L’EUROGRANA DEI SOCIALISTI

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Marco Di Geronimo

È vero: la sinistra italiana avrebbe tanto da imparare dai modelli esteri. Ma deve fare i conti con un convitato di pietra: l’euro.

La forza comunicativa di Sanders e Corbyn è stata dirompente e ha cambiato una volta per tutte il dibattito politico americano e inglese. I due vecchietti che imperversano nei centrosinistra anglosassoni hanno costruito movimenti di massa attorno ai valori fondanti della tradizione socialista. In particolare attorno all’idea che l’uomo non dovrebbe essere affamato dall’economia, perché l’economia è costruita dalla società per rispondere ai bisogni di tutti e non deve affamare alcuni per ingrassare altri (e per di più senza un motivo valido).

Ma proposte del genere non si reggono in piedi nell’Europa continentale. Al di qua della Manica (e dell’Atlantico) vige un sistema economico diverso: il c.d. «ordoliberalismo» (di cui parlava qualche giorno fa Gerardo Lisco su questo sito), l’idea che il mercato vada “ordinato”, “organizzato” perché raggiunga i suoi risultati “bene”. Detta goliardicamemte: all’idea che è bene togliere lacci e lacciuoli (salsa tipica delle ricette economiche anglosassoni), i mitteleuropei preferiscono aggiungere la camicia di forza di leggi molto sicure di sé, e in particolare sicure di saper correggere il mercato e portarlo a produrre buoni risultati.

Quello che le Cancellerie europee hanno costruito, basandosi su questa filosofia, è il Trattato di Lisbona e tutti i suoi fratelli più anziani (tra cui Maastricht) e figli piccoli (il c.d. «diritto derivato eurounitario»: i regolamenti e le famose direttive). In due parole: Unione europea.

E la UE si regge su norme di diritto internazionale che non possono cambiare senza il consenso unanime di tutti gli Stati. Stati che hanno dato, per bocca dei loro Governi (col portafoglio a destra), il loro placet a regole economiche nettamente di centrodestra, sfavorevoli all’interventismo, alla piena occupazione, alla redistribuzione e alla crescita di salari e tutele, e tutte ossessionate dalla lotta all’inflazione («la peggior tassa», specie per i grandi risparmiatori), agli aiuti di Stato, agli scioperi.

A coronamento di questo disegno, a inizio secolo è nata la moneta unica. L’euro è forse il simbolo più potente di questa architettura politico-economica: gli Stati europei hanno deciso di condividere la politica monetaria, che però è stata assegnata a una Banca centrale indipendente (leggi: senza controllo), disallineata rispetto alle politiche fiscali, e senza possibilità di negoziarne democraticamente gli indirizzi. L’euro è per sua definizione irriformabile (se non all’unanimità).

Ma il problema è che l’euro in particolare e tutta la politica economica della UE in generale sono assai malati. Il panorama dell’accademia economica critica ferocemente – e da anni – gli indirizzi scelti da Bruxelles e Francoforte. E critica la mancanza di democrazia che impera nei corridoi delle istituzioni europee. (Non si può non ricordare la vecchia battuta, incredibilmente vera, secondo la quale se esistesse uno Stato europeo, che funzionasse politicamente come la UE, non potrebbe chiedere di aderire alla UE… perché Bruxelles lo bollerebbe come una dittatura). La politica economica dell’Unione è criticata nelle aule universitarie e contestata nelle urne elettorali; ma è immutabile, perché le norme che la regolano impediscono di negoziarla in sede di Parlamento europeo, e andrebbero cambiate con nuovi Trattati internazionali.

Di fronte a questo assetto, proporre un Green New Deal (come fa Sanders promettendo pacchetti da decine e decine di miliardi d’investimenti) o un salario minimo di circa €11,50 l’ora (come fa Corbyn fissando l’asticella a 10 sterline) sarebbe velleitario al di qua della Manica. Le istituzioni europee, ingabbiate dai Trattati europei (o dal diritto derivato che ne dipende), non potrebbero mai sostenere un volume di spesa pubblica necessario per il primo progetto. Né potrebbero arginare tutti quei meccanismi (come la libera circolazione di persone, capitali, beni e servizi, un totem intangibile dell’Europa unita) che favoriscono il dumping sociale e fiscale… e di conseguenza spingono al ribasso i salari, contrapponendo salari bassi e disoccupazione.

Al di qua della Manica, la sinistra si trova con le mani legate. Non ha un canale democratico in cui fare valere le sue pretese: il Parlamento europeo conta quanto il due di picche a scopone scientifico; i Parlamenti nazionali devono muoversi in binari stretti (e confliggenti con gli interessi politici difesi dalle sinistre: quelli delle classi più basse, delle piccole imprese, dei lavoratori dipendenti, parasubordinati e autonomi). In un periodo storico in cui un pezzo consistente del suo elettorato è europeista, ha tra i piedi dei vincoli europei che non può non contestare.

Tuttavia si tratta di una contestazione difficile da portare avanti. È utopistico predicare una mera riforma delle istituzioni, come fa Varoufakis, il cui movimento (Diem25) è più un club di buon auspicatori che altro. La riforma avverrà grazie a un consenso unanime dei Governi >nazionali< e serve una pressione su tutte le capitali europee.

Ma è sbagliato anche predicare l’uscita. Mélenchon ha visto naufragare la sua France Insoumise, il partito della sinistra francese più eurocritica: sconta certo errori politici e comunicativi. Ma anche una certa incapacità di sintonizzare le masse al suo messaggio. Un esempio ancor più plateale lo troviamo in terra nostrana: Stefano Fassina, economista di razza e apprezzatissimo in terre rosse, ma incapace di bucare qualunque schermo. Conferme parallele se ne trovano in Aufstehen (la sinistra eurocritica francese della Wagenknecht, mai decollato) e nel PCP (il Partito comunista portoghese, leggermente arretrato alle ultime politiche).

Aggiungiamo il naufragio di Tsipras, che ha vinto un referendum per uscire dall’euro ma ha temuto troppo per le condizioni del Paese e ha rinunciato (senza per questo riuscire a salvare la Grecia da una gestione inumana della crisi, che ha suscitato negli ultimi mesi una valanga di scuse tardive e ipocrite da Bruxelles). La critica all’Europa e l’opzione d’uscita non sono né remunerative elettoralmente né percorribili con agilità (annunciare d’uscire dall’euro ha inevitabili effetti negativi sull’economia del Paese: per questa ragione molti economisti raccomandano una “fuga alla chetichella” [l’«uscita in una notte»]… che avrebbe comunque effetti molto afflittivi e sarebbe lo stesso il frutto di un colpo di mano e non di una ragionata decisione democratica).

Insomma, ovunque ci si giri, ci sono lezioni da apprendere ma nessuna soluzione. Sanders e Corbyn ci ricordano l’estrema popolarità, in un momento travagliato come il nostro, che può mietere una proposta politica davvero vicina alla coesione sociale. Mélenchon e compagnia ci avvisano che la critica all’Unione europea, anche se intellettualmente onesta, non è un tema semplice da politicizzare e indebolisce la proposta politica se mal affrontato… pur essendo inevitabile, per una sinistra che voglia dare la sinistra. Tsipras ammonisce tutti, sulle enormi difficoltà della “mera uscita”… E allora che si fa?

In attesa di qualcuno particolarmente capace di fare sintesi e mettere a sistema le numerose critiche all’Unione con gli auspicati programmi di stampo socialista e socialdemocratico, ci sono tre strumenti che vanno immediatamente messi in piedi. Sono tre coordinamenti: il Partito socialista europeo, un sindacato europeo, un movimento giovanile europeo.

Solo con corpi intermedi di calibro internazionale sarà possibile organizzare in tutti gli Stati un’azione (e una pressione) politica efficace a raggiungere gli obiettivi più piccoli. Sul lungo periodo, arriverà qualcuno (si spera…) per cogliere frutti più ambiziosi. Sul breve, dedichiamoci a quel che abbiamo. (E giacché non abbiamo partiti di sinistra solidi, bisogna impossessarsi del PSE anziché del GUE, e strutturarlo seriamente).

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E. In passato ho scritto anche per ItalianWheels, per Onda Lucana e per Leukòs.

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