Si … Li vedo ancora i volantini incollati su ogni palo di luce del quartiere, qualche anno fa tutti in buono stato, o posti sui muri in zone di passaggio , distribuiti in ogni dove per protesta. Svolazzanti tra i ricordi, come urla di rancore e di esasperazione, oppure affissi in ogni esercizio commerciale mentre l’unico barista della caffetteria del quartiere, si incaricava del passaparola.
Un quartiere stravolto, quello di Macchia Romana, nato bellissimo sulla carta e poi tirato male col forcipe fino a renderlo sgraziato, inguardabile, poco armonico, mal funzionante.
Li conosco da moltissimi anni e non solo io: sono dei paladini di denunce delle più note problematiche della nostra città. Non farò i loro nomi per correttezza e riserbo, ma chi conosce bene tutta la storia, che per sommi capi vi racconterò anch’io, sa di chi parlo. Ne cambierò i nomi, ma pur sempre i coraggiosi promotori di buoni esempi passati rimarranno.
“Emanuela … aiutaci anche tu a divulgare queste stampe e questo cd … “ dice Francesco consegnandomi tutto.
“ Si fa ancora in tempo ad intervenire se lo facciamo tutti … “ dice Carlo, ma non a voce sommessa. Il tono alto in un negozio affollato può essere un buon espediente per destare attenzione.
“ Se permettiamo questo stravolgimento, il quartiere non avrà una piazza , né scuole , né ufficio postale o banche … neanche una chiesa adeguata, un punto di incontro per le famiglie … “
Li ascoltavo con attenzione, intimidita e perplessa.
Ma che potevo fare io, allora giovane donna, caparbia sì, ma intenta a portare avanti una battaglia di vita personale, e di affermazione, che doveva servire a guarire ferite infertemi da un vissuto lavorativo, solo apparentemente appagante e sereno ? Io … catapultata per l’ennesima volta in un luogo nuovo, sconosciuto, nel quale farmi largo, per ricominciare a ricostruire un nuovo tempio di socialità ed interesse “nel nuovo quartiere”. Tra laltro senza riferimenti e con un lavoro tutto da rimodulare fra gente che non conoscevo?
Eppure quella battaglia sentivo che era sacrosanta, come sacrosanta fu la reazione a quegli abusi che sapevano di arbitrio e di arroganza. Una battaglia che però non aveva fatto i conti con la infingardaggine di molta gente, oppure quella debolezza civica che chiamano docilità ma che è filosofia di vita al seguito dei potenti per non metterglisi contro.
Eccolo oggi il quartiere stravolto dagli interessi biechi e comuni degli impresari edili, delle false cooperative, dei soldi reinvestiti : un puzzle di case messe lì in assoluto disordine, a coprire tutti gli spazi e tutti i dislivelli possibili, a rubare tutto il verde rionale, a trascurare ogni angolo, ogni slargo , ogni porticato per una funzione pubblica aperta al quartiere, per una socializzazione vera, di incontro, di partecipazione, di fruizione dei servizi. No, si dorme e basta!
Una battaglia persa, per colpa di tante persone, di tanto egoismo, di troppa tolleranza.
C’era però il boschetto, e quello non si è potuto abbattere del tutto. E c’era lo spazio per costruire accanto allo storico polmone verde (uno dei più belli della città ) , la “ chiesa” , gli uffici, il cinema con teatro, le scuole ed il luogo di incontri ed assemblee : LA PIAZZA , da caratterizzare con fontana e panchine ed altro verde .
Ma NO … costruiamo altri palazzi contenitori di anime sole !!!
Sfaldiamo le aspettative per il ribaltamento dei progetti . E così fu …
Ed eccoli, pochi anni dopo i soliti maggiorenti vittoriosi chiedersi quale spazio residuale lasciare per una chiesa che si “doveva” fare. Lo trovarono su uno scomodissimo promontorio e ne affidarono la progettazione a sconosciutissimi architetti siciliani, che forse nei loro curricula non metteranno quella Chiesa, venuta su come un mostruoso casermone indefinito ed incompleto; un gigantesco corpo di fabbrica, senza stanze, senza spazi riservati ed accoglienti. Una chiesa che ormai è il simbolo delle cose lasciate a metà, senza né capo né coda. Non sarà facile portarla a termine, nonostante gli interventi di tanta brava gente.
Intanto, dopo dieci anni e più, i ragazzini del rione è come se fossero cresciuti altrove. In scuole messe a disposizione fuori dal loro contesto abitativo, oppure in oratori di altre parrocchie, in altri giardini ed in altri complessi aggreganti . Molti non si conoscono tra loro, pur abitando nello stesso quartiere .
Altri hanno imparato a vivere lo spazio verde: il parco Elisa Claps .
Questo parco che da cinque anni circa , porta il nome della ragazza che ormai il mondo conosce, per la crudeltà per cui l’hanno tolta alla vita ed ai suoi cari , e per la ancora più crudele omertà di chi, conoscendo i fatti veri, li ha nascosti.
Eccolo: un quartiere tipo di una città per niente solidale, incapace di farsi rispettare nei suoi diritti, ma solo propensa a chiudere gli occhi di fronte alle arroganze, salvo poi sfogarsi inutilmente al bar.
E’ possibile, dopo tutta questa esperienza negativa, che possa rinascere un minimo di coscienza civica per salvare il salvabile, recuperare il recuperabile? Si potrà trovare soluzioni ad un miglioramento della qualità della vita e soprattutto ad un potenziamento delle occasioni di socialità, di vita rionale, di punti di riferimento della popolazione che non sia la propria singola abitazione?
La speranza rinasce ogni primavere, salvo poi assottigliarsi con l’arrivo dell’autunno. Proviamoci ancora …

