L’errore di chi critica Berlinguer

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Marco Di Geronimo

Berlinguer merita le critiche che gli si ascrivono? Non credo, e non lo credo perché i critici dimenticano chi è stato. Nel trentacinquennale della morte, forse vale pena ricordarselo.

Essere Segretario generale del Partito comunista italiano non equivale a essere Segretario generale del Partito socialista francese, o del Partito socialdemocratico tedesco.

A maggior ragione, guidare quel partito in quella fase storica (gli anni Settanta e primissimi Ottanta, tra l’assemblearismo e Craxi) non è stato un compito semplice. E difficilmente poteva essere svolto in altro modo.

Il «compromesso storico» che ha portato, vent’anni dopo la sua morte, alla terribile fusione di DS e Margherita, nasceva perché in contemporanea gli Stati Uniti avevano ucciso Allende, tramite Pinochet.

La «questione morale», che è poi degenerata nel suprematismo moralista dei post-comunisti, nasceva per denunciare l’avvelenamento della cosa pubblica derivante dal blocco dell’alternanza (cementato dal caso Moro).

Il distacco dalle politiche sovietiche («La Rivoluzione d’ottobre ha esaurito la sua spinta propulsiva»), che ha finito per spingere i post-comunisti di sinistra ad abbandonare una lettura sociale della politica, nasceva per dare al PCI quell’anima più tranquilla che nel resto d’Europa era propria dei grandi partiti socialdemocratici.

Nel frattempo il PCI ha dovuto farsi carico dell’esplosione delle contraddizioni sociali dell’epoca, dal movimento studentesco a quello femminista a quello dei diritti civili. Ha dovuto riscrivere lo Statuto, trovare una nuova analisi geopolitica, allacciare altri rapporti politici internazionali…

Tutto questo continuando a chiamarsi «comunista», dovendo avere a che fare con frange molto radicali della propria militanza. Insomma, avendo a che fare con un equilibrismo difficilissimo da mantenere sul lungo periodo.

Di errori ce ne sono stati, ma non si può prescindere da due punti.

Anzitutto, Berlinguer prende in consegna una forza che sta timidamente crescendo ai danni di un PSI in crisi, e la porta a sfondare quota 30% nonostante l’inizio dell’ascesa di Craxi.

In secundis, morto Berlinguer, i suoi eredi non sono stati minimamente all’altezza del compito. Non solo hanno disperso le risorse che il Partito era riuscito a maturare: hanno perfino ceduto – con una rapidità impressionante – alla cosiddetta Terza Via.

Insomma, forse il vero errore che vale davvero la pena di imputare a Berlinguer è la scarsa preparazione economica dei propri quadri e dirigenti, e delle nuove generazioni del partito.

Il tentativo di mantenere la rotta in tempi di tempesta ha funzionato molto bene: il Partito comunista superò il 30% soltanto con lui al timone. E lo superò sulla base di programmi e proposte che davvero provavano a mediare con le difficoltà della fase.

Ma, strutturalmente, il PCI di Berlinguer non riuscì a formare una classe dirigente all’altezza della fase storica, presente e successiva. Quando fu chiaro che il PCI doveva cambiare nome, Occhetto perse Ingrao e in cambio non guadagnò nulla. Quando fu chiaro che bisognava fondare una base del PSE in Italia, D’Alema vi riuscì… Ma firmò lettere politiche con Blair e volle accreditarsi all’Occidente con qualche bomba.

Berlinguer fu un ottimo leader, un pensatore di estrema lucidità, un politico di grandi capacità, ma non fu un buon maestro. «So che qui c’è qualcuno che vorrebbe trasformare il PCI in un partito socialdemocratico», disse in Direzione nazionale nel 1983. «Sappia fin da subito che questa cosa la farà non con me segretario e se la farà, la farà senza di me e soprattutto contro di me». Questa lezione non è stata colta dai suoi eredi, che hanno smarrito la chiave filosofica con la quale Berlinguer, comunista di rito gramsciano, conquistò le masse più larghe senza voler costruire una SPD tricolore.

Enrico Berlinguer era ancora «socialista in senso stretto», anche se a capo di un partito molto più aperto, plurale e maggioritario dei partiti comunisti europei. Ma dopo la sua morte, questa sensibilità si è smarrita. In questo hanno ragione alcuni post-socialisti, quando denunciano di essere stati “sorpassati a destra” dai post-comunisti. Ma si faccia attenzione. Magari Veltroni e Minniti potranno dire di «non essere mai stati comunisti». Ma Berlinguer lo era, e aveva la caratura intellettuale che invece si contesta ai suoi eredi. Grazie alla quale ha raggiunto il famoso 34%. Insomma, che sia ben chiaro. Le colpe dei figli non ricadano sul padre.

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E; collaboro pure con Leukòs (https://leukos.home.blog/). In passato ho scritto anche per ItalianWheels e per Onda Lucana.

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