LO SVILUPPO DAL BASSO: PERCHE’ SPESSO FUNZIONA MALE?

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RICCARDO ACHILLI*

La stagione delle politiche di sviluppo dal basso, concertate fra i soggetti locali, nasce, per contrapposizione all’esaurirsi dell’intervento straordinario, alle nuove correnti di pensiero localistico e distrettuale dell’analisi economica, all’insorgere di fabbisogni di sviluppo anche nelle cosiddette “aree forti” del Centro Nord, inizia nei primi anni novanta con la programmazione urbana (Prusst) e trova la prima applicazione pratica con la cosiddetta “programmazione negoziata” (contratti d’area, patti territoriali, APQ) nel 1995-96. Da allora, quasi vent’anni sono passati, e tali strumenti hanno trovato molteplici applicazioni pratiche, spesso entrando anche nella programmazione comunitaria, sulla scia del successo che in altri Paesi, diversi dal nostro, tale filosofia di sviluppo dal basso ha avuto (ricordiamo i Pit della programmazione 2007-2013 o le Aree Interne dell’attuale programmazione, senza dimenticare altri strumenti nazionali, come ad esempio le “aree di crisi” e, per ultimo, la particolare applicazione all’economia marittima e logistica delle Zes/Zls).

Il tempo è venuto per fare una valutazione di esperienze generalmente fallimentari, che non hanno lasciato granché dietro di loro, al netto di puntuali casi di studio. La valutazione non può essere uniforme e dipende da caso a caso, da strumento a strumento, tuttavia alcuni aspetti di criticità comuni, che sono alla base delle numerose casistiche di fallimento, sembrano trasparire. Provo ad elencarne i principali:

  • La settorialità degli interventi, generalmente incentrata su incentivazioni, fiscali, amministrative o finanziarie alle imprese, senza una visione di insieme dell’area di intervento, che ne abbracciasse gli interventi di contesto (infrastrutture, aree di insediamento, formazione dei bacini locali di manodopera, servizi alle imprese e servizi pubblici generali) e senza integrare interventi di sostegno alle attività produttive con interventi di urbanistica;
  • L’eccessivo localismo, sia nella predisposizione dei tavoli locali di progettazione e definizione dell’intervento, sia negli obiettivi: spesso tali interventi non nascono da una idea-forza di sviluppo, ma soltanto come occasioni per dare ruolo a soggetti locali in cerca di visibilità, oppure per sostenere un “bric-à-brac” di incentivazione a micro-realtà e micro-interessi territoriali, che ovviamente sono troppo piccole per generare effetti-leva di sviluppo;
  • La scarsa capacità di interagire con alti territori, per predisporre progetti di cooperazione reciproca o consentire alle imprese locali di fare rete;
  • La scarsa qualità dell’analisi territoriale propedeutica alla costruzione del progetto, che impedisce di evidenziare vocazioni produttive “sommerse” o potenzialità di sviluppo non evidenti. A tal proposito, è evidente che la mera analisi desk dei dati statistici disponibili non è sufficiente ad identificare motori di sviluppo, specie se in qualche modo poco evidenti. Occorre affiancare i metodi di analisi statistica territoriale con tecniche di analisi qualitativa per panel di esperti locali (ad esempio i metodi multicriteriali).
  • L’eccessiva tempistica delle fasi di analisi e progettazione dello strumento, che fanno decadere l’interesse e l’eventuale entusiasmo iniziale dell’opinione pubblica locale, e finiscono per comprimere i tempi della fase attuativa, generando, al contempo, polemiche o repentini e dannosi cambiamenti di direzione legati a svolte politiche o nella governance locale;
  • L’assenza, nelle compagini di progettazione dell’intervento, di una leadership chiara e condivisa. Il mettere tutti sullo stesso piano, spesso, fa più male che bene. Viene meno la figura in grado di fare sintesi ed unificare le proposte in un unico progetto coerente;
  • L’assenza di sistemi codificati di monitoraggio e valutazione degli interventi, che impediscono una analisi valutativa ex post sistematica;
  • La scarsa qualità del drafting finale del progetto, che spesso appare confuso, non distingue obiettivi e strumenti, non fornisce tempistiche definite e realistiche, non perimetra con precisione l’area di intervento, ecc.

Costruire progetti di sviluppo dal basso che siano di successo, come avvenuto ad esempio in Francia, con i pÔles de compétitivité, è possibile, ma occorre avere la volontà, la governance e la strumentazione, anche metodologica, per farlo, senza contare troppo sulle sole risorse locali. Un ruolo non solo finanziario, ma di accompagnamento tecnico e metodologico, da parte dello Stato, nel redigere una sorta di manuale di istruzioni per l’analisi e la progettazione, e poi nel mettere i territori in contatto l’uno con l’altro, identificando aree di potenziale collaborazione fra sistemi produttivi diversi, è quindi necessario.

*ECONOMISTA

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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