
ANNA MARIA SCARNATO
Ogni fatto storico che si ricorda nelle sue date e nei suoi eventi è fondamentale per creare identità e coesione culturale che devono trovare spazio nella memoria di un popolo soprattutto quando per essa si sono istituite vere celebrazioni istituzionali e scritti libri di indagine sulle cause e sulle conseguenze a consolidamento di un ricordo che si ha il dovere di non farlo sbiadire. Ed anche per il paese di Bernalda così è avvenuto che due storici intellettuali, G. Coniglio e A.Tataranno , abbiano scritto un testo che descrive bene, alla luce di documenti analizzati e sulla base di narrazioni raccolte, il periodo storico del primo ventennio del 900 in cui si collocò il tragico evento del 31 gennaio 1923 durante il quale persero la vita tre cittadini bernaldesi, Pasquale Gallitelli, Giuseppe Viggiano e Maria DI Stasi, mentre nutriva al seno il suo figlioletto. Che l’avvenimento abbia avuto risalto nella memoria collettiva se ne trova riscontro nella partecipazione degli alunni delle Scuole ad ogni appuntamento, nel giorno ormai stabilito, in p/za Largo dei Martiri divenuto luogo della memoria e del rinnovo della memoria stessa dove anche l’interprete umano più distratto può, alzando lo sguardo, leggere su una grande lastra di marmo i nomi delle persone trucidate nel giorno ormai noto. Ed ogni anno è un’occasione per riflettere su quello che eravamo come comunità quando convennero a Bernalda 200 squadristi per inaugurare una sezione del Fascio e dei ferrovieri fascisti e forse dimostrare la forza di questo potere nascente ad una popolazione ancora non allineata al pari dei comuni e delle città limitrofe all’ideologia politica innovativa e i cui rappresentanti di Pisticci, Potenza, Laurenzana, Irsina, Taranto, Ferrandina e Craco con camicie nere si sfidarono con circa 800 nazionalisti con camicie blu.
Riflettere sull’identità che caratterizzò la popolazione di quel periodo storico per ritrovare l’eredità trasmessa a noi che viviamo questo tempo presente, su ciò che è rimasto di quello spirito che non amava farsi imporre delle scelte, quella libertà che è costata la vita, quel sentimento libero di aderire o meno e che permise il perdurare rispetto ad una situazione che stava omologando nel colore e nelle idee il circondario e l’intero Paese, è un po’ come confrontarsi con il passato e definire una identità collettiva. Il ricordo della storia ci fa chiedere quale residuo di coraggio degli 800 cittadini, che senza paura democraticamente sfilarono per le strade del paese per dimostrare la loro esistenza come pensiero diverso , è ritrovabile oggi in una comunità , nelle sue azioni, nel rispetto di vedute differenti senza aggressioni e offese verbali, quali sussurri pacati di ribellione a poteri politici ci abbiano trasmesso nel desiderio di libertà e democrazia che la popolazione bernaldese di allora provava nel tentativo di affermare la propria idea . E quando, dopo un anno, anche la nostra Città aprì sezioni del Fascio, adeguandosi alla realtà del momento e alle circostanze dei tempi, fu la paura, fu il convincimento che il Fascismo avrebbe determinato un cambiamento delle loro vite, che ciò che era successo, in definitiva, il 31 gennaio 1923 , rappresentava un incidente sfuggito di mano attraverso fucili caricati anche se giunti qui per una inaugurazione e non per spedizione punitiva contro i riottosi nazionalisti, fu l’indagine che da Roma fu ordinata a chiarimento dei fatti tragici e che trasformò gli squadristi in milizie con gli stessi attori, fu questo a modificare il pensiero della popolazione? E noi, oggi, di fronte a prospettive politiche incoerenti, a studi televisivi che diventano spesso propaganda di parte, ai canali dei socialnetwork che “sparano” e divulgano informazioni e pensieri che si modificano con un cancellino digitale, a ciò che si osserva