
LUCIO TUFANO
La vicenda, ormai acclarata, di Matera “capitale della cultura europea” per il 2019, ci ha reso consapevoli e compiaciuti perché tutto torna in favore della nostra regione. Però tutto ciò deve fare da stimolo per noi di Potenza, capitale della Basilicata, per scrollarsi di dosso la consueta pigrizia, l’indifferenza ed il distacco da tutto quello che ci appartiene, sconfiggere l’atavica nevrosi dell’invidia e della competitività per ciò che gli altri riescono a fare di geniale e di utile.
Dobbiamo amare il nostro Teatro, il nostro centro antico, le nostre chiese, le piazze, gli antichi vicoli ed i cimeli della tradizione orale e scritta, dobbiamo vincere quella sindrome d’ambiente, una sorta di incompatibilità freudiana cui la piccola borghesia di cocciuti “talebani”, spesso componenti della sinistra e della destra fondamentaliste, di politicanti arroganti, esige la elettrizzante e narcisistica esterofilia, onde il nemo propheta, intollerante e schizoide, misconosce ed annienta il prodotto e l’idea, la creatività del talento locale. Una guerra dell’homo homini lupus hobbesiana di tutti contro tutti, dove i più primeggiano nel non ammettere che qualcosa di buono ed utile possa rinvenirsi in loco.
Potenza, immenso repertorio? Cos’è? Dalla Potentia romanorum hic relegavit? Era un posto isolato tra monti e boscaglie, ove la Potentia di Roma relegava i condannati / gli schiavi ribelli, gli spartachisti, i gladiatores … un posto innevato e glaciale d’inverno e frequentato da briganti d’estate, un tracciato, un breve percorso era quello che percorrevano presidiando e vigilando i pretoriani. Di là viene via Pretoria.
Ma Potenza fu città di potere, potere morfologico e simbolico, da esso scaturirono le declinazioni del potere e del ruolo della città. Potenza, città di punizione, di promozione e di protezione, città di pance, di benpancisti e di malpancisti.
Da tali connotazioni si divulga la storia di una città capitale, amministrativa, “città di timbri e sigilli”, di intendenze borboniche, delle prefetture e dei prefetti, degli ufficiali di scrittura e dei calligrafi, personaggi ed ambienti che avrebbero suggerito trame e racconti a Dostoevskij, a Tolstoj, a Gogol, a Cechov, come in “Morte dell’impiegato”: Ivan Dimitric Cerviakov, usciere di tribunale che, seduto in una poltrona di seconda fila, assistendo alla rappresentazione di Le campane di Corneville, contrasse il viso, strabuzzò gli occhi e … starnutì. Non vi era il divieto di starnutire, starnutivano i contadini, i commissari di polizia e perfino i consiglieri di Stato. Cerviakov non ne fu imbarazzato, si forbì le labbra con fazzoletto e da persona beneducata che era si preoccupò di non aver disturbato nessuno … ma vide il signore che sedeva davanti in prima fila asciugarsi accuratamente il testone calvo con la mano guantata e borbottare. Si trattava del direttore generale Bricalov del Ministero …
Quindi che cosa fu Potenza? Elevata a capitale, da Giuseppe Bonaparte, curata e governata da Gioacchino Murat, in città napoleonica dei prefetti alla Javort, la città dei divieti e delle concessioni, con l’Unità d’Italia. Allora l’800 si dileguava con le trine, la priora di San Luca e le clarisse continuamente scisse dal conte Benso di Cavour, con le leggi eversive, nelle nebbie di Magenta bruciava ancora Solferino. Ettore Ciccotti leggeva Il Capitale di Marx, moriva di colera sulla nave Maddaloni il senatore Nino Bixio, quasi una espiazione per le esecuzioni operate nel Sud. Quintino Sella faceva stampare le prime cartoline postali a cent. 10, ogni anno emigravano in centomila.
Poggiava la stanca sciabola e gli speroni il Re Galantuomo, al suo capezzale vegliava la Rosina, contessa di Mirafiori.
Fu in uno scenario, infestato ancora da briganti, uno scenario di paure, silenzi, rotti dalle grida e dalle fucilate, nella cupa omertà delle foreste, tra agguati ed eccidi che la borghesia agraria decideva di costruire questo teatro, simulacro e monumento della cultura ufficiale contro la tormenta dei vicoli e le rampe delle aje, la ruggine lamentosa delle canali.
Di qui la storia lunga di una borghesia eccelsa e vigliacca, ingorda e di gusto, raffinata e grossolana; dal 1881, gennaio, inaugurato da Umberto I e dalla regina Margherita, una sequenza di stagioni liriche, di cafè chantant, di ballerine che ofriirono al freddo e pavido onanismo dei potentino la prima leggiadra visione delle cosce. Ballerine, venute da Napoli, infreddolite dagli spifferi freschi del teatro e riscaldate dal tepore degli aliti e degli sguardi estasiati. Le riffe dei primi palchi ed i pranzi delle retoriche politiche da Branca a Zanardelli, al Teatro Littorio, le voci stentoree, i busti ed i medaglioni, le visiere e le uniformi, i balli al Circolo Lucano; le grandi attrici da Anna Fongez, ai comici come Maldacea.
Al di là di tutto questo, il teatro si dilatava in una sorta di vasi comunicanti tra teatro, piazza e campagna. Le mura del teatro si aprivano alla città, comprendendo tutto il popolame, anche quella sottospecie di mondo urbano, gremito di contadini entrati a frotte dentro la città, abitatori di vicoli e sottani, di spelonche dalle porte corrose e dalle bandiere di ragnatele, di muri ammuffiti dall’umido di stalle mulattiere e bettole: erano quelle le maschere contadine divenute urbane per mercati e facchinaggio, la commedia sociale dalla quale, attraverso una disamina della anagrafe fiabesca e collodiana abbiamo recuperato e proposto una figura del grottesco, una maschera che ha bisogno della sua ribalta, del suo palcoscenico per annoverarsi tra quelle della grande commedia dell’Arte.
Ma ci è nota l’identità della nostra città? Siamo capaci di riassumerla, di raccontarla per storie e parti scorporate, siamo certi di poterla riesumare nella sua interezza e globalità, nei suoi reperti antropologici, culturali, storici e politici?
L’ex Presidente Pittella, in una sua intervista, affermava: «noi abbiamo bisogno di collaborazione da parte di una società civile, matura e non la troviamo».
Matera 2019 è stata supportata da una spinta (progetto) dal basso, attivando energie e creatività dalla città medesima. Gli animatori in grado di fornire stimoli, di accendere la luce della creatività, la professionalità, le idee e le proposte intelligenti ed originali non devono venire travolte dall’ondata e nevrosi dell’indifferenza e dell’invidia, solo in adorazione del centralismo televisivo, delle grandi case editrici, dei nomi più noti come Sgarbi, Cacciari e tanti che vengono chiamati dal provincialismo perché possano costituire un ulteriore fregio o elemento di successo alle nostre iniziative, importatori della cultura altrui.
Invidia da condominio! A volte, anzi spesso, la RAI commette tali errori ed il Premio Basilicata che di solito recepisce gli scrittori già premiati dai grandi editori e dal mercato.
La parata dei Turchi va letta ed organizzata in maniera tradizionale. Con ricadute turistiche e produttive, letta e riletta solo in chiave antropologica. La Film Commission? Il suo presidente Di Gianni ha un curriculum di riguardo, tutto nei film di magia.
Potenza deve attuare lo sforzo di coagulare nel suo alveo e nel suo repertorio di città capitale, di civiltà urbana, risorse, arte, talenti, linguaggi, cultura autonoma, annientando e cacciando fuori dalle sue mura, l’equivoco ed il falso, la retorica ed il bluff, la esibitoria ostentata del Campiello e degli scrittori laureati altrove …
Perciò nei miei scritti vi è lo spirito della sottostoria, non è un espediente felliniano, bensì il rigurgito della memoria, di un alieno cioè, che racconta storie e visioni precedenti alla sua nascita, la reminiscenza di un demiurgo che della vecchia città ne richiama il gergo, le abitudini, i vizi, i luoghi comuni, la fraseologia e le azioni più blasfeme.