LEADERISMO E PARTITI

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GIAMPIERO D’ECCLESIIS

La mia prima tessera ad una organizzazione politica l’ho fatta a 13 anni, era la F.I.G.C., l’organizzazione giovanile del Partito Comunista, erano altri tempi, altre epoche, in quel periodo ho ricevuto i rudimenti della mia formazione politica.

I partiti erano strutture che pervadevano la società, e non era solo il P.C.I., in ogni paese c’erano le sezioni della D.C., del Partito Socialista che non erano vuoti stanzoni per passare il tempo ma luoghi di aggregazione, discussione, formazione.

I partiti offrivano possibilità di confronto, di aggregazione, si costruivano anche dal basso attraverso il tesseramento, la costruzione di filiere politiche e i congressi.

Per carità non era il mondo ideale, delle tessere spesso si è fatto mercato, il sistema è sovente degenerato in filiere di controllo e sottopotere ma, nonostante ciò, i partiti svolgevano una funzione, in maniera

imperfetta costruivano, formavano e selezionavano la classe dirigente.

I partiti erano in grado di imporre una candidatura e di sostenerla, le elezioni erano una questione di partito, più raramente un affare di famiglia, intendendo che non si conquistava un ruolo in ragione della sola propria forza personale, senza l’imprimatur politico del partito semplicemente non si veniva candidati. Il partito era in grado di scegliere i candidati piuttosto che essere scelto in fase pre-elettorale quale mezzo di trasporto utile ad una carriera politica basata sulla sola forza della filiera personale. 

Questa situazione era figlia della situazione politica, partiti grandi, organizzati, dotati di strutture e di gerarchie, lavoravano in continua iterazione con il territorio, poi, negli anni ’90, questo sistema è andato in crisi.

La crisi conseguente l’impatto delle inchieste di tangentopoli ha minato le fondamenta del sistema, il PCI si è illuso di poter mettere le mani sul paese, ha brandito l’arma del giustizialismo (assieme ai fascisti) per assassinare il PSI, e alla fine si è ritrovato distrutto dalla stessa arma che ha impugnato pensando di poter conquistare il paese. 

Dalla crisi di tangentopoli nasce la carriera politica di Berlusconi e il ritorno del leaderismo in Italia, il cavaliere, con assoluta genialità politica, comprese che lo spazio vuoto lasciato dalla distruzione del PSI e della DC era in attesa di un moderato e, avendo forza economica e potenza di fuoco mediatica, lanciò Forza Italia.

Qualcuno potrebbe, non a torto, obbiettarmi che già la deriva craxiana del P.S.I. potrebbe essere considerata un inizio di deriva leaderista, personalmente non sono d’accordo perché, pur essendo chiaro che Craxi dirigeva il partito socialista, la classe politica che lo contornava era costituita da uomini di vero peso politico e assolutamente non da yes-man.

Il neo-leaderismo, mi pare più giusto chiamarlo così per distinguerlo da quello del deprecato ventennio, nasce più propriamente con Berlusconi che costruisce un “partito leggero” sostenuto dalla sua forza economico-mediatica, e assegnandosi il ruolo di dominus delle scelte e delle carriere politiche.

Il suo successo con la vittoria delle elezioni del ’94 impone lentamente un nuovo schema, in maniera surrettizia comincia a polarizzarsi sempre di più l’attenzione degli elettori sul nome del leader, si tenta una via italiana al presidenzialismo senza successo, grazie all’opposizione della sinistra che però pian piano assimila l’idea che a Berlusconi occorra contrapporre un altro leader.

Gli italiani si ubriacano di pseudo presidenzialismo, indicano sulle schede un ipotetico Presidente del Consiglio, la cui nomina resta sempre del Presidente della Repubblica e di questa ipocrisia istituzionale approfittano in tanti. 

Da allora l’esigenza di contrapporre un leader di sinistra all’indiscusso Berlusconi, leader della destra, ha via via polarizzato le scelte politiche con conseguenze diverse a sinistra e a destra. 

L’area di centro-sinistra è stata costruita dall’innesto di una parte della vecchia DC sul corpo malato, ma ancora potente, del vecchio PCI.

Mentre la Democrazia Cristiana era un grande partito inclusivo di area moderata che comprendeva anime anche molto diverse ed era abituato a fare sintesi, il PCI era un partito identitario, si aderiva e si seguivano le direttive del partito dettate dai vertici nazionali fatti da uomini che raggiungevano la posizione dopo una lunga trafila di carriera politica interna.

Nel PCI non c’erano scorciatoie, se eri un compagno di lunga carriera eri affidabile, un nuovo arrivato, nel Comitato Centrale, non c’era alcuna possibilità che entrasse.

Il ruolo che la classe dirigente del PCI si ritagliò nelle nuove compagini politiche che si andarono formando fu esattamente quello dei “boni” nella classe senatoriale romana al tempo di Cesare, ossia il ruolo dei custodi della tradizione, di coloro che possono anche non apparire in prima persona ma che decidono i leader e ne condizionano le scelte.

E fu così che, man mano che si stemperava il rosso del comunismo con leader di area più moderata, da Prodi a Rutelli, cominciò a emergere la voglia di leadership anche tra i vecchi senatori del PCI.

A quel punto iniziò la bagarre all’interno del gruppo che ho definito dei “boni” con vari colpi di scena e pugnalate da Prodi a Veltroni fino a D’Alema; in questa lotta tra pari, il controllo della elìte proveniente dal vecchio PCI sui vari PDS, DS, PD si andò allentando ed ecco che dalle periferie più vive, lasciate libere, emersero nuove tensioni.

Il resto della storia è la guerra contro l’avvento di Renzi, ed è una storia che non è finita. 

A sinistra il leaderismo ha scatenato una forte reazione, il gene della democrazia è più forte, così come la tendenza al settarismo, dalle macerie della lotta al leaderismo nell’area democratica sono nati il Movimento 5 Stelle e, oggi, il PD post renziano e l’Italia Viva di Renzi.

A destra il leaderismo ha attecchito sul terreno fertile del lascito della cultura post-fascista, l’abbraccio di Forza Italia con un MSI senza sbocchi e una Lega politicamente opportunista, ha generato un PDL incapace di costruire leader, ingabbiato, imprigionato dai capricci del suo titolare che lo ha piegato ad ogni suo volere e man mano lo ha svuotato di ogni spinta ideale, prosciugandone la linfa vitale e incanalandolo sulla via dell’egoismo sociale impedendogli di separare la propria traiettoria dalla parabola discendente di Berlusconi.

Di questo ha beneficiato la Lega; Salvini, approfittando di una maggiore compattezza, della pochezza dei suoi riferimenti ideologici, ha costruito una leadership forte, aggressiva, catturando l’attenzione dell’elettorato di destra da sempre affascinato dall’uomo forte purché sia.

In parte di questa tendenza si è avvantaggiata anche la formazione della Meloni che inseguendo lo stesso modello al ribasso della Lega di Salvini, abbandonando definitivamente la svolta neoliberale che aveva cercato di attuare Gianfranco Fini, è tornata alla buona vecchia destra identitaria, pronta a strizzare l’occhio ai neofascisti, e ha drenato qualche punto percentuale al morente partito di Berlusconi e vassalla fedele e obbediente del leader della maggioranza chiunque esso sia.

Quale sia la conseguenza di tutto ciò in Italia a me pare evidente: una forte riduzione della democrazia e un aumento dei rischi che il leaderismo si trasformi in qualcosa di peggio.

Il desiderio di dittatura da’ alla testa, al punto di far fare errori di valutazione come quello che ha compiuto, fortunatamente, l’ex Ministro dell’Interno On. Salvini provocando la caduta del governo di cui era parte.

La modalità politica con cui approcciano i leghisti meridionali, tutti o quasi tutti degli ex, tutti o quasi tutti con trascorsi da moderati, è illuminante del pericolo che si corre. Tutti o quasi tutti  assecondano l’estetica politica del loro capo anche  costo di doversi rimangiare atteggiamenti o affermazioni di pochi anni fa.

Il Leader vuole fedeltà, e un leader che per formazione culturale è prevenuto nei confronti del meridione d’Italia e dei suoi abitanti, richiede manifestazioni di fedeltà continue, pretende che i suoi nuovi vassalli meridionali siano più leghisti che mai, pretende la totale compromissione dei nuovi aderenti in modo che non possano sfilarsi, nel caso in cui le cose dovessero andar male, senza pagare un carissimo prezzo politico.

Stiamo assistendo alla lenta trasformazione del leaderismo di destra in un cesarismo pericoloso a cui bisogna opporsi con fermezza.

Toccherà alle donne e agli uomini che credono nella democrazia difenderla e opporsi mostrando a coloro che si sono smarriti, a coloro che cercano protezione che la migliore difesa è essere consapevoli, attivi, onesti, attenti, in parole povere la migliore difesa è essere cittadini e non sudditi.

 

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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