
IL RACCONTO DELLA CITTA’ LUCIO TUFANO
Sono in divisa da balilla, con guanti neri a braccio lucido, cordone giallo sotto la spallina della camicia nera. Sul braccio destro parlano i fregi gialli da fanfara. Il comandante del manipolo è un maestro di musica. Gli istruttori più noti sono: Saverio Coscia e Lotummolo Giuseppe (partirono per l’Africa nel 1935), Santino Chiantini, Frascione, Coretti, Di Pasca, Greco e Lopomo. “Duce, Duce chi non saprà morir?” nei vicoli stretti di grondaie e di porte, nei piccoli spazi di cielo, cantano spavaldi del caldo giorno meridionale. Sono i balilla. Nessuno li avverte di come scorre la vita, puntuali alla stagione non ancora finita. Il capoclasse Michele Leone segna col gesso il comportamento dei compagni cattivi e la condotta esemplare dei buoni. Il pane esce fragrante dai forni a legna cosparsi nei vicoli che da piazza Sedile a Portasalsa si susseguono con le stesse peculiari caratteristiche: le fascine di bosco ai lati dell’ingresso, l’odore stimolante e appetitoso, il tepore e il vocìo delle donne.
Il pane è l’alimento principale: “cuore della casa, profumo della mensa, gioia del focolare“. Grandi fette con olio e pomodoro, un pezzo da sbocconcellare ed un altro piccolissimo come companatico. È il pane di grano, ben cotto, con mollica porosa, croccante. “Fino a qualche tempo fa il grano prodotto in Italia non era sufficiente a dare il pane a tutti gli italiani, e ogni anno si dovevano acquistare all’estero alcuni milioni di quintali di grano, ora – si legge sul libro di lesto – dopo le battaglie del grano, volute e condotte vittoriosamente dal Duce, la terra italiana da pane sufficiente per tutti i suoi figli. Noi oggi sappiamo che in qualsiasi evenienza non mancherà il pane ai soldati e al popolo italiano. Così il Duce stigmatizza ancora un altro grande successo del regime“.
Amate il pane! Raccontano i manifesti che riproducono in slogans la vecchia poesia di Mussolini. “Amate il pane!” – è scritto nelle pagine del libro di testo – “Certo che lo amiamo!“, risponde Gianni il balilla, specie quando è poco. E lo si ama con il condimento di olio di oliva o con una fettina di lardo, oppure con il gheriglio di una noce. “Il pane è la nostra droga” – rispondono i ragazzi di quarta “il più genuino degli alimenti. Esso ci nutre, è utile al nostro sviluppo e alla sanità della razza. “II popolo italiano vuole essere sano, per la potenza e per la gloria“. Questo lo slogan che contiene – secondo Antonino Lancieri – un profondo concetto politico sociale in base al quale sono state promulgale varie leggi e create istituzioni “intese a proteggere e a migliorare la razza e ad aumentare lo sviluppo assicurando una campagna nazionale omogenea, compatta e forte”.
Al caffè di Enrico Brucoli, in via Pretoria, l’esposizione di pasticcini richiama l’ingordigia degli avvocati diabetici, golosi di rinfreschi e di dessert.
Le madri e le spose, le sorelle dei richiamati, sono in trepida ansia. Perfino la maestra è attenta a carpire un messaggio di speranza per il marito partito per il fronte.
Un connubio di scale, usci, abbaini, porte, finestrelle, vicoli, un connubio di vicoli e di cortili, di vie come corridoi, di aperture anche anguste, di fessure, buchi a cui porgere l’orecchio per sentire, copiare, poter distinguere, da tutto un brusio, un vocio, la frase, la parola, il segno fonico che più si confà come risposta ad una ossessionata, assidua, a volte disperata, ricerca della verità: una voce che risolva le perplessità, le paure, che rompa il silenzio imposto alle distanze, quello della lontananza, rinsaldi la speranza di un amore, di un ritorno. Se gli angeli sono stati i raffigurati, tutti quelli che conosciamo, in immaginette religiose, in sculture, in stampe o dipinti nelle chiese e riportati negli affreschi, questo della “buona nuova”, non ha immagine, ha solo voce, voce anche flebile, segmento e sibilo, frammento che viene dal frastuono della via, sotto i balconi e le finestre, una voce in codice da interpretare con l’alfabeto della fede.
Dalle aule delle prime e seconde classi elementari, giunge il coro della filastrocca del grano, “da cantarsi tutti in coro quando luccica la falce nel pianoro, e l’acciaio taglia l’oro“, “chi non semina, raccoglie un bel nulla alle sue voglie! Ora è tempo di cantare, con le trepide cicale, con i grilli, con gli uccelli, con le querule ranelle nel giocondo girotondo …“.
Durante le ore di lezione i compagni rosicchiano; fave dure e ceci arrostiti. Hanno le tasche dei calzoni sempre colme “Unica”, l’ambulante che reca, con la cinghia appesa al collo, il banchetto componibile con la vetrinetta che chiude uno scaffale orizzontale ricco di ceci, fave, liquirizie, confettuzzi, semi di girasole e di zucca, fino alle caramelle Elah, li attende all’entrata e all’uscita. Tutti in euforia fanno ressa intorno all’improvvisato e consueto venditore.