LE MASCHERE DI CRAPULA E DI QUARESIMA

0

lucio-tufanoLucio TUFANO

 

 

 

Nelle profonde longitudini del tempo, attraverso inverni lunghi glaciali, nel corso di epoche e consuetudini, la vicenda della frugalità e della condizione popolare si arricchiva di tutto quello che si ricavava dall’uccisione del porco, da quanto si conservava nella dispensa.

Maccheroni a ferretto, cotiche e zappoli cucinati o estratti dalla salamoia delle sarole di creta, fagioli e trippe, salsicce e pezzente, braciole di puledro, strascinati al sugo e orecchiette, arrosti di agnello e pasticci di patate, cacio e uova.

Dai vicoli della fame e dalle stamberghe sottoproletarie venivano gli asini e i muli in direzione della cattedrale o, trainieri e mulattieri con i cavalli bardati di finimenti, sul monte Reale per la benedizione di Sant’Antuono.

Ancor prima del 1820 non vi erano lampioni nelle vie della città e nelle foschie della sera, nel fumo dei camini, nel nevischio e dentro le furiose nebbie della tormenta, nei nugoli di coriandoli e di sghignazzi, di tizzoni che di rado squarciavano le tenebre, sfilavano le infreddolite maschere, le pacchianelle. Poveri ed ingenui travestimenti, spesso naturali e di naturale stranezza, di facce e corpi nati e cresciuti solo per essere maschere, celebrazioni di mezzo inverno, pantomime, culto della campagna dentro la città, la temporanea liberazione dalle costrizioni sociali ed economiche, turbolenze e scherno del potere.

Era il confine impalpabile tra il giorno luminoso, virtuoso e il tempo della notte demonizzato dal chiasso e dalle cantine. Subentrava la notte, il notturno reame dei “malandra”, della paura, di “mammoni” e di frequentatori e vagabondi, di “malaintenzione”, di malombre che le cortine di oscurità avvolgevano nel mistero senza volto, gli spiriti degli assassinati, le anime dannate dei suicidi, dei folletti e dei munacielli, il pianto dei bambini morti senza battesimo o sepolti in terra non consacrata, delle streghe che scivolavano repentine a spaventare i piccoli e le vecchie, in groppa alle scope.

Angosce epocali e delle ore notturne, nella spasmodica attesa del sole e della stagione.

Era questo il raffronto tra il macrocosmo rurale, il vivere nella campagna fruendo di più vasti orizzonti, di più ampi spazi, di plaghe fruttifere, di cupe foreste, di santuari e di risorse mangerecce e il microcosmo del centro abitato, in cui gironzolavano le figure festaiole vagando per i vicoli, di porta in porta, per sottani e portoni, attorno alle chiese e al tribunale. Nella città le maschere dell’avventura picaresca erano numerose, assieme a quelle della desolazione e della paura. Nei contadini che rientravano stanchi assieme alle bestie ansimanti, vivevano e parlavano gli antichi spiriti della terra, i démoni della fertilità e delle ere trascorse … saggi e lenti patriarchi, risolutori degli enigmi della ruralità e delle colture, conoscitori delle erbe e del regno animale, timorati del diavolo, attori del grottesco e del laido, dell’escrementizio, esponenti antropomorfi della vita esoterica e della magia, meteorologhi e segnalatori del vento. Emanavano l’odore della carnalità, il senso del sudore e del selvatico, tant’è che Emanuele Kant li aveva esclusi dalle categorie dell’estetica.

Allora, i meandri della città, presidiati da qualche latrina, erano cosparsi di sottani col buiolo dietro le vecchie porte, antri bui e fetidi, quasi serbatoio di muffe e del fetore di muli e maiali, di galline in libertà sugli usci delle case.

Se erano la notte e l’oscurità a colpire il viandante e a darne la dimensione più rivoltante, l’olfatto recepiva il respiro dei rifiuti dalle scarpate dei fumieri. Era quello il mundus subterraneus senza tombini e fognature. Purtuttavia le grandi nevicate ammantavano di bianco, di fiaba e di innocenza, e dal cammaro (giorni dell’olio e del grasso) allo scammaro (giorni del magro) variavano con quelli della festa i riti culinari.

Facce in nerofumo, tarantelle improvvise, “zumbi” e pernacchie, lunghe bevute dai fiaschi, grida allegre ed espressioni sfottitorie, farina a nembi e coriandoli sulla gente, strisce, sonetti, cimieri e pernacchi, cappelloni di cartone, pezze variopinte, occhialoni e mantelle di coperte, sotto le flebili luci dei fanali a petrolio.

Scenate di disperata allegria nel soffio spietato del “pulvino”, alla guisa di certe raffigurazioni di Pieter Bruegel che riportano lo scontro tra Carnevale e Quaresima.

Dentro le case confortate dal calore dei camini e delle stufe, nei palazzi signorili, i borghesi panciuti con catene d’oro sul gilè e orologio nel taschino erano in fervore di letizia per tovaglie, tovaglioli e posate, per tavole imbandite e affollate di parenti.

Per le vie innevate, con le grondaie che piagnucolavano stalattiti di ghiaccio e acqua gelata, i giovani intenti a sfrenarsi inscenavano un teatro burlesco. E nella gioia del mangiare e di qualche osteria, già il tocco delle campane serali avvertiva della subentrante mestizia di Quaresima, quasi ad ammonire come il “crepapelle” andasse frenato in tempo ad evitare la luttuosa e livida grande bouffe d’un carnevale impazzito oltre le regole.

Il piacere dell’orgia mangereccia, della trasgressione di quei giorni andava contro le invalicabili leggi fisiologiche e dell’equilibrio biologico scandito sulla bilancia del vuoto e del pieno.

Infatti per i colti la metafora del Margutte ingordo e nano, spinto all’autodistruzione da un misterioso alito di morte, faceva, specie per i medici, da esempio e da misura alle giornate di bisboccia per i ricchi e da monito nella sobrietà contadina per cui la morte (il vecchio) era il preludio ineluttabile del giovane.

I passi sincopati, intrapresi al ritmo degli organetti facevano indiavolate le giovani contadine e le coppie che si allacciavano per mano, tra il bussare dei tamburelli e le risate. Dentro le masserie delle campagne più vicine alla città c’era movimento per caldaie, pentole e derrate. I vecchi gualani e il massaro, le famiglie compiaciute, il fuoco dei focolari, tutto faceva cordialità e affiatamento.

La sazietà delle pance, prese da un antico retaggio, il mito di cuccagna, la spensierata ebbrezza del bere e del desinare tra boccali e pietanze, nelle gioiose riunioni, travolti dalla frenesia del mascherarsi con il martedì grasso, coronava, anche prima delle “ceneri”, i brevi e pochi istanti di crapula.

Condividi

Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

Rispondi