L’UNO PER L’ALTRA

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Margherita Marzario

Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica “Mulieris dignitatem” (15 agosto 1988, n. 7), scriveva: “Nell’«unità dei due» l’uomo e la donna sono chiamati sin dall’inizio non solo ad esistere «uno accanto all’altra» oppure «insieme», ma sono anche chiamati ad esistere reciprocamente «l’uno per l’altro»”. La realtà è sempre più popolata da coppie in cui sono uno accanto all’altra, ma non l’uno per l’altra. Così come c’è differenza tra essere l’uno con l’altra, l’uno e l’altra e l’uno è l’altra.

Il rapporto di coppia è come il rapporto di un musicista col suo strumento. Lo conosce, lo accorda, lo pulisce con gli appositi panni morbidi e kit di pulizia, lo custodisce, si rivolge ai centri di assistenza per le eventuali riparazioni. Deve avere orecchio, lo sguardo almeno di tanto in tanto allo spartito, provare e riprovare i brani, portare il tempo e rispettare il tempo, cimentarsi anche in nuovi arrangiamenti, provare trasporto con tutto il corpo. E andare avanti nonostante qualche nota stonata o qualche concerto non riuscito.

L’amore di coppia esiste se si è in coppia nell’amarsi. Sposarsi o convivere stabilmente non è avere qualcuno che scaldi il letto, che prepari un piatto caldo, che occupi un posto a tavola, che segua in un viaggio o in una serata, che colmi un proprio vuoto o risolva un proprio problema, qualcuno da presentare agli amici, con cui cambiare il proprio stato civile o economico o sistemazione abitativa o con cui concepire un figlio per un istinto innato. Non è tanto condivisione quanto costruzione, non è effusione e confusione (da cui possono nascere forme di dipendenza affettiva o rapporti conflittuali con le famiglie d’origine tanto da generare chiasmi familiari) quanto fusione e profusione, non è completarsi ma amplificarsi. Non è avere un/a accompagnatore/trice o una compagnia ma un/a compagno/a di vita, con cui “mangiare lo stesso pane”, sentirne lo stesso gusto, dargli lo stesso peso. È comunione.

Nella coppia, a volte, il tradimento non è il peggiore dei mali perché c’è decisamente di peggio: usare l’altra persona solo per la propria soddisfazione sessuale, non parlarne bene, non parlarle affatto, non desiderare di far ritorno a casa, avere il piacere di condividere i propri interessi con gli altri, non sorprenderla, non dedicarle manco il barlume di un pensiero… L’amore è altro, l’amore è alto!

Si parla della gelosia degli uomini nei confronti delle donne, ma non di quella delle donne nei confronti degli uomini, nei confronti del loro passato, della famiglia d’origine, delle altre figure femminili di riferimento. E così cala il gelo in quelle relazioni che dovrebbero essere le più significative e vive. Essere coppia non significa appartenersi ma far parte l’uno della vita dell’altra, educarsi reciprocamente all’amore, crescere continuamente nello stesso amore. Vita di coppia non è vita da fotocopia ma in due.

Spesso, però, capita che nei rapporti di coppia qualcuno sia ameba (amorfo, mutevole e ancora peggio), qualcuno sia amaca (situazione di comodo) che si gongola e viene pure giustificato continuamente dall’altro. Alla lunga, poi, si annulla il “noi” e si appiattisce la sfera emozionale, relazionale, esistenziale. La linea parabolica di alcune coppie: dal lisciarsi al lasciarsi, dal duetto al duello, dalla corte alla morte (interiore o fisica).

L’inverno, maschile, e la primavera, femminile, spesso vanno a braccetto e fanno coppia. Una strana coppia come molte nella realtà!

“Pensavo fosse amore invece era un calesse”, non solo il titolo di un fortunato film di Massimo Troisi ma una massima profetica che indica la realtà di molte coppie. E lì che si trascinano non il calesse ma il carretto del rigattiere arrancando e arrampicandosi senza prendere alcuna soluzione. Perché farlo? La vita è una e unica e va amplificata per quanto possibile e non ammorbata con l’impossibile!

Tacere, anzi dover tacere (soprattutto in famiglia per situazioni di violenza invisibile, sofferenze sommerse, coppie disfunzionali, relazioni solo apparenti e formali, scelte subite…), per un fasullo e grigio quieto vivere, è tarpare le ali della verità e, conseguentemente, della libertà di essere.

Un fatto di cronaca del passato: un cigno viene ucciso a bastonate e la compagna si lascia morire dopo due giorni. E le coppie umane? Spesso non si muove un dito per impedire la morte di un amore o, piuttosto, lo si muove contro facendolo morire prima del tempo.

Il rapporto di coppia non è una simbiosi ma un’osmosi. Bisogna continuare ad essere vasi comunicanti e non chiudersi in uno stesso vaso monofiore in cui il fiore reciso, per quanto bello, è destinato a morire o in realtà è già morto in partenza.

Vita di coppia: non rinunce ma rispetto; non compromessi ma comprensione; non sopportazione ma sostegno; non conformazione all’altro ma conforto dell’altro e nell’altro; non attrazione ma attenzione. Così è un sacrificio d’amore e sacralità dell’altro e non un sacrario dell’amore e sacrilegio dell’altro. L’amore non deve essere alienante ma allenante, non allagante ma allargante. L’amore non è un equilibrio ma un’omeostasi, una continua ricerca e regolazione, propria e reciproca.

Due coniugi anziani, di altri tempi, escono al primo fresco autunnale: l’uno più minuto dell’altro, l’uno più curvo dell’altro, camminano andando avanti di un passo alternandosi l’un l’altro. Coppia: sfidare i tempi, ogni tempo, con le proprie differenze, avvicinandosi e armonizzandosi ma senza annientarsi o appiattirsi!

Una coppia ultraventennale di coniugi porta un manico ciascuno di un bustone di cui non si vede il contenuto mantenendo lo stesso passo e procedendo verso la stessa direzione. Un’immagine simbolica della vita di coppia: adeguarsi nell’altezza, nella forza e nell’andatura per sostenere lo stesso peso e custodire l’intimità del vissuto.

“A casa tutti bene”, un film sulle condizioni attuali della famiglia: una coppia invita figli sposati e altri parenti stretti per la festa delle nozze d’oro sull’isola che è diventata la loro residenza abituale. Dopo il pranzo e i convenevoli, però, il mare in tempesta impedisce la partenza del traghetto e così, in un crescendo di nervosismo e intemperanze, saltano le apparenze, le maschere, i falsi rapporti e gli apparenti equilibri. Morale: una mamma si ritrova dal tenere insieme i cocchi di famiglia al tenere insieme i cocci della famiglia. Quando una coppia si separa, in alcuni casi particolarmente conflittuali, emergono le peggiori brutture e bruttezze. Forse perché si rivela la vera natura o perché ci si snatura. Non a caso Hobbes diceva che “homo homini lupus”.

“Abbiamo tutti bisogno di qualcuno che ci aiuti. C’è chi trova completezza in un rapporto di coppia, chi con i figli, chi con Dio” (il cantautore Simone Cristicchi). Nasciamo dal completamento di due anime e due corpi: allora, viviamo nel completarci a vicenda la vita e non nel complicarci a vicenda la vita.

 

 

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Insegnante, giurista, con la passione della lettura, della scrittura, della fotografia e di ogni altra forma di arte e cultura. Autrice di tre libri per Aracne Editrice (Roma) – fra cui “La bellezza della parola, la ricchezza del diritto” (2014) menzionato nel sito dell’Accademia della Crusca –, di oltre 150 pubblicazioni giuridiche citate in più sedi (testi giuridici, convegni, università, siti specializzati, tesi di laurea) e di altri scritti, già operatrice socioculturale nel volontariato (da quello associativo a quello penitenziario). Nata a Salandra (MT), vive a Matera.

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