
di GERARDO ACIERNO
Enzo Senese nel suo borgo lucano è stato sempre ammirato e ha avuto anche successo. Docente di Italiano e Storia nella scuola media del paese, è stato sindaco comunista per qualche tempo ma ha saputo conservare amicizia da tutte le parti. Socievole e polemico nella giusta misura, i cittadini ancora gli riconoscono i meriti acquisiti durante gli anni della sua amministrazione, gli anni di Berlinguer e di quella bella stagione politica chiamata ‘Solidarietà nazionale’. Ma quando i terroristi delle Brigate rosse assassinarono Aldo Moro e la sua scorta, deluso e amareggiato, Senese si dimise e la sua esperienza politica si concluse rapidamente.
Se cerchi Enzo Senese lo trovi nella piazza del borgo, un’ora prima della sera. Malanni, meteo e altri intoppi esistenziali permettendo, tutti i giorni egli è in piazza a passeggiare, in tutte le stagioni dell’anno, giornata lunga o corta che sia, con l’ombrello o senza, sempre e comunque un’ora prima di sera. E tutte le volte, come una sgranata di rosario, ripete a se stesso: “Prima che arrivi quell’altra, di Sera”, alludendo al buio della fine, ben diverso dallo scenario che gli si manifesta davanti agli occhi sia d’inverno, quando le luci dei lampioni appena accese ancorché fioche arabescano la piazza sia d’estate quando l’ultimo raggio di sole tarda a dileguarsi continuando a giocare tra i portali e le stradine.
Gli anziani del Circolo dalle loro sedie schierate dietro la vetrina guardano la scena perplessi e ogni volta si chiedono perché il prof, come lo chiamano i suoi ex-alunni, scelga di passeggiare da solo e non frequentare il loro sodalizio di cui, peraltro, egli è socio da tempo. Con la scusa della pandemia, della mascherina e del distanziamento, Enzo Senese alle loro chiacchiere e al chiuso dello stanzone che li ospita preferisce la vaporosa distanza della sera che lentamente si spalma sul selciato.
Le pietre di quello slargo cittadino hanno avuto e continuano ad avere qualcosa di intrigante e di suggestivo per il professor Senese. Qualche volta ha provato addirittura a contarle le pietre della piazza senza però mai completarla quella conta. Potrebbero essere cento o poco più alle quali c’è da aggiungere una decina di sculture poste a reggere barocche balconate e tre mascheroni ben lavorati, conficcati al muro di case ristrutturate che danno la sensazione di volerti parlare. Infine, la mezza figura di un timido leone, più simile ad una pecora che al re della foresta, acquattato su di un rialzo di mattoni sbrecciati, all’incrocio di due vicoli e che giovinastri notturni, di volta in volta, si divertono a vestire di rosso o di nero, secondo i gusti e i sondaggi della politica, oltre a fargli scoppiare tra le zampe rosicchiate dal tempo, petardi e coriandoli, tappi di prosecco e bottiglie di birra: ecco, come una virgola sigillata al centro di un discorso, di tanto e così è fatta la piazza del professor Senese.
Pietre nere, dure, figlie della lava del Vesuvio. Pietre lavorate da mani esperte e ferite, scalpellini del luogo, uomini eternamente impolverati, il mozzicone della sigaretta all’angolo della bocca, gli occhi socchiusi a difesa dalle schegge sfuggite allo scalpello e un sofferente sorriso sulle labbra screpolate dall’arsura. Pietre lievemente rigate in superficie per impedire al ghiaccio di formarsi e regalare infinite corse ai ragazzi di ogni tempo. Pietre studiate anche per aiutare la risalita verso il centro storico, pietre larghe, comode, predisposte a rendere accogliente quello spazio sociale nel quale per secoli il borgo ha scritto la sua piccola storia colorandola con mille vicissitudini.
Come gli altri paesi di Basilicata, il borgo del prof. Senese, insieme alle due città capoluogo, è parte di quel pezzo di società da sociologi e da politici definita ‘la provincia’. Ogni paese, ogni borgo è a suo modo ‘provinciale’. E di provincialismo vive, si nutre, campa e prova a non morire. Piccolo tanto nelle dimensioni che nel pensiero, tanto nelle opere che nelle idee, il borgo ha accumulato tali ricchezze, soprattutto umane, da formare un’identità che tutti si sforzano di non dissipare e di preservare ad ogni costo, per quanto incerta, ondivaga, altalenante essa sia. Ogni stagione del borgo si è cibata dei frutti del suo tempo, di tutto ciò – positivo o negativo che fosse – che il tempo ha portato in consegna, sommandolo al fluire della vita man mano che si avvicinava all’eterno mare del “compiuto”.
Tuttavia, l’anziano professore è combattuto e confuso tra l’incuria del presente e il racconto troppo idilliaco che sempre si è fatto su quest’angolo di mondo. Mille pensieri affollano le sue passeggiate preserali quando i rintocchi della campana dell’orologio e gli sguardi annebbiati dei suoi amici anziani gli fanno compagnia nel suo lento andirivieni. Eppure è qui, in questa piazza, che egli si sente come il pulcino del merlo annidato nella protettiva siepe del giardino o nel rovo al margine di una strada di montagna: sereno e padrone assoluto di un suo mondo fatto di tante cose, nessuna delle quali disancorata dalla sua vita. Niente di transitorio e fuori posto. Tutto intimamente a lui legato. Certe volte le pietre sembrano stare lì apposta per colloquiare con lui, suggerirgli le mappe del pensiero, una direzione, un cammino aperto. E la stessa cosa fanno le enormi cariatidi dagli sguardi severi e profondi, figure femminili senza sorriso, con mammelle da tabaccaia felliniana pronte a narrargli storie e vicende di tempi antichi, di tempi travolti ( e spesso stravolti) da mille vite. Quando ciò accade, nei suoi passi lievi e appena rumorosi, predisposti quasi alla carezza di quelle pietre, si stemperano i colori della tristezza e si spiana anche solo per un attimo la via della gioia. Dura poco, perché inesorabile torna il dubbio, lo sconforto, la delusione e la paura della fine. Allora il prof si ferma, accende una sigaretta – non riesce proprio a vincere la battaglia contro il fumo – e fissa un punto nel vuoto: “Sta piangendo”, mormorano gli anziani del Circolo che credono di conoscerlo bene. E quando sulla piazza e sulle sculture calano le prime ombre, i soci a passi lenti imboccano la strada di casa. Nessuno azzarda un saluto al prof. Il silenzio sembra loro essere la cosa migliore da mantenere nella circostanza.
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