BY ROCCO SABBATELLA
Critici, addetti ai lavori, opinionisti e soprattutto i tifosi nerazzurri non riescono a
spiegare la negativa metamorfosi dell’ultimo periodo della squadra di Mancini.
Squadra che è passata, nel breve volgere di un mese, da essere considerata favorita
per la conquista dello scudetto a dover lottare ferocemente addirittura per
accalappiare la terza piazza della classifica. Che ha un valore inestimabile per la
societa’ milanese: sotto l’aspetto tecnico perché l’Inter avrebbe la possibilità, dopo
alcuni anni di assenza, di rientrare nella Champions League e ricominciare a
confrontarsi con il calcio europeo che conta, cosa che manca dai tempi di Mourinho
e soprattutto la partecipazione alla massima competizione continentale per club
toglierebbe davvero tantissime castagne dal fuoco al presidente Thoir con
riferimento ai conti economici del club. Perché essere in Champions, anche
attraverso la porta dei preliminari, consentirebbe ai dirigenti di avere un bel
gruzzolo da investire sul mercato per migliorare di molto l’organico di Mancini.
Allenatore che non è scevro assolutamente da colpe se l’Inter sta venendo
clamorosamente meno a quelle che erano le aspettative del presidente Thoir e dei
tifosi. In primis, nella costruzione della squadra, compito che è stato interamente
demandato al tecnico di Jesi che si è potuto scegliere tutti gli elementi che secondo
lui avrebbero potuto innalzare la qualità della squadra nerazzurra. E qui ci sono state
le prime crepe. Perché se Mancini ha azzeccato le scelte per la difesa, non
altrettanto si può dire per il centrocampo e per l’attacco. Troppi doppioni in attacco
e poca qualità in mezzo al campo: certo i vari Perisic, Jovetic, Liajcic, Biabany e
adesso Eder presi singolarmente sono anche ottimi elementi ma hanno
complessivamente deluso e non solo per colpa loro. Nella zona nevralgica del campo
il difetto strutturale più evidente: perché Kondogbia e Felipe Melo, con Brozovic e
Medel, due buoni artigiani del pallone, non potevano assolutamente costituire un
reparto in grado di potersi misurare, per esempio, con quelli della Juve, del Napoli e
della Roma che hanno complessivamente più qualità. Ma il vero problema di
Mancini è un altro: quello di non avere saputo dare alla squadra dopo sette mesi
una idea di gioco. Ma questa è una caratteristica di Mancini. Nemmeno il
Manchester City eccelleva per la fluidità della manovra. Solo che con i soldi dello
sceicco il tecnico italiano si faceva comprare il meglio sul mercato e sfruttava la
classe immensa di diversi interpreti che ottenevano i successi con le qualità singole
piuttosto che con il gioco. Per un allenatore diventa facile riuscire a vincere, ma
nemmeno molto nel caso del City di Mancini, se hai in squadra Jaja Toure’, Aguero.
Silva, Kompany, Nasri,Kolarov e via discorrendo. Un ottimo allenatore si definisce
tale se riesce a vincere con il gioco e poco con le giocate dei singoli: è il caso di
Antonio Conte che nel suo primo anno di Juve ha portato allo scudetto un gruppo di
giocatori, con in più solo Pirlo , Vucinic e Vidal, che erano reduci da due settimi posti
in campionato. A conclusione si può dire che Mancini è sicuramente sopravvalutato
e che le difficoltà dell’Inter non sono proprio inaspettate o frutto di momenti poco
fortunati.