Il tentativo in extremis di modificare il regolamento del Consiglio regionale per dare più agibilità ai lavori assembleari non è di per sé criticabile, se non per il fatto che arriva a legislazione conclusa. Queste modifiche statutarie o regolamentari andavano fatte all’inizio delle legislatura e soprattutto di comune accordo fra maggioranza e minoranza, perché si tratta di meccanismi di democrazia che non possono sottostare alla volontà del più forte. Tanto per fare esempi che calzano a pennello con queste considerazioni, abbiamo una legge elettorale regionale che è una autentica porcheria, perchè riduce lo spazio della partecipazione, fa gli interessi del più forte e non dà governabilità. Fra gli autori di questo pasticcio si possono citare, tra i più determinati , gli allora consiglieri del Pd, Lacorazza, Polese e Santarsiero, i quali , in vista del rinnovo elettorale e consapevoli di dover puntellare un partito che non aveva più il vento a favore, hanno introdotto meccanismi perversi i cui effetti sono stati sinora devastanti. Ecco perché, prendendo l’esempio di quello che è stato fatto su cose di minori importanza, quali il regolamento del Consiglio, c’è da fare un pensiero serio, da parte di tutti quelli che si presentano al voto nella prossima primavera, sulla urgenza di mettere al primo punto del primo ordine del giorno della prima seduta consiliare della nuova legislatura, modifiche urgenti alla legge elettorale di Basilicata. Aiuta questo necessario passaggio la possibilità da parte del Governo di favorire la governabilità delle regioni più piccole, portando il numero minimo di consiglieri da 20 a 25, per regioni come la Basilicata, il Molise ed altre realtà demograficamente deboli. Si tratta di una legge, quella in vigore in Basilicata che ha dimostrato tutta la sua inefficacia: In primis, il rapporto tra vincitori e vinti è così minimo, dodici ad otto che bastano, come è capitato, due consiglieri che passano dall’altra parte per creare la paralisi dell’Ente. E’ successo e per rendercene conto sarebbe opportuno che il presidente Cicala pubblicasse le volte che le sedute del Consiglio si sono sciolte per mancanza di numero legale, o quelle in cui sono state rimandate per lo stesso motivo, oppure il passaggio da un gruppo all’altro nel corso di questa legislatura in dirittura d’arrivo. Da un lato l’abolizione del listino ha di fatto ridotto il margine dato al premio di maggioranza , dall’altro delle norme capestro che hanno mortificato la partecipazione delle forze minori. E’ noto infatti che questa legge impone la coalizione tra forze politiche di uno stesso schieramento ma riduce l’apporto dei minori ad un mera donazione di sangue verso al partito maggiore ( allora anemico), nel senso che i seggi non vengono contati proporzionalmente all’apporto di ciascuna forza ma tutti quei voti che non raggiungono il quorum vengono riversati sul primo partito della coalizione. Un fatto antidemocratico che oltre a punire le forze minori scoraggia sopratutto la partecipazione libera di forze civiche che non si sentono di intrupparsi in schieramenti esistenti. Altro difetto grave della legge è il meccanismo di attribuzione dei seggi per collegi provinciali anzichè per collegio unico regionale che privilegia la provincia di Matera, dove le percentuali si alzano in forza di una minore popolazione elettorale contata su 30 comuni di fronte ai 100 della provincia di Potenza. Chiude questa legge fatta con i piedi la non previsione del voto disgiunto fra Presidente e consigliere, sempre in virtù della logica che nel mare in burrasca bisogna tenere insieme capitano e rematori. Tanto basta per dire che se si vuole ricominciare la legislatura con uno spirito nuovo e una voglia di fare cose serie, bisogna lavorare innanzitutto alle norme di salvaguardia della istituzione regionale, sottraendola alle furbizie ed ai giochi di forza e ripristinando le condizioni per una necessaria partecipazione della gente. Norme di salvaguardia che partono dalla legge elettorale ma poi,. come vedremo, toccano altri gangli vitali dell’amministrazione regionale, come ad esempio la confusione tra politica ed amministrazione, che è diventato un caso su cui la Corte dei Conti ha acumulato quintali di carte. Più che norme di democrazia, sembrano norme su come e su chi può esercitare poteri discrezionali in un’azienda o si chi può entrare nel suo consiglio di amministrazione. E c’è gente che la chiama semplificazione! e DUNQUE VEDIAMO SE CI SONO PERSONE CHE SU QUESTI ASPETTI CRUCIALI VOGLIONO ASSUMERE IMPEGNI IN FAVORE DELLA PARTECIPAZIONE E DELLA DEMOCRAZIA. Rocco Rosa
LE CLAUSOLE DI SALVAGUARDIA DELLA DEMOCRAZIA REGIONALE. CHI PRENDE L’IMPEGNO?
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