruttamento degli operai alle catene di montaggio nelle fabbriche e ai disagi delle emigrazioni per necessità – il tenore di vita generale è migliorato anche grazie alle scoperte scientifiche, alle ricadute tecnologiche ed alla mobilità sociale intervenute. Tutto questo, ovviamente, non è avvenuto senza pagare un prezzo salato. La trasformazione economica ha avuto un risvolto sociale – qualcuno dice antropologico – che ha minato in profondità la stessa concezione valoriale e culturale delle persone. Intanto l’espansione delle comunicazioni e le più ampie possibilità di mobilità hanno ampliato l’orizzonte esistenziale estendendo l’ambito del proprio spazio mentale dal borgo natio all’intero pianeta per cui siamo nella condizione di vivere ed essere partecipi di quanto accade nel villaggio globale. Il televisore ha sostituito il camino nelle nostre case ampliando le nostre conoscenze, sostituendo i racconti che si tenevano attorno al focolare con gli spettacoli e le storie dei film e delle telenovelle, rilassandoci con gli spettacoli di intrattenimento più svariati ma ci ha anche, in qualche modo, passivizzati e resi più cinici. La consapevolezza di sapere ma di essere impossibilitati ad incidere su quanto accade ci ha mitridizzato rispetto agli orrori di cui diventiamo spettatori. Il difficile equilibrio geopolitico tra le potenze occidentali e l’unione delle repubbliche sovietiche, se si eccettuano le sacche di guerra come quella vietnamita, afgana e gli eccidi africani, dove trovavano sfogo i sempre floridi mercati delle armi e si sperimentavano le più sofisticate tecnologie belliche, ha assicurato un lungo periodo di relativa tranquillità. Con la crisi economica e sociale del blocco sovietico, plasticamente manifestatasi con la caduta del muro di Berlino, e l’estinzione del mito delle magnifiche sorti e progressive del capitalismo americano, più incline alla finanziarizzazione dei profitti che alla distribuzione allargata e socialmente equa delle risorse prodotte, si è approdati sull’attuale sottile lastra di ghiaccio che i recenti conflitti ucraini e mediorientali palesano. C’è da aggiungere
che l’egemonia americana è messa in discussione da nuovi player come la Cina, l’Arabia, la Turchia, l’India, il Sud Africa e il Brasile che forti per peso demografico, sviluppo economico e determinazione di autoritarismo politico ne contrastano apertamente la leadership. Nel nuovo sistema multipolare i modelli economici risultano sempre più funzionali alle ambizioni di supremazia politica e l’Europa arranca a trovare quella coesione politica e indipendenza nell’approvvigionamento di materie prime e fonti energetiche indispensabili al proprio sviluppo economico. Nel giro degli ultimi anni la situazione internazionale è fortemente mutata a causa dei conflitti citati, dell’indebolimento degli istituti di diritto internazionali (si legga ONU) che non riescono più ad equilibrare le ambizioni e le mire dei nuovi autocrati, scompaginando prospettive politiche e alleanze consolidate. L’esigenza di fronteggiare le problematiche della incombente e non oltre rinviabile questione climatica in modo aggregato, costringe a rivedere i modelli di sviluppo e a razionalizzare le catene energetiche e produttive secondo ritmi che ciascun paese vorrebbe unicamente adeguate alle proprie necessità. Non si può sfuggire, inoltre, al tema della questione africana che, se pure può apparire oggi come pare a Federico Rampini una speranza, resta un enorme macigno sulle coscienze dei colonizzatori. Le condizioni climatiche e la persistenza dei conflitti costringono masse notevoli di giovani a cercare in Europa la possibilità di una vita dignitosa affrontando il rischio dei naufragi nel Mediterraneo. La gestione dell’accoglienza va sottratta alle aride schermaglie politiche e riportata nell’alveo della razionale e solidale area delle quote di assorbimento da parte di tutti i paesi europei a prescindere dai lidi di sbarco.

