Le elezioni per il Presidente degli Stati Uniti d’America hanno dato il loro responso. Che negli USA ci sia chi festeggia con gioia e chi piange con toni da tragedia mi pare normale ma, mi domando, in Italia?
Le prime reazioni sono indicative di quanto lo stigma del gregario ottuso sia impresso negli italiani, incapaci di guardare alla propria nazione e ai suoi interessi e, come sempre, desiderosi di poggiarsi su un potere esterno per consolidare il proprio. Un deciso peggioramento rispetto ai tempi dei guelfi e dei ghibellini, nel Trecento almeno il prevalere dell’Impero o del Papato poteva significare conquistare territori, oggi l’unico vantaggio è dialettico, di facciata, di apparenza.
Donald Trump, prossimo Presidente degli USA, ha spiegato la prospettiva di governo che si prepara in maniera cristallina e, rispetto alla relazione con il nostro paese e con i nostri interessi geopolitici, questa sarà fortemente orientata verso il disimpegno dallo scacchiere europeo e il protezionismo economico.
Al suo fianco un multimiliardario che di fatto ha già il controllo di larga parte delle telecomunicazioni mondiali, del mercato dello spazio e che, a quanto pare, avrà presto un ruolo di governo (alla faccia del conflitto di interessi, altro che la buon’anima del cavaliere!).
C’è da festeggiare?
Vediamo un po’. Secondo voi il disimpegno americano dallo scacchiere europeo determinerà una diminuzione o un aumento delle spese militari europee? E i dazi del 10% che Trump ha promesso di mettere sulle merci europee provocheranno un aumento o una diminuzione della produzione? L’apertura del dossier “Italia”, cui lo stesso Trump ha fatto cenno rispetto sempre alle questioni di scambio commerciale tra USA e Italia, sarà favorevole alla nostra bilancia commerciale? Che effetti ci saranno sul lavoro e sulla forza economica italiana?
In un paese normale i governanti e i politici piuttosto che fare il tifo per governi stranieri, alleati o no che siano tali restano, farebbero meglio a preoccuparsi di come tutelare al meglio la propria nazione, il proprio popolo.
Ma nell’Italia di oggi, stretta tra slogan identitari di destra e di sinistra, perfino una considerazione così basicamente “nazionale”, -badare innanzitutto agli interessi del paese- è diventata troppo sofisticata per il pensiero politico italiano.
Abbiamo battuto quegli antipaticoni dei woke americani, abbiamo dato una lezione ai radical scic, l’America rurale vince, l’America dei valori e della religione vince, l’America dei grandi innovatori vince. Abbiamo vinto. Questo, in sintesi, il pensiero di una destra del tutto incapace di orientare la sua politica estera in una direzione che abbia una logica, che continua a virare alla ricerca di un vento favorevole ad uso interno.
D’altro canto, in perfetta sintonia con il disastro democratico americano, la sinistra italiana continua ad almanaccare di tutto tranne che di sostanza. Lavoro, equità sociale, sanità restano sullo sfondo rispetto a battaglie che, sia pure condivisibili sul piano etico, sono lontanissime dalla contingenza giornaliera di strati sempre più vasti di popolazione che, abbandonati da una sinistra troppo borghese per rimboccarsi le maniche e guidare lo scontro sociale, finiscono per odiare.
L’odio è uno strumento potente e facile da indirizzare verso orizzonti che non creino problemi a chi guida il paese, la ricetta di successo di Trump è esattamente questa, seminare paura per attizzare odio da indirizzare dove sia utile per conquistare potere. La logica del tanto peggio tanto meglio oramai è alla base di ogni strategia politica, l’imperativo è sopravvivere per rosicchiare ancora un poco di carcassa.
In sintesi, in Italia, a destra e a sinistra lo slogan bipartisan e più veritiero è questo: “Make Europe, make Italy even smaller again”, per un futuro di paura, un futuro di governo.
Si salvi chi può.