
Rita Simonetti
A decine di bambini (sono oltre duecento) viene impedito di pranzare con i loro coetanei, in mensa, e di utilizzare lo scuolabus perché i loro genitori non possono sostenere l’intero costo del buono pasto e del servizio bus, che fino all’anno scorso pagavano in misura ridotta. Questo accade per espressa decisione del sindaco leghista del Comune di Lodi. I bimbi colpiti sono figli di immigrati, e non italiani, e questo occorre dirlo con chiarezza, perché solo a loro, a questi bimbi italo-stranieri, il comune di Lodi ha voluto “riservare” lo speciale trattamento. Le nuove misure del Sindaco, infatti, colpiscono loro e solo loro, i loro genitori per poter ottenere i buoni pasto non devono presentare solo l’ISEE, come i genitori italiani purosangue, ma una documentazione specifica di nullatenenza, rilasciata dai paesi di origine. Inutile precisare che ottenere una tale documentazione è subito parso difficile, nella migliore delle ipotesi, impossibile nella stragrande maggioranza. È una discriminazione. Diamo il nome alle cose e non ci giriamo attorno.
Eppure, come accade sempre nei periodi bui (e meno bui), anche rispetto a questa vicenda è scattata la rete di solidarietà per consentire ai piccoli migranti di “spezzare il pane” con i loro coetanei e non sentirsi emarginati proprio in un luogo istituzionale, in cui l’uguaglianza e la dignità dovrebbero essere tutelati. L’unica vicenda che merita di essere raccontata, allora, è proprio la gara di solidarietà che stanno giocando cittadini, comuni, scuole, associazioni, enti, tutti volti a raccogliere tre miserabili euro per garantire un giorno di mensa e di normalità a questi bimbi nati in Italia, ai quali un Sindaco qualunque vuole cucire addosso il marchio della differenza. In altri luoghi, a Riace, altre gare di solidarietà si stanno promuovendo, per consegnare alla storia una immagine di questa Italia che non si mostri come cieca e sorda ai bisogni dei diseredati. Un’Italia che pur nelle imperfezioni di un modello, sta provando a dire di no ai ghetti delle tendopoli o dei centri di accoglienza, a dire di no alle discriminazioni, a dire di no alla speculazione economica sulla pelle dei “diversi” fornendo una via di scampo anche alle solitudini e desertificazioni dei nostri paeselli. E, allora, anche in questo caso la vera storia che occorre conoscere e raccontare nei dettagli è quella dell’inclusione, non quella delle circolari ministeriali che burocraticamente vogliono spazzare quel modello anziché migliorarlo nelle “imperfezioni” rilevate. Rispetto a questi fatti, credo che a ciascuno di noi spetti il compito di studiare, sì, studiare, informarsi, approfondire e, conseguentemente, agire, secondo il proprio credo e la propria coscienza, perché non si possa dire, domani, che un popolo di codardi e razzisti ha lasciato che si compisse l’ennesimo genocidio degli individui e dei principi fondamentali della nostra Costituzione.