Infine, un nuovo spettro incombe sul futuro. con le lusinghe delle proprie possibilità ma anche con i rischi e i pericoli di una inedita pervasività, costituito dall’applicazione ormai in atto dell’Intelligenza Artificiale Generativa che promette e paventa una nuova profonda rivoluzione del nostro modo di vivere. In questo rapido e sintetico quadro generale le piccole questioni dei divari territoriali e degli scompensi economici e demografici sembrano scomparse dai dibattiti politici e, ormai desueti, restano abbandonati nelle pieghe di qualche stanco convegno culturale che non interessa più nessuno. Per quanto attiene al nostro paese, il collante valoriale delle vecchie ideologie non coinvolge e tantomeno orienta e raccoglie le persone nei gangli dei partiti per concorrere alla formazione delle decisioni democratiche. La perdita delle identità culturali e l’indebolimento della capacità funzionale di aggregazione e confronto di programmi, sperduta nella foschia delle corruttele che ne hanno minato la credibilità, ha ridotto questi strumenti di socializzazione e di posizionamento a meri aggregati d’interessi spiccioli. Da corpi intermedi della partecipazione si sono trasformati in saltuari comitati più o meno elettorali per l’occupazione temporanea delle istituzioni e, ovviamente, la maggior parte della gente si tiene lontano dalle urne. Tanto e vero che le plebiscitarie quotazioni dei votanti del dopoguerra si sono più che dimezzate lasciando ad una metà degli elettori il compito di scegliersi parlamentari e dirigenti politici locali. Si può osservare che questo fenomeno
riguarda da molto più tempo i paesi anglosassoni e americani, che, nonostante ciò, continuano tranquillamente a vivere nei loro sistemi democratici, ma non c’è dubbio che in uno stato come il nostro, che ha conosciuto il peso dell’autoritarismo fascista, il deficit di partecipazione risulta un brutto segnale che si accoppia all’indifferenza sempre più marcata dei giovani verso le pratiche tradizionali della gestione politica. Magari ed è un buon segnale d’inversione di tendenza, i nostri figli scelgono di aggregarsi in nuovi spazi di attività sociali più concretamente impegnati in iniziative di solidarietà sociale a sostegno dei bisogni dei più deboli ed emarginati o in azioni di protesta per la richiesta di un maggiore impegno per contrastare lo scempio ambientale, la crisi climatica e in favore della pace. Unica voce autorevole, spesso clamante nel deserto dell’indifferenza, quella di Papa Francesco che continua a farsi sentire in modo chiaro e netto in difesa degli ultimi, di chi è costretto ad emigrare, della necessità di rispettare il nostro pianeta per consegnarlo nel miglior modo possibile a quelli che ci seguiranno e contro le guerre che vergognosamente producono solo disperazione e morte. Una ormai datata teoria economica accreditava le aree del sottosviluppo come sacche funzionali alle zone dello sviluppo produttivo. L’esigenza di una osmosi necessaria al rifornimento di manodopera, al recupero delle materie prime e all’esportazione delle crisi per meglio gestirle ne giustificava in qualche modo  la persistenza. In questo quadro l’ormai dimenticata “questione meridionale” assumeva l’aspetto di un destino ineluttabile che gli interventi ordinari e straordinari potevano al massimo lenire ma non risolvere. Ricerche recenti, come quella di Carlo Borgomeo, ribadiscono l’insufficienza degli investimenti economici, pur realizzati, che calandosi in ambienti che non dispongono di efficaci risorse formative non producono sviluppo ma anzi si trasformano in leve clientelari e assistenziali che perpetuano la marginalità. La globalizzazione ha acuito le problematiche occupazionali e reddituali di queste zone mondializzandone gli effetti. I margini di confronto concorrenziale delle imprese impongono più rigidamente le pratiche di razionalizzazione produttiva sacrificando con la prepotenza del realismo ogni residuo di solidarietà sociale. Di qui la proposta di “autonomia differenziata” che, mascherata da propositi meritocratici, in effetti corrisponde al duro bisogno di abbandonare al loro destino i territori più deboli per consentire alle aree più avanzate di meglio competere sul piano internazionale. E siccome, nella storia, le esigenze produttive hanno sempre prevalso sulle ragioni dei deboli le resistenze delle Regioni meridionali anche aggregate, che inutilmente tentano di dimostrare coi dati gli effetti nefasti della riforma, finiranno col subire le ricadute dei nuovi provvedimenti. Per quanto attiene al futuro della Basilicata assieme ai dati numerici dello spopolamento e dell’invecchiamento bisogna aggiungere la questione qualitativa dell’impoverimento demografico che, riguardando in modo significativo le giovani generazioni. priva la collettività di prospettive e ragionevoli speranze. C’è da augurarsi che un sussulto di responsabilità induca le classi dirigenti a porsi il problema di ricercare, nell’ambito delle concrete possibilità, linee politiche di azione, significativamente operando nell’ambito dei “tetti bassi”, per contrastare la definitiva estinzione della comunità regionale. L’azione dell’Ente Regione dovrebbe recuperare, in un quadro evidentemente mutato, lo spirito promozionale delle sue origini ripristinando appieno le proprie funzioni istituzionali, costituzionalmente assegnate, che attengono: allo studio analitico delle risorse; alla programmazione razionale degli interventi; all’orientamento dei flussi finanziari pubblici e al sostegno di quelli privati; al coordinamento e all’incentivazione delle attività di ricerca e formazione; al rafforzamento delle basi sociali sostenendone l’identità in modo rispettoso e non propagandistico; al riassetto del sistema sanitario e scolastico tenendo conto non solo dei termini finanziari ma anche dei bisogni specifici e delle esigenze primarie delle utenze; all’operare per un controllo efficace e continuo degli investimenti in modo da verificarne gli esiti e all’occorrenza rettificarne gli impieghi. Qualunque sia la compagine politica che uscirà dalle prossime elezioni, va assolutamente dismessa la pratica delle irrazionali aggregazioni delle aree in ragione di misere richieste elettorali e recuperata la fondatezza del disegno organico in funzione dei bisogni effettivi della popolazione sia in ambito sanitario che scolastico. Non va sprecata l’occasione di una utilizzazione piena ed accorta delle risorse finanziarie messe a disposizione deal PNRR per una modernizzazione effettiva dei nostri sistemi di assistenza e formazion . Due rischi vanno affrontati con chiarezza e determinazione: l’eventualità di uno sfruttamento indiscriminato delle risorse petrolifere e della produzione eolica non reggimentata che inficerebbero l’ultima dote del territorio lucano e cioè il suo paesaggio ancora capace di attrarre flussi turistici a sostegno delle strutture e delle attività che ancora sopravvivono; l’eventualità ipotizzata della scelta del territorio regionale per la localizzazione delle scorie nucleari che davvero segnerebbe l’atto finale delle possibilità di sopravvivenza della nostra popolazione. Queste considerazioni potrebbero sembrare un concentrato di senili ovvietà se non fosse necessario, a volte, ripercorrere i sentieri del risaputo per cogliere sprazzi di novità, prospettive inedite, pieghe di futuro. 

Nota: Le immagini sono state realizzate con l’Intelligenza Artificiale Generativa.

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Sull' Autore

Pietro Dell’Aquila. Laureato in Lettere all’Università di Bari. Funzionario della Regione Basilicata: ha lavorato come formatore e operatore culturale. Ha diretto per oltre un ventennio il Centro Regionale per i Servizi Culturali di Tricarico promuovendo, in collaborazione con gli enti locali, le scuole e le biblioteche, attività di ricerca e sviluppo nel territorio dell’alta collina materana. Socio del Centro Annali “Nino Calice” di Rionero in Vulture ha pubblicato in collettanee: “Il paesaggio dei fotografi. Una ricognizione delle immagini della Basilicata” (2010); “Tracce di donne lucane nel primo settantennio unitario” (2012); “Un’alba di speranza negli anni del ritorno” (2014). Collabora con la rivista online Myrrha – Il dono del sud. Nel 2020, per le edizioni Etabeta di Lesmo, ha pubblicato il volume “Dall’analfabetismo alla scuola di massa in Basilicata”. Di recente ha pubblicato "Tra Stato e Regione: cultura, scuola e formazione. L'impatto lucano" con G. Colangelo, T. Russo e R.M. Salvia nel volume "Dalla Costituente allo Statuto regionale" edito dalla Franco Angeli nel 2022.

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