NINO CARELLA
Sabato 16 settembre. Ore 15 circa. Volo Ryanair FR1905 delle 16:40. Da Londra Stansted a Bari Palese.
Arriviamo un po’ in ritardo rispetto ai piani originali all’aeroporto di Stansted, un enorme capannone che, attraverso i cancelli dei controlli di sicurezza, porta al lungo labirinto – quanto lungo lo scopriremo poi – per i gate di imbarco.
I cartelli giusto fuori ai controlli impongono di imbustare nei sacchetti trasparenti in dotazione, tutti i liquidi sotto i 100 millilitri che si desiderano portare a bordo. Quelli sopra, devono essere buttati via, senza pietà. E però scopriamo qui che per una inspiegata legge fisica, vengono considerati “liquidi” anche creme e simili: dentifrici, fondotinta, creme idratanti e così via. Chissà se passerebbe la Nutella… Mah. E vanno altresì cestinati anche i liquidi sotto i 100 ml che non entrano nei suddetti sacchetti. Infatti, per una regola mai sentita altrove, qui è permesso imbarcare nel bagaglio a mano solo un sacchetto a testa. Aeroporto che vai, regole che trovi. E poi pare logico: uno potrebbe imbarcare un litro di veleno in 10 bottigliette da 100. Ma in pratica, le donne più vanitose dovranno cestinare un bel po’ di cosmetici: e infatti così sarà. Comunque sia, dividiamo in tre buste, quanti siamo, i nostri pochi “liquidi” da bagno, beviamo tutta l’acqua che possiamo, e gettiamo via quella rimasta. E’ tutta qua? E’ tutta qua, annuisce mia moglie. Ok, allora siamo pronti: si va.
Ma i controlli di sicurezza sono un vero terno al lotto. Distribuiti a caso nei tornelli, i viaggiatori attendono pazientemente il loro turno di controllo. Tutto sia per la sicurezza. Però il primo tornello è servito da tre metal detector. Il secondo solo da uno. Il terzo da due. E ovviamente noi siamo al secondo. La fila scorre lenta ma nessuno si lamenta. Tutto sia per la sicurezza.
Finalmente, dopo un tempo interminabile, arriviamo al carrello del metal detector. Il gentile ma annoiatissimo addetto ci mette in tre file e a gesti e parole fa capire che dobbiamo mettere nelle apposite vaschette giubbotti, cinture, orologi, portafogli, le precedentemente preparate buste di “liquidi”, gli apparecchi elettronici e qualunque metallo avessimo addosso. In un’altra vaschetta va il bagaglio a mano vero e proprio. Peccato che vaschette non ce ne siano. Attendiamo minuti e minuti, poi l’addetto, sempre assai annoiato, decide di andare a capire cosa si sia inceppato. Torna con una pila di cestini alta così, e possiamo finalmente spogliarci di tutto. Prende in mano i nostri sacchetti semivuoti. Tira fuori il dentifricio. È da 125 millilitti, non è permesso, dice, farfugliando qualcosa che forse è una ramanzina ma che sembra quasi la richiesta del mio permesso per buttarlo via. Come se avessi la possibilità di scegliere. Potrei ribattere che lo stesso tubetto, più pieno di oggi, è passato ai controllo di altri tre aeroporti nell’ultima settimana, ma desisto. Tutto sia per la sicurezza. Getti pure via l’ignobile e pericoloso flacone di Antica Erboristeria alla menta da 125. E pazienza.
Controllo più e più volte di non avere metallo addosso. Ok sono a posto. Passo baldanzoso sotto il metal detector. Trilla. E cosa diavolo… incredulo guardo la guardia che a sua volta rifà a me i gesti fatti e rifatti migliaia di volte: togliere le scarpe e infilarle nel metal detector. Ma sono scarpe da ginnastica. A parte la puzza per le decine di chilometri macinati sui marciapiedi londinesi, cosa pensa di trovarci? Ma sono solo le procedure. Mi chiede se non ho qualcosa in tasca. Dico che sono sicuro di no, poi frugo meglio e intercetto un biglietto del tram. Sarà stata la sua banda magnetica a far trillare il sensibile marchingegno? Boh. Lo butto e mi scuso. Tutto sia per la sicurezza. Mi perquisisce con uno scanner manuale. Nessun trillo.
Questo non mi esime però dal passaggio da un altro scanner fisso: una cabina tipo doccia che però probabilmente ti fa una TAC completa un tre secondi. Allarga i piedi, mi fa un’altra guardia, metti le mani sopra la testa come in apposita figura. No, non così, più sopra. No, troppo: meno. Ecco così. Resta fermo qualche secondo. E io resto. Tutto sia per la sicurezza.
Chissà quante radiazioni sto assorbendo in questo momento, penso mentre una luce rossa scansiona la mia ombra riflessa. Magari svilupperò un bel tumore fra 10 anni. Magari un giorno scopriranno che queste macchine sono dannosissime per la salute. Ma intanto: zitti e mosca, tutto sia per la sicurezza.
Lo scanner finisce, la guardia dice ok, puoi riprenderti le scarpe. E le riprendo, e me le infilo. Raggiungo moglie e figlio già arrivati alla fine dei controlli da un pezzo. È finita, penso, e sono ancora le 15 e 40. E invece no.
Lo zainetto di mio figlio non esce dal metal detector: è stato deviato sulla linea parallela che impone l’ispezione manuale di un addetto. Ci sono altre 7 vaschette prima del suo. Mentre mi rivesto e recupero il resto dei bagagli passati al primo colpo, attendiamo con altri viaggiatori che lo zainetto venga perquisito. L’omone addetto all’operazione sembra uscito da un documentario sui bradipi, intento a mostrare a tutto l’aeroporto come questi simpatici animaletti si comportano in natura. Ci mette 10 minuti a perquisire il primo. È di una ragazza. L’omone scopre che la furbastra aveva tentato di nascondere cosmetici eccedenti il solo sacchetto consentito. Scatta allora una lunga selezione: incurante della nostra impazienza, e visibilmente girata di balle, la ragazza seleziona uno per uno i cosmetici che continueranno il viaggio con lei. Stringe in mano ancora un po’ quelli che dovrà abbandonare qui, per sempre. Sono le 15:50; tra un quarto d’ora apre il mio gate. Comincio a innervosirmi.
Per fortuna arriva un’altra addetta. Poi un terzo. Tutti comunque preoccupati di non apparire più veloci del collega. A tratti, alla fine della singola ispezione, si allontanano di qualche metro dalla postazione a ridere e scherzare con qualche collega. Risate. Ma io non rido: sono le 16:00, il mio gate è aperto e mancano ancora 4 bagagli da controllare. Intanto altre ragazze salutano le loro preziose creme destinate alla monnezza. Solo pochi istanti prima valevano magari decine di euro. Ora zero. Scopriamo lì, per altro, che le creme e i liquidi devono non solo entrare nel sacchetto, ma che il sacchetto deve anche chiudersi. E allora le malcapitate sono costrette a rispolverare le regole base del Tetris per tentare di farne entrare il più possibile. Una scena quasi comica, se non avessi i nervi così scossi. Non guardo nemmeno l’orologio: sia quel che deve essere. Tanto, non dipende più da me.
Arriva finalmente il nostro turno. Sono le 16:10. Non dovevamo comprare quella spada giocattolo, dice mia moglie. Non dovevamo comprare quell’asta per i selfie, dico io. Possono aver scambiato questi innocui oggetti per qualche arma impropria: solo il giorno prima una bomba grossolana era stata fatta esplodere in metropolitana a Londra. È normale che siano così puntigliosi. E comunque: tutto sia per la sicurezza.
Mi tocca l’omone che chiede con una voce inaspettatamente acuta per la sua stazza, di chi sia questo bagaglio. Mio, dico, non so in quale lingua. Sono impaziente di prendere l’aereo, ma anche di scoprire che cosa diavolo ci sta bloccando qui. Passa uno scanner manuale intorno allo zaino. Fa un tic meno acuto della sua voce. Infila la manona nella stoffa blu. Ecco, sta per tirare fuori l’equivoco che forse ci farà perdere il volo. Ah, quando lo racconterò. Ah quando ne scriverò! “Quella volta che ho perso l’aereo a Londra”. Ma poi penso che significherebbe dover comprare altri biglietti aerei, magari notti d’albergo. Altri immangiabili e costosissimi pasti inglesi. E la cosa mi diverte assai meno.
La mano d’ebano dell’omone esce fuori stringendo una bottiglietta d’acqua da mezzo litro. Incredibile. E sì che non mi ero raccomandato di averle gettate tutte?!? Mi dice questo non si può portare, dico lo so, è stata una svista, quello getta via la bottiglia e mi restituisce il bagaglio con un thank you sir che mi suona sinistramente sarcastico. Invece è solo inglese, e quindi genuinamente cortese.
Intanto, sono le 16:15. Raccogliamo tutto e ci involiamo tra una selva di gente sparsa apposta davanti a noi da una misteriosa forza divina per impedirci il passo spedito. Evidentemente, lassù si è deciso che oggi dobbiamo perdere il volo. Non c’è altra spiegazione. E invece la spiegazione c’è: il lungo labirinto che porta ai gate è costeggiato a destra e a sinistra da decine e decine di esercizi commerciali. Ci si fa largo nel mezzo, scansando a fatica la gente che affolla il trafficato corridoio centrale, strabordante di merce di qualunque tipo, contro la quale si rischia continuamente di inciampare. Gli stand dei vari negozi sono disposti scientificamente nello spazio del capannone a mo’ di serpentone, come all’Ikea, dove lo spazio tra l’ingresso e la zona delle cucine misurerebbe 10 metri in linea d’aria ma seguendo l’ordine espositivo ne percorri 10 mila. Solo che qui non ci sono scorciatoie. Sei costretto a passare davanti a ognuno di essi. Sarebbe anche divertente, se non avessimo una fretta boia.
Un cartello indica infatti che il gate 40 è a 10 minuti di cammino. Non ce la possiamo fare. Finiti i negozi procediamo un po’ più veloci, ma la distanza dal gate è davvero notevole. Ad ogni svolta il nostro cuore spera di scorgere il nostro mitico 40, invece si aprono solo altre centinaia di metri di inutili corridoi vuoti e spesso strettissimi, nei quali il fiume di gente in movimento si stringe ad imbuto.
Alla fine arriviamo al 40; ironicamente è il primo di quest’ala dell’aeroporto, della serie sono un ragazzo fortunato: stanno imbarcando gli ultimi 4 passeggeri, ai quali ci aggiungiamo noi tre, declassandoli a penultimi. Per un soffio. La voce metallica annuncia la chiusura del nostro imbarco fra due minuti. Gesù, che corsa. Ma tutto sia per la sicurezza: non si può lesinare, nè lamentarsi. Specie di questi tempi. Specie dopo l’11 settembre. Specie dopo la piccola bomba del giorno prima in metro. A qualche chilometro di distanza da qui una mente malata sta certamente pensando o preparando il prossimo assurdo attentato, atto di una guerra personale e unilaterale, e senza precisi nemici identificati.
Finalmente saliamo quindi sull’aereo. Ci sediamo e iniziano le solite procedure, viste e riviste decine di volte. Le uscite di sicurezza, le maschere d’ossigeno.
L’aereo decolla.
Davanti a noi due giovani donne inglesi sulla buona trentina ridono abbastanza sguaiatamente. Sembrano ubriache. Saranno invece magari solo felici di lasciare Londra a 12 gradi e trovare Bari a 30. Non lo sapremo mai.
Ma quando il segnale di cinture allacciate viene spento, si zittiscono, e tirano fuori il kit per lavorare a maglia. Iniziano di buona lena, quando la prima tira fuori un paio di forbicette. Ma come, scusa: forbici? Appuntite?! Di metallo?!! Taglienti?!!!?
Cioè: noi quasi si perdeva il volo per una bottiglia d’acqua o per un dentifricio, e a queste due fanno portare a bordo un paio di forbici? E poi: sarà sfuggito ai controlli, o gli addetti ai controlli hanno strizzato l’occhio alle loro due gaie connazionali? Tutto sia per la sicurezza. Ma quale sicurezza? Ma quali procedure?
Alzo gli occhi al cielo e sospiro.
L’Italia è bella.
Stiamo tornando.

