L’UMANITA’ LUCANA DI UNA VOLTA

0

Margherita Marzario

 

Lucania, una storia passata, una storia narrata: trappole di topi presenti in casa; trame di fili al telaio; “trapunta”, uno dei pezzi forti del corredo di cui si scriveva la lista e si faceva l’esposizione prima del matrimonio; “trappeti” (frantoi), durante il periodo della raccolta delle olive, che suscitavano la curiosità dei bambini come tutto il mondo degli adulti (altro che realtà virtuale!); traffico di auto inesistente; trasparenti tendine davanti alla porta d’ingresso durante l’estate; trasmissioni televisive, tra cui il Festival di Sanremo e sceneggiati (precursori delle attuali fiction), che diventavano appuntamenti per incontrarsi tra parenti e vicini di casa; traffichìo di donne e bambini per veder passare il corteo nuziale e i bambini venivano mandati in avanscoperta per avvisare quando “passava la sposa”; travestimenti con i vestiti degli adulti per mascherarsi a Carnevale (e non solo a Carnevale); tracce di fumo del camino sulle pareti; trambusto in occasione dell’uccisione del maiale o della preparazione della salsa di pomodoro o altri momenti di condivisione che non erano semplicemente consuetudini o tradizioni o modi di preparare provviste ma veri e propri riti con tanto di sacralità; tradimenti consumati nelle masserie per mano dei massari o dei fattori che abusavano pure delle donne al loro servizio e non riconoscevano, poi, i figli nati da queste relazioni clandestine; traballanti asinelli,carichi fino all’inverosimile, al ritorno in paese dopo una dura giornata di lavoro dei contadini; trascuratezza nell’aspetto estetico ma non nella compostezza; traverse di cotone usati come pannolini per i bambini e lavati quotidianamente con olio di gomito (altro che pannolini e salviettine usa e getta!).

Le vacanze di una volta al mare: Metaponto perlopiù per noi lucani, prevalentemente pendolari e ignorando le vestigia della Magna Grecia; mattiniere le “rincorse” per arrivare presto sulla spiaggia e prendere un buon posto per l’ombrellone; macchine parcheggiate a ridosso della spiaggia (dove era consentito anche il campeggio) e coperte con teli legati alle ruote per trovarle fresche all’interno la sera; mamme in costumi castigati e vecchi di anni, sempre affaccendate sotto gli ombrelloni pure nel ricamare merletti o a vigilare sui figli nel mare e controllarne le mani raggrinzite per il troppo stare in acqua o a preparare spuntini per tutti o far indossare le magliette per evitare le scottature; mitiche tre ore da aspettare dopo aver mangiato per poter fare il bagno; mucchi di bambini sul bagnasciuga che scavavano buche, anche bisticciando, o che cercavano i vermiciattoli rosa, usati come esca; mulinelli colorati e multiformi stampini con cui i bambini giocavano con la sabbia; multicolori ombrelloni, talvolta bucati, su spiagge libere e asciugamani stesi per farli asciugare o per aumentarne l’ombra e teli appesi con mollette da bucato per improvvisati gazebo o per consentire un po’ di riservatezza per svestirsi o rivestirsi; mani che passavano le carte da gioco napoletane in briscole o scoponi annaffiati con fresche birre mandate a comprare dai bambini presso i chioschi di legno; musica diffusa dai jukebox; molluschi di ogni tipo lungo la riva di cui si collezionavano le conchiglie e abbondanza di telline che venivano aperte e mangiate crude o raccolte copiose con un apposito rastrello e, poi, cotte e condivise in gustose spaghettate in allegra compagnia dopo averne fatto scendere la sabbia tenendole su piatti capovolti; mitili del golfo tarantino, tanto prelibati; “mosconi”, cioè pedalò, da noleggiare per un’ora, ambìti dalle famiglie come fossero yacht e “mosconi”, i ragazzi che ronzavano intorno alle ragazze più avvenenti per le prime avventure amorose; magia intorno ai falò della notte di San Lorenzo, con i brani musicali di Lucio Battisti e Claudio Baglioni eseguiti con le chitarre e mangiando würstel bruciacchiati; miriade di emozioni; muretti che separavano la strada dalla spiaggia e su cui ci si appoggiava per scuotersi la sabbia dai piedi; mestizia nel salutarsi e nel veder partire e malinconia della fine dell’estate come la fine dell’infanzia e dell’adolescenza verso il mistero del futuro che aspettava…

Maria, uno dei nomi più diffusi in passato, a testimonianza della devozione mariana popolare. E si era soliti chiamare le donne con questo nome “zia” o “commara”, anche se non vi era un rapporto di parentela o di frequentazione ma per rispetto del rapporto di vicinato o dell’età matura o della funzione che svolgeva nella comunità. E così c’era zia Maria, la sorella del nonno materno che aveva il compito di “vestire” la statua di San Rocco in occasione della processione solenne per la festa patronale e che era esemplare per il suo ordine meticoloso nei cassetti e nelle sue cose. L’altra zia Maria, sorella della bisnonna materna, con cui c’era un doppio legame di sangue, dal lato materno e da quello paterno, perché prima in paese ci si imparentava tutti. Un’altra “zia” Maria, mai sposata e, quindi, senza nipoti, che abitava in una zona appartata del paese che sembrava non essere stata toccata dalla modernità, affacciata sui suggestivi calanchi senza tempo. Minuta, sferruzzava silenziosamente e minuziosamente i suoi minuscoli ferri per fare calze e calzini su commissione. Abitava accanto ad una delle zie paterne più care, per cui era diventata una figura familiare, e nella sua casetta monolocale viveva in maniera spartana con suo fratello, anche lui non sposato. Entrambi sembravano personaggi fiabeschi, come quelli che spuntavano dalle casette in fondo al bosco. E, poi, c’era “comma” Maria, punto di riferimento in parrocchia, sempre pronta a recitare il Rosario, sposata ma senza figli, materna con tutti anche nella sua fisicità all’Ave Ninchi…

Leonardo Sciascia parlava di “sicilitudine”, così si potrebbe parlare di “lucanitudine”. Beatitudine provata dinanzi ai paesaggi; solitudine dei paesi arroccati su cucuzzoli e dei pochi abitanti che vi sono rimasti; inquietudine radicata nell’animo del lucano; sollecitudine nell’aiutarsi ma anche nell’impicciarsi; rettitudine negli usi e costumi; ingratitudine di alcuni figli andati e dimentichi delle loro origini; mansuetudine dei greggi al pascolo come la moltitudine dei ricordi che ripercorrono i tratturi del tempo…

Condividi

Sull' Autore

Avatar

Insegnante, giurista, con la passione della lettura, della scrittura, della fotografia e di ogni altra forma di arte e cultura. Autrice di tre libri per Aracne Editrice (Roma) – fra cui “La bellezza della parola, la ricchezza del diritto” (2014) menzionato nel sito dell’Accademia della Crusca –, di oltre 150 pubblicazioni giuridiche citate in più sedi (testi giuridici, convegni, università, siti specializzati, tesi di laurea) e di altri scritti, già operatrice socioculturale nel volontariato (da quello associativo a quello penitenziario). Nata a Salandra (MT), vive a Matera.

Rispondi