LE POLITICHE AMBIENTALI

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RICCARDO ACHILLI

 

L’ambiente è, oltre che una priorità politica globale, un fattore di sviluppo fondamentale per una regione a modesto impatto antropico ed elevato valore naturalistico come la Basilicata. Un fattore anche economico: secondo il Rapporto Greenitaly 2017 di Unioncamere, “Sono 355 mila le imprese italiane dell’industria e dei servizi con dipendenti che hanno investito nel periodo 2011-2016, o prevedono di farlo entro la fine del 2017, in prodotti e tecnologie green. In pratica più di una su quattro, il 27,1% dell’intera imprenditoria extra-agricola con dipendenti.  E nell’industria in senso stretto sono più di una su tre (33,7%): la green economy è, per un pezzo considerevole delle nostre imprese, un’occasione còlta. Solo quest’anno, anche sulla spinta dei primi segni tangibili di ripresa, ben 209 mila aziende hanno investito, o intendono farlo entro la fine del  2017, sulla sostenibilità e l’efficienza. I green jobs, pur così importanti e di crescente interesse per il nostro sistema produttivo, sono figure che per le imprese sono di più difficile reperimento, per le quali è richiesta più esperienza e un livello di qualificazione più elevato. Aspetti che richiamano importanti implicazioni sul versante  della formazione. Queste figure si caratterizzano poi per una maggiore stabilità contrattuale: le assunzioni a tempo indeterminato sono oltre il 46% nel  caso dei green jobs, quando nel resto delle figure tale quota scende a poco più del 30%”.

La Basilicata è fra le regioni italiane più predisposte a cogliere tali opportunità. Secondo la classifica delle regioni “green” di Ires Piemonte, infatti, che ordina le regioni italiane per livello di produzione e business green, dotazioni ed infrastrutture ambientali, comportamenti personali e sociali legati all’ambiente e tipologia e qualità delle politiche ambientali realizzate, al 2017 la Basilicata è terza, dietro le sole Trentino Alto Adige e Val d’Aosta.

Questo vantaggio competitivo deve, però, essere mantenuto e potenziato. Da questo punto di vista, appare urgente un riordino e rilancio dell’intero sistema organizzativo e di governance delle politiche regionali. La Società Energetica Lucana (SEL) appare essere in una certa crisi di identità, stretta in compiti meramente operativi di gestione della stazione unica appaltante e di realizzazione di impianti energetici per immobili della PA. Occorre restituire a SEL una funzione di supporto tecnico alla programmazione, unendone le competenze con quelle di Arpab.

Tale polo di governance ambientale regionale dovrebbe lavorare aggiornando il vecchio PIEAR (Piano Energetico-Ambientale Regionale) fermo al 2010, con un approccio maggiormente tarato su filiere e non su interventi puntuali. In particolare, la filiera agricola-forestale-energetica, con la produzione ed il riuso delle biomasse, e la produzione di mini-centrali elettriche per le aziende agricole, la filiera idrico-territoriale, aderendo ad uno strumento negoziale di policy che è il contratto di fiume. I Contratti di Fiume sono strumenti volontari di programmazione strategica e negoziata che perseguono la tutela, la corretta gestione delle risorse idriche e la valorizzazione dei territori fluviali unitamente alla salvaguardia dal rischio idraulico, contribuendo allo sviluppo locale.

Occorre anche valorizzare la filiera ambientale-turistica, attraverso interventi di educazione ambientale, infrastrutturazione turistica dei parchi e delle zone protette della regione, migliore promozione esterna ad opera di Apt.

Infine, la filiera energetico-edilizia, che oggi si basa sugli investimenti per la ristrutturazione energetica degli immobili (prevalentemente di quelli pubblici) può essere ulteriormente sviluppata prevedendo di sviluppare, con la risorse dell’Asse I del PON FESR e coinvolgendo ENEA e CNR, un polo di ricerca e trasferimento tecnologico sui nuovi materiali per l’edilizia, attorno al quale coinvolgere i capitali privati in una collaborazione mirata alla produzione di tali nuovi materiali.

La questione ambientale regionale, però, storicamente, si lega anche alle preoccupazioni in materia di estrazioni petrolifere. Il tema, a parere di chi scrive, non è quello di una forma di proibizionismo sull’apertura di nuovi siti estrattivi o sull’aumento dei volumi estratti. Il petrolio lucano è una risorsa strategica per l’intero Paese. Il tema è quello di condurre una politica moderna in grado di generare effettive ricadute, in termini di sviluppo locale, dalla ricchezza estratta nel sottosuolo. La linea della compensazione finanziaria tramite le royalties sin qui seguita si è rivelata fallimentare. Ha generato micro distribuzioni di risorse su scala locale, come nel caso del PO Val d’Agri, o dispersione di risorse in spesa ordinaria, per tappare la progressiva riduzione dei trasferimenti statali alla Regione ed agli enti locali. Tanto che l’opinione di chi scrive coincide con la proposta della UIL Basilicata di destinare le risorse finanziarie ad un fondo sovrano, disponibile per le future generazioni di lucani.

Il problema del qui ed ora si risolve creando imprenditoria attorno al settore estrattivo, il che è difficile, poiché esso è verticalmente integrato, ma non impossibile. Ci sono rilevanti esperienze internazionali di supporto alla creazione di impresa da parte delle compagnie estrattive che operano in regioni non sviluppate, anche tramite il finanziamento di fondi di equity e venture capital da parte delle compagnie stesse. In termini strettamente ambientali, le compagnie vanno costrette in modo più rigido ad adottare le tecnologie estrattive più moderne e meno invasive sul paesaggio, le falde acquifere e le emissioni in atmosfera, e tale obbligo, se Arpab non si rivela sufficientemente indipendente, va monitorato attraverso la contrattualizzazione delle migliori università e centri di analisi ambientale. Attorno ad un obbligo effettivo di adozione delle best available techniques, si può anche sviluppare un polo produttivo di compnentistica per l’industria petrolifera in loco, mediante pacchetti di attrazione di investitori operanti nel settore, e/o replicando il modello-Melfi della Fca, ovvero inducendo, attraverso specifici interventi agevolativi, le compagnie estrattive a rilocalizzare in situ la subfornitura di prima fascia.

 

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Sull' Autore

Riccardo Achilli

Valutatore di politiche pubbliche di investimento, economista e statistico, specializzato in sviluppo locale, politiche industriali e politiche sociali. Fa parte del nucleo di valutazione degli investimenti pubblici della Regione Basilicata, e collabora come ricercatore e consulente presso numerosi centri studi economici (Osservatorio Banche Imprese, Istituto Guglielmo Tagliacarne, Si Camera, SRM).


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