L’immagine che si ha della Basilicata è quella di una regione che, dal punto di vista della criminalità, costituisce una “eccezione”, una sorta di isola felice, nel tormentato Mezzogiorno, dove meccanismi di controllo sociale legati alla ridotta presenza di popolazione, alle reti familiari e di paese, alla debole consistenza di fenomeni di immigrazione da altre regioni o di mobilità interna alla regione, impediscono il radicamento di attività criminali organizzate e, quindi, dotate di sistematicità e di modalità di radicamento sul territorio.
Se ciò, per molti versi, risulta ancora vero per quanto attiene la microcriminalità, ovvero i “piccoli” reati (furti, scippi, violazione di domicilio, ecc.) che, per il fatto di essere collegati alla quotidianità spicciola della vita e della cronaca nera di un territorio, sono quelli sui quali l’opinione pubblica ha una percezione particolarmente enfatizzata, i reati più rilevanti, a maggiore pericolosità sociale e legati a modalità più complesse di tipo associativo, benché meno “visibili” all’uomo della strada, evidenziano derive particolarmente pericolose.
L’indice di microcriminalità (dato dal rapporto fra piccoli reati e popolazione residente) è, infatti, ancora piuttosto modesto per la Basilicata: al 2017, tale dato è di 1,3 microreati ogni mille abitanti, a fronte di 7,7 per il Mezzogiorno e di 11,2 per la media nazionale. Ciò produce, nella percezione dei cittadini, un senso di sicurezza per certi versi fallace ed illusorio. Infatti, le famiglie lucane che percepiscono un grave rischio di criminalità nella zona in cui abitano è del 17,6%, poco più della metà del corrispondente dato nazionale. Tale modesto valore è anche associato ad una presenza di immigrazione extracomunitaria (più a torto che a ragione percepita come portatrice “di per sé” di criminalità) meno rilevante rispetto ad altre regioni, anche limitrofe.
La situazione, però, è molto più complessa, e per certi versi più grave, di quanto tali statistiche rassicuranti vogliano far credere. Intanto, proprio la percezione di rischi criminali da parte dei cittadini, per quanto meno diffusa rispetto alla media italiana, è in forte crescita: la già rammentata percentuale del 17,6% nel 2017 risulta in crescita di quasi 8 punti percentuali rispetto al dato del 2007. Viceversa, tale dato, a livello italiano, tende a diminuire nel medesimo arco di tempo (-3 punti). E’ un chiaro segnale che questo specchio apparentemente così perfetto di tranquillità sociale si sta sempre più incrinando.
Il mito dell’unica regione del Sud “senza mafia” o banditismo, che dal dopoguerra accompagna la Basilicata è, per l’appunto, un mito. Non solo la regione è da sempre terra di transito di traffici illeciti, sorta di piattaforma logistica per il passaggio di stupefacenti, armi, beni di contrabbando, ecc., fra le mafie pugliesi, campane e calabresi, non solo il suo territorio è da sempre discarica di rifiuti pericolosi da parte delle ecomafie (anche quelle in colletto bianco…) ma vi sono, e da molti anni, segnali chiari di tentativi di radicamento sul territorio di organizzazioni di tipo mafioso. Si inizia dalla saga, violenta ma, per certi versi, da strapaese dei Basilischi, negli anni Novanta: un gruppo di carcerati reclusi, per reati comuni, nella casa circondariale di Potenza che, forti dei contatti con le ‘ndrine dominanti della Piana di Gioia Tauro (Pesce e Serraino) crearono una associazione a delinquere con tutti i tratti caratteristici delle mafie, che, da iniziale “outsourcing” della ‘Ndrangheta calabrese in un territorio nuovo, ambì a divenire autonoma, costituendosi come “quinta mafia” del Sud. Ma tale tentativo, fatto di caserecce imitazioni dei riti di iniziazione ‘ndranghetisti sul monte Pollino con tanto di mangiate di pecorino di Filiano al contorno, tatuaggi identificativi degli affiliati raffiguranti rose rosse, un ex pugile locale riconvertitosi a picchiatore ed estorsore, storie di tradimenti di compagne dei boss e di vendette d’onore, finì miseramente in un maxi processo, con figli pentiti a denunciare i genitori e connesse tragedie in stile napoletano.
La fine dei Basilischi non ha fermato, però, l’interesse mafioso sulla Basilicata. Alcune statistiche ufficiali dell’Istat sono a dir poco preoccupanti, se solo si volessero leggere: sempre al 2017, l’incidenza di tutti i reati associativi, mafiosi e non, è pari ad 1,6 ogni centomila abitanti, valore superiore a quello nazionale (1,5). All’interno della categoria dei reati associativi, l’incidenza di quelli di tipo mafioso è dell’11,1%, valore, ancora una volta, più preoccupante di quello medio italiano (9,1%).
Il rapporto semestrale della Direzione Investigativa Antimafia aggiornato a giugno 2018, in effetti, delinea un quadro non certo sereno. Nel primo semestre del 2018, si registrano infatti 19 reati di associazione a delinquere di stampo mafioso (articolo 416 bis del cp) e 13 casi di reati con aggravante del metodo mafioso. La Dia nota che i clan criminali autoctoni della Basilicata si stanno riorganizzando con nuove leve che prendono il posto degli esponenti più anziani in carcere, operando soprattutto nello spaccio di stupefacenti sul territorio regionale, grazie ad accordi operativi con le mafie albanese, pugliese e calabrese, che li riforniscono di materia prima e di armi, ma, in sottordine, anche nell’estorsione ai danni di esercenti commerciali ed imprese. Le scommesse illegali on-line e i reati ambientali forniscono ulteriori opportunità di business a gruppi locali che risultano attivi soprattutto nella città capoluogo (dove continuerebbero ad operare i residui dell’ex banda dei Basilischi), nel Vulture Melfese e sulla costa Ionica, dove diversi episodi di danneggiamenti, atti dinamitardi, intimidazione e minaccia sono chiari indizi di una volontà criminale di radicarsi sul territorio imponendo la forza intimidatoria della propria organizzazione, esattamente come nel caso della mafie classiche.
A tale quadro di gruppi criminali locali, si aggiungono le organizzazioni esterne, sia pugliesi (propaggini della SCU che si occupano soprattutto di spaccio di stupefacenti nel Metapontino, ma anche bande della Società, ovvero la mafia foggiana, specializzate negli assalti ai portavalori ed ai bancomat) sia straniere (esponenti della mafia albanese che fungono da punti di riferimento logistico per lo smercio all’ingrosso dello stupefacente ai gruppi criminali locali, rumeni attivi sia nel caporalato agricolo sia nel furto di rame, attività a quanto pare ancora rilevante).