
di GERARDO ACIERNO
Nonostante i suoi studi si fossero fermati in prima liceo tutta la gente del paese lo chiamava professore. Professor Carlo. La sua esistenza – un quieto e sbiadito vivere fatto di casa, di libri, di mezza età, acciacchi e solitudine – trovava approdo felice nella conservazione e nella cura di coloratissimi vestiti di carta. A partire da quelli che negli anni dell’infanzia sua madre gli aveva ritagliato e fatto indossare per le recite parrocchiali. Di questi costumi di scena ne possedeva un bel numero “… perché devi saper recitare tutte le parti – lo aveva ossessionato la madre – … la vita è piena di sorprese … il mondo ha mille facce …”.
Lo straordinario campionario il professore lo custodiva, e sotto sotto lo venerava, dentro un solido guardaroba di noce nella sua camera dove faceva bella mostra di sé anche una preziosa specchiera dalla cornice appena scheggiata negli angoli superiori ma finemente intarsiata. Le “creature” della madre erano fatte di carta velina, quella usata per avvolgere le scarpe, per proteggere il colletto delle camicie o per confezionare, appunto, festoni, lavori artistici e costumi teatrali. Era bastato mezzo rotolo di questa carta bianca per il suo primo costume da fantasma. Per quello da gnomo, invece, ci volle un bel po’ di carta rossa perché c’era da ‘costruire’ cappello e mantello. Metri di carta velina grigio-verde per ritagliare la divisa da capitano dell’Esercito Italiano, con il basco da lui inforcato con supponenza tra i capelli folti e ricci. Per la tonaca da sacerdote la carta velina bisognò acquistarla in città perché la merciaia del paese, ostinata comunista, mal sopportava il nero. Tempo, denaro e tanta pazienza per la toga da avvocato, mentre per il doppiopetto dell’onorevole fu impeccabile il cangiante e multicolore scampolo stampato a Fabriano che si prestava ad ogni sorta di compromesso ‘sartoriale’.
Non c’era giorno della settimana che il professore non passasse in rassegna il suo particolare guardaroba. Per certi versi illudendosi di ritrovare la madre, per altri a fantasticare su vecchie storie consumate dal tempo. Un giorno, però, ebbe una strana sensazione: quella di perdere la sua consistenza di persona e che stesse diventando un’altra cosa.
Andò così. Era il giorno di Ferragosto. Il paese, svuotato dalle ferie, offriva vicoli deserti, angoli in ombra e un intrigante profumo di ragù spandersi dalle poche finestre ancora aperte. Il prof. che durante la notte aveva divorato un paio di lunghi e complessi racconti di autori russi, stava per uscire. Si sorprese di non sentire il solito fastidioso cerchio alle tempie e, inaspettata, gli era ritornata anche la voglia di incontrare i suoi simili. Era davanti allo specchio a sistemarsi il nodo del papillon quando fu assalito da un’improvvisa vampata di calore e subito dopo travolto da un robusto soffio di freddo polare: l’una e l’altro lo fecero sentire leggero e svolazzante come un foglio di carta. Di carta velina, precisamente. Si bloccò, inerme, e la sua grammatura, la sua consistenza d’uomo ancora in carne gli sembrò molto vicina a quella della carta. Provò un disarmante senso di sottigliezza. La sua curiosa condizione impastata di leggerezza e fragilità lo accompagnò verso una totale evanescenza. Trovò una sedia alla quale si avvinghiò, meglio ancora, s’incollò perdurando la sua cartacea parvenza. Rimase a lungo a fissarsi le mani, a girarle e rigirarle: le sentiva sempre più di carta. Di carta sentì poi le braccia, le gambe e tutto il resto. Che cosa stava succedendo? Diventava un uomo di carta – pensò con terrore – e c’era poco da fare. Addirittura si trattenne dal fumare: rischiava il suicidio se avesse usato l’accendino.
Per darsi un po’di coraggio pensò che prima di lui c’era stato “un uomo da marciapiede” e poi “un uomo di paglia”. E ancora: “l’uomo dal braccio d’oro”, “l’uomo del monte dei pegni”, “l’uomo senza qualità”, “un uomo chiamato cavallo”, “l’uomo che fissava le capre”, “l’uomo che sussurrava ai cavalli”, “l’uomo delle stelle” e “l’uomo della pioggia”. Pensò anche a Marcuse e al suo “uomo a una dimensione”. E si sentì sollevato. Per poco, a dire il vero, perché quando ritornò allo specchio vide un viso – il suo – smunto, pallido, simile al volto bambino malamente truccato da fantasma in quel primo personaggio che gli avevano fatto interpretare, la mamma e le suore, nella recita di fine anno all’asilo della parrocchia.
Aprì il guardaroba. Fissò i costumi e misurò con una carezza la loro levità. Poi, lo sguardo affondato nelle loro pieghe, ripercorse la strada della sua vita. Fu una velocissima carrellata. Non si era particolarmente distinto in niente. Tutto di lui era stato molto simile a quei costumi: leggero, impalpabile, buono per apparire ma non per essere, tanta finzione e molta mediocrità. Del resto non era questo che la mamma gli aveva sempre richiesto?
Dalla finestra entrava la luce del Ferragosto infuocato. Affettava in due la stanza: lo scuro da un lato, un chiarore esemplare dall’altro. Il professore rimase indeciso di fronte al dove appostarsi per consumare il resto di quella strana giornata: nella situazione fattasi chiara e definita o nell’ombra dei rimpianti?
Venne infine la luna. Montando dietro il colle sbiadì le strade e raggiunse i bagliori di un improvviso incendio sprigionatosi da una casa del borgo. Uomini e donne del quartiere urlavano e imprecavano, correndo di qua e di là con i secchi dell’acqua in attesa dell’arrivo dei vigili del fuoco. Con loro anche il professor Carlo, bruciacchiato e impaurito, andava cantilenando la sua misera bugia: “Non è stata colpa mia. Volevo accendere la sigaretta. Soltanto una sigaretta volevo fumare. Niente di più”.
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