Lucania “anno zero”, dal 1944 in poi …

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LUCIO TUFANO

 

Scorrono i giorni nell’immediato dopoguerra. Nelle campagne di Potenza le bombe hanno provocato fossati profondi, relitti di carri e cannoni, cimeli di una guerra disastrosa che ha pure attraversato le nostre contrade, scheletri di camion e di automobili militari e civili, distruzioni e macerie.

Settanta milioni di morti il bilancio totale. Tornano i reduci dopo anni di assenza. A piazza Sedile li raduna l’avvocato Felice Scardaccione. Si organizza intanto la protesta nei cortei di pane e lavoro. 

A Francesco Nitti, tornato dalla Francia, i contadini applaudono per quello che dice e per Togliatti il Teatro Stabile è inondato dalle bandiere rosse. Accorto, dotato di molto tatto, oratore sobrio e caustico, educato alla scuola bolscevica dell’URSS, tende a dare al movimento comunista in formazione forte disciplina e coscienza dei compiti, con l’applicazione del principio di militanza gerarchica e del centrismo democratico: «Siamo partito dell’ordine, non per ostacolare le aspirazioni popolari, ma perché vogliamo che il paese che ancora ha bisogno di continuare la guerra e di essere ricostruito, sia disciplinato e non turbato da disordini inconsulti …»[1].

Guglielmo Giannini riconia la parolaccia “zebedei” e saluta con l’avambraccio ogni inizio di discorso contro i partiti e i sindacati. Eleva al governo i ragionieri e la burocrazia.

Di qui filosofia del disprezzo per le istituzioni. Di qui il “Qualunquismo” diseducante e diseducato, ma anche profetico di quanto avverrà e avviene per le democrazie putrescenti …[2]

Arriva anche Pietro Nenni. Nelle vecchie sezioni socialiste con le luci fioche e le panche oblique si azzardano frettolose riflessioni, una ridda di ragionamenti su di un socialismo da là a venire.

La prima volta lo presenta Ernesto Gatti, segretario della federazione socialista, la seconda Vincenzo Torrio, vecchio professore e noto antifascista. Nenni porta il basco da rivoluzionario, oracolo della rivoluzione, esorcista di ogni minaccia di totalitarismo e di violenza. I contadini venuti dalle campagne e dai paesi e Rocco Scotellaro sostano nella piazza.

L’EIAR, Ente Italiano Audizioni Radiofoniche, chiamata così nel ventennio perché si collega all’Eia, Eia Alalà! La radio annuncia e trasmette bollettini di guerra e canzoni con Maria Luisa Boncompagni, Guido Notari, Titta Arista, Adriano Rimoldi … cantano Frank Sinatra, Autum in New York, Luciano Benevene: Bongo, Bongo. Nilla Pizzi, il Duo Fasano e Carla Boni, le voci che riempiono le giornate. Si canta anche I pompieri di Viggiù. Trionfa il mito americano di Olliwud, con film di Gary Cooper, di Tyron Power, che vengono da Oltre Atlantico, dalla quale giungeranno gli aiuti del Piano Marshall e i fondi ERP ed UNRA.

Usciti dal clima più difficile si compiono le scelte per l’avvenire, a cominciare dal referendum per la Repubblica. Il due giugno del 1946 a Potenza gli esiti delle votazioni sono di 9.112 voti per la monarchia e 3.956 per la Repubblica.

Pietro Nenni commenterà nel suo diario, il giorno della costituente (25 giugno 1946) e in “L’avventurosa nascita della repubblica” Gianni Corbi, rievocherà eventi, figure e problemi agli albori dell’Italia democratica. Infatti non è più il clima della Italia dai primati imperiali, bensì le fatiche del nuovo Stato che bisogna ricostruire sulle rovine lasciate dal fascismo e dalla sconfitta. Lo spirito della Resistenza e della lotta civile quasi sbiadito nel dicembre 1945, appena dissolto dal governo Parri, sorge il carattere partitico del nuovo assetto costituzionale. Nelle elezioni del 2 giugno i tre grandi partiti risulteranno vincenti per il 76,6 per cento dei seggi[3]. I primi a contendersi questa esperienza erano stati alcuni noti avvocati di Potenza, di tradizione monarchica e liberale ed altri socialisti e comunisti. Il socialista Giuseppe Romita, ministro dell’interno, aveva assicurato la regolarità e l’ordine per le operazioni referendarie.

Gli edili si erano mobilitati, la Federbraccianti e la Camera del Lavoro anche, Calluso e i ruotano attorno al partito, Peppino Sanza da vecchio comunista canticchia “Bandiera Rossa”. Il primo maggio torna ad essere una festa importante, rispetto al mitico 21 aprile, Natale di Roma. Francesco Turro di Atella è al servizio del partito, dopo aver fatto parte del movimento per la terra. Il compagno Gennaro Laus, reduce dalla campagna di Russia, ha negli occhi ancora la visione del rogo immane, la guerra lo ha toccato nello spettro profondo della memoria: i campi di girasole, la ritirata degli arti congelati, il tintinnio di gavette nella tormenta.

Guida i contadini ed è sindaco di Rionero in Vulture. Di lui scrive Giovanni Russo del Corriere della Sera[4]. Pajetta è accolto con trepidazione e rispetto nei salotti borghesi. La Democrazia Cristiana appronta meticolosamente la “diga al comunismo”.

Ma già con la venuta di Palmiro Togliatti ed il suo tatticismo era cominciata la lunga storia di quella «doppiezza» comunista che poi ha caratterizzato tutto il divenire della società italiana. Se la storia d’Italia è fatta di riformismo mancato, è dipeso da quella «svolta di Salerno» di quel 1944[5]. Difatti Antonio Giolitti, Gaetano Arfè, Vittorio Foa, Cafagna e Vacca in un convegno che si sarebbe tenuto in Senato molti anni dopo, con la partecipazione di studiosi e parlamentari di sinistra, riconobbero la mancata effettuazione di un programma riformista nel PCI, bensì la costituzione di un grande partito di massa organizzato.

“Lo scontro referendario fu, come scrive Corbi, il momento forse più alto dell’Italia post-fascista”. Il compromesso tra i partiti portò al rifiuto del modello americano di elezione diretta del Presidente della repubblica, proposta dai rappresentanti del Partito d’Azione; dovuto alla ormai acquisita convinzione dei comunisti, di una loro prossima uscita dal governo di Alcide de Gasperi, dopo gli accordi di Yalta, e quindi il loro scopo di rendere forte il parlamento e debole il governo.

È comunque da attribuire alla sinistra italiana una debolezza culturale, tant’è che per molti decenni non ha mai attuato le riforme né si è battuta per questo, a causa delle viscerali connotazioni marxiste-leniniste di una politica anticapitalistica fondata sul mito rivoluzionario. Lo annotò negli anni ’90 anche Pietro Scoppola, storico della sinistra cattolica. La rinuncia alla strategia riformista produsse l’effetto di un’egemonia politica e sociale della DC che, invece, si orientò in direzione di un processo di modernizzazione capitalistica, sostenuta dai ceti medi di cui la sinistra non riuscì ad avere il consenso.

«Dalla sua parte la DC espresse concretamente, anche negli anni del centrismo, la riforma agraria di Segni, la Cassa del Mezzogiorno, i piani dell’edilizia pubblica, la ristrutturazione dell’IRI e dei servizi telefonici, la legge sugli idrocarburi e, la costituzione dell’ENI»[6], inoltre, con il centro sinistra: la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la riforma della scuola media, la attuazione delle Regioni, lo Statuto dei diritti dei lavoratori, le esperienze della programmazione con Giolitti e Saraceno.

Ma sarà la Vespa della Piaggio ad offrirci i sintomi del “miracolo” che verrà. Molti circolano ancora a piedi, la si ottiene con 80.000 lire, “simbolo antirivoluzionario della ricostruzione”[7]. «Quel motorino di avviamento montato su una scocca di lamiera viaggia in Europa, supera gli oceani e si affaccia in Oriente e in Occidente». «È merito del mio governo aver dato il motoscooter al popolo», dice Alcide De Gasperi.

Il 18 aprile 1948 si tiene la seconda consultazione elettorale a suffragio universale dopo quella del 1946, l’Italia è divisa tra DC e PCI, tra De Gasperi e Togliatti, tra democristiani atlantici e comunisti oltrecortina, anche se furono insieme al governo fino al 1947. esce la pubblicità della Lambretta (fabbricata sul fiume Lambro). La Vespa è della Toscana operaia, di sinistra, la Lambretta è milanese (di destra).

L’altro dualismo è quello di Bartali (De Gasperi) e di Coppi (Togliatti). La lOren contro la Lollo, la Callas contro la Tebaldi, Gianni Morandi contro Claudio Villa, Mazzola contro Rivera. Ci sono anche il “Galletto” della Guzzi, la “Gilera otto bulloni” da Pisati in via Umberto I, il segnale orario delle 20 e il notiziario: Natalino otto e Flo Sandon’s.

  1. L’avvocato De Nicola è Presidente della Repubblica, e Terracini De Gasperi, Pascardi, Saragat, Gonella saranno al conflitto USA-URSS, mai dichiarato e combattuto su altri fronti minori, da allora e per quasi quarant’anni. Gli Stati Uniti appoggeranno un governo italiano presieduto da De Gasperi senza i comunisti. “E così sarà il 31 maggio: IV ministero De Gasperi con democristiani, liberali e indipendenti.”

[1] Tufano Lucio, “Dal Regale Teatro di campagna”. Bagatto. Roma 1987.

[2] Ibidem.

[3] Corbi Gianni, L’avventurosa nascita della repubblica. Rizzoli 1989.

[4] Russo Giovanni, Baroni e contadini.

[5] Ginsburg Paul, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, 2 vol. Einaudi. Torino 1989.

[6] Landolfi Antonio, articolo riportato su “Mondo operaio”.

[7] Broccoli Umberto, Sette, supplemento del Corriere della Sera del 28 dicembre 2012, nr. 52.

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
“Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce).
Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987.
Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”.
Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”.
Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”.
Lucio Tufano, “Il Kanapone” – Calice editore, Rionero in Vulture.
Lucio Tufano “Lo Sconfittoriale” – Calice editore, Rionero in Vulture.


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