nella scena internazionale dove i diritti umani e la libertà di pensiero nei progetti politici cosiddetti “sovranisti”, valgono una stanza di prigione, se va bene, noi oggi siamo in grado di dare il giusto peso e leggere grida di allarme democratico e i rischi di un governo più autoritarista e razzista distinguendo il pericolo reale dalla propaganda politica avversaria per delegittimare un avversario? Forse no perché il ricordo di tanti eventi che la storia tramanda sono lontani e nemmeno le testimonianze vissute dagli scampati riescono spesso a stimolare l’usuale indifferenza . Il ricordo del 31 gennaio 1923 non deve essere una foto sbiadita. Eppure la maggior parte forse della popolazione cittadina che riflette anche le molte comunità lucane nulla ha assimilato di quella reazione ad un sistema che voleva ordine nella sottomissione, nulla se , distaccata dalla consapevolezza delle scelte che in suo nome la classe politica negli anni ha preso svendendo il territorio nelle sue risorse, ricavando quattro buoni benzina e un’aria irrespirabile nei luoghi svenduti insieme a vampate inquinanti sempre giustificate a vantaggio dei padroni del petrolio, ascolta e delega la politica nelle decisioni prese in solitario. E sono spuntati come funghi le “girandole” eoliche, terreni convertiti in specchi catturanti raggi del sole, centrali al carbone che mettono a rischio la biodiversità dei Parchi e la salute della popolazione. Ed è nata nel Metapontino la trovata della “Felandina” che doveva risolvere i problemi della disoccupazione ma , dopo il cemento e forse un pensiero fatto ad accaparrarsi qualche struttura , nessun recupero dei soldi che lo Stato ha elargito alle imprese “salvatrici”. Dove si era? Dove siamo come popolo a lottare per gli interessi di una terra . Noi arriviamo dopo per qualche manifestazione e quando tutto è passato sopra la nostra testa distratta. Dovremmo dire basta alle deleghe in nostro nome anche se a svegliarsi si è in pochi.
Se dilaga la persuasione che le minoranze debbano adeguarsi, le diversità adattarsi, piegare la testa, è tempo di passare ad un cambiamento. E se la libertà di cui parliamo non è coraggio anzi , a volte, si colora di rinuncia a lottare per un progetto, per l’uguaglianza, per la dignità, se è nascondimento di pensiero, è rifiuto della conoscenza, è adesione al potere al quale chiedere la soddisfazione delle proprie esigenze, è massificazione senza attenzione alle specificità e ai loro bisogni, l’eccidio del 31 gennaio del 1923 deve, da oggi ,emergere nel nostro ricordo per incitarci non alla violenza ma ad una sfida di cambiamento con se stessi e verso gli altri.
Una donna che allattava il suo piccolo, affacciata alla porta di casa per guardare evidentemente ciò che “fuori” stava succedendo, fu assassinata da squadristi mentre esercitava la sua libertà di “guardare fuori”. Oggi non penso ci si debba allarmare tanto su possibili ritorni di un truce passato quanto sulla incapacità a partecipare alla vita della nostra comunità, attenzionando le istituzioni, i loro operati, i dettami delle scelte, la concretezza delle politiche e la coerenza dei pensieri.
Non si può aver paura per la nostra libertà se non si è capaci di esercitarla nello scegliere chi possa garantirla anche in presenza di un cosiddetto sistema democratico.
STORIA DI OGNI TEMPO E DI OGNI GIORNO
Vi era un freddo
che gelava corpi e cose
di un tempo lontano.
Colpi d’arma improvvisi,
originati da fraterne mani,
infuocarono l’aria e i cuori
di una non più tranquilla cittadina lucana.
Ah , come è veloce l’atto
guidato da feroce impulso
che acceca e distoglie gli occhi
da altri che, di sconcerto, imploravano pietà.
“Mai più”, da quel triste giorno
della storia, si giurò in tanti,
eppur si perpetra
e si rinnova il gelo e l’odio umano.
E così riaffiora la tragica storia
e il suo carico di dolore.