LO SVILUPPO RURALE, QUESTO SCONOSCIUTO PROTAGONISTA

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RICCARDO ACHILLI

Fra i vari accordi presi durante il Consiglio Europeo del 18-20 luglio vi è anche la definizione del quadro finanziario pluriennale per il 2021-2027. Dentro tale quadro, lo sviluppo rurale, inteso come “secondo pilatro”, ovvero come sviluppo connesso alla competitività del sistema agricolo e forestale, alla diversificazione economica ed alla qualità della vita delle comunità agricole, avrà una dotazione, a titolo di FEASR, di 88,9 miliardi. L’Italia avrà diritto, oltre alla sua dotazione, anche ad ulteriori 500 milioni per necessità di investimenti strutturali di particolare rilevanza.

Accanto a tali risorse, il FEAGA disporrà di una riserva per la gestione o stabilizzazione del mercato o di crisi della produzione, pensata anche nell’ambito delle esperienze di caduta produttiva verificatesi durante il lockdown pandemico, di ulteriori 450 milioni per ogni anno di programmazione.

Infine, nell’ambito del negoziato relativo al Next Generation Fund, le risorse programmate per lo sviluppo rurale riceveranno un ulteriore spinta tramite 7,5 miliardi (inizialmente, nella prima proposta della Von Der Leyen, dovevano essere 15) aggiuntivi, che andranno a cumularsi con il FEASR.

Lo sviluppo rurale avrà, nei prossimi anni, una rilevanza strategica, perché soprattutto ad esso viene affidato l’obiettivo della nuova Commissione Europea di raggiungere almeno il 30% di spesa destinata ad obiettivi climatici ed ambientali. La tragica esperienza del Covid 19 ha messo a nudo come l’autonomia alimentare dei territori sia fondamentale, e da qui l’esigenza di riportare verso i territori stessi le filiere, spesso eccessivamente globalizzate e non più controllabili, mentre gli obiettivi di risanamento climatico hanno un impatto diretto sulla gravità ed intensità di gravi pandemie come quella sperimentata.

In questa fase, la Ue sta discutendo di una riforma complessiva della PAC, che dovrebbe entrare in vigore nel 2023 (grazie ad una specifica richiesta italiana di prorogare l’attuale PAC fino al 2022, al fine di dare garanzie economiche agli operatori), nell’ambito del più generale quadro del Green New Deal lanciato dalla Commissione Europea. Sarà necessario destinare risorse importanti agli eco-schemi comuni (una questione, per la verità, riferita al Primi Pilastro della PAC, ovvero quello dei pagamenti diretti agli agricoltori), alle regole di buon conduzione agricola e forestale, alla percentuale minima di aree naturali all’interno delle aziende agricole, nonché la loro tipologia.

E’ però anche fondamentale cercare uno strumento di raccordo fra azioni finanziate dal FEASR ed azioni finanziate dal FESR, al fine di costruire aiuti di filiera che vadano oltre la mera agricoltura e che includano anche l’industria di trasformazione, il commercio e la logistica, tanto più che la Basilicata dedica circa il 14% del suo valore aggiunto a tale filiera. Settori come l’ulivocoltura, la coltivazione arboricola come l’albicocco, il pesco o l’arancio, pur essendo importanti in termini di produzione lorda vendibile, non hanno a valle un settore di trasformazione (ad esempio di tipo conserviero) che potrebbe valorizzarne la qualità, grazie ad opportune selezioni, e creare nuovi posti di lavoro.

Occorre poi costruire misure di aiuto che incentivino la crescita di produttività dei terreni, parametro rispetto al quale la Basilicata è ancora fra le 3-4 regioni italiane con i valori meno significativi in termini di valore aggiunto per ettaro di SAU (931 euro circa ad ettaro, a fronte dei 2.168 medi italiani) il che si traduce in una spinta all’innovazione tecnologica nei metodi di coltivazione e nelle tipologie colturali, in una maggiore estensione del biologico e della produzione agricola di qualità, in una ricomposizione fondiaria che crei aziende di maggiore dimensione e superficie, nello svecchiamento dei conduttori agricoli, che ancora oggi sono spesso di età avanzata.

Infine, la nuova politica di sviluppo rurale dovrà trovare forme di raccordo con lo sviluppo del turismo enogastronomico ed ambientale, un settore che nel nostro Paese cresce del 3% all’anno, con 2 milioni di turisti attratti nel 2018, dei quali 300.000 stranieri, che mostrano di apprezzare in modo particolare l’offerta ambientale e rurale del nostro territorio. L’integrazione fra turismo e produzione agricola, oltre a soddisfare le esigenze di diversificazione produttiva delle aziende agricole lucane, può quindi generare nuovi flussi di spesa sul territorio, atteso che tale turismo è generalmente legato ad una clientela di elite, con capacità di spesa medio-alta e può aiutare il comparto turistico lucano, ancora troppo legato alla clientela domestica, ad internazionalizzarsi maggiormente, attraendo quindi più stranieri.

Questi sono i punti-cardine sui quali, insieme ad una migliore dotazione infrastrutturale dei centri rurali, con particolare riferimento al completamento della connessione in banda larga, occorrerà misurarsi nella costruzione dei prossimi Piani di Sviluppo Rurale.

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Sull' Autore

Riccardo Achilli

Valutatore di politiche pubbliche di investimento, economista e statistico, specializzato in sviluppo locale, politiche industriali e politiche sociali. Fa parte del nucleo di valutazione degli investimenti pubblici della Regione Basilicata, e collabora come ricercatore e consulente presso numerosi centri studi economici (Osservatorio Banche Imprese, Istituto Guglielmo Tagliacarne, Si Camera, SRM).